______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 17, 2011

Il grande Gatsby e i suoi traduttori

MA COME HA FATTO i soldi quell’arricchito di Gatsby? Vendendo alcol sottobanco nelle sue farmacie? Così sembrerebbe leggendo la traduzione del romanzo di Fernanda Pivano per Mondadori, ora riproposta da Einaudi. In realtà le farmacie erano drugstore e ha fatto benissimo Franca Cavagnoli, nella traduzione per Feltrinelli, a lasciare il termine americano: «Walter Benjamin – dice – consiglia ai traduttori di lasciare tracce dell’originale e poi il termine ormai è d’uso comune». L’americanista Roberto Serrai si rammarica di non aver potuto fare lo stesso nel suo Grande Gatsby per Marsilio: «In redazione hanno preferito mettere empori». Il traduttore, spiega la Cavagnoli, «non sempre è responsabile, talvolta prevalgono le scelte redazionali». Per esempio chi può dire se la decisione della Pivano di tradurre son-of-a-bitch con «bastardo» fosse sua o della Mondadori, censura o autocensura? Magari né l’uno né l’altro: «Oggi abbiamo messo tutti figlio-di-puttana ma non si può trasferire di peso l’espressione all’epoca della Pivano. Un figlio-di-puttana sulla pagina negli anni ‘50 faceva un altro effetto, era troppo forte», sostiene Tommaso Pincio che ha tradotto Il Grande Gatsby per minimum fax. «Sapevo che diversi traduttori professionisti erano all’opera sul libro e ho cercato, come scrittore, di fare una versione autoriale, concedendomi qualche libertà in più. Il romanzo è uscito nel ‘25, qualcuno lo considerava superato già allora, in realtà è modernissimo ma un americano leggendolo oggi percepisce il sapore della Jazz Age, e ho voluto che anche i lettori italiani avvertissero la stessa patina del tempo. Per questo ho messo empori per drugstore , ma farmacie è sbagliato. Detto questo, non voglio far le pulci alla Pivano». Cavagnoli, Serrai e Pincio ricevono ex aequo il premio Von Rezzori (a Palazzo Vecchio, Firenze) per la traduzione del Grande Gatsby. Anche Dalai, Newton Compton e SugarCo hanno proposto una nuova versione. Una “corsa alla traduzione” che si spiega con la scadenza dei diritti a settant’anni dalla morte di Fitzgerald. Dal ‘50 girava solo la traduzione della Pivano, ormai datata e con alcune imprecisioni ed errori . È in atto un matricidio culturale? I mostri sacri come la Pivano, Pavese e Vittorini sono stati fondamentali per far conoscere la letteratura americana in Italia, dal fascismo in poi, ma come traduttori vanno messi giù dal piedistallo: «Il miglior romanzo di William Faulkner, Luce d’agosto, in Italia è stato penalizzato dalla terribile traduzione di Vittorini», dice Pincio. Concorda la Cavagnoli: «Vittorini metteva troppo se stesso nel rendere un autore. I miei modelli sono Cristina Campo, Adriana Motti, Floriana Bossi, invece si sentono sempre i soliti nomi. Il Moby Dick di Pavese ha soluzioni linguistiche interessanti, ma che non rispettano l’originale». La Pivano, Pavese e Vittorini erano grandi divulgatori, dice Serrai che come i colleghi ribadisce la necessità di rinfrescare le storiche traduzioni, però senza esagerare: «Quando nel Moby Dick di Baricco sento parlare di optionals della nave!».
di Antonio Armano, Saturno
Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby, traduzione di Franca Cavagnoli (Feltrinelli, pagg. 240, 8,00); Roberto Serrai (Marsilio, pagg. 430, 24,00); Tommaso Pincio (minimum fax, pagg. 246, 12,50).

Nessun commento: