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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 17, 2011

La vera storia di Alice Liddell, musa del romanzo di Lewis Carroll



Simon Winchester ricostruisce la vera storia di Alice Liddell, musa del romanzo di Lewis Carroll, ma anche delle sue fotografie: perché la famiglia ha rotto con lui? Cosa c’è di scabroso nelle pose «birichine»?

QUANDO LEWIS CARROLL (nom de plume di Charles Dodgson) pensa di scrivere di una bambina che, attraverso un buco del terreno, cade in uno stravagante mondo parallelo, ha in mente una bambina in carne e ossa. Di lei prende addirittura il nome, Alice. Il cognome è Liddell, ma questo non entra nella storia, che, buttata giù in un quadernino verde nel 1862, diventa presto uno dei racconti più popolari del mondo. Alice Liddell è figlia del Dean di Christ Church, il College di Oxford in cui Lewis Carroll insegna matematica (papà Liddell, a proposito, è il grecista che nominiamo quando ci riferiamo al Liddell-Scott, il rinomato dizionario di greco antico). Anche la sorella Ina e il fratello Harry entrano nell’orbita di Lewis Caroll, come molti altri bambini. Ma, certo, dobbiamo credere che Alice sia la sua favorita, se a lei decide di intitolare lo straordinario racconto. Eppure la loro non è una di quelle amicizie che non conoscono ombre. L’intera famiglia Liddell, a un certo punto, rompe con lui, per ragioni ignote. Il diario dell’autore, che potrebbe aiutare a far luce, risulta amputato di parecchie pagine centrali. Rivelavano qualcosa di scabroso e compromettente? E chi le ha strappate? Sta di fatto che la meravigliosa Alice non ringrazierà il suo inventore per il dono del libro appena stampato né lo inviterà al suo matrimonio e neanche parteciperà al suo funerale. La fama del libro le diede inevitabilmente fama, legandola tanto più a quell’uomo. A questa, però, non si sottrasse. Adulta, la vediamo autografare parecchie copie del libro – una delle quali per una certa bambina di sei anni, Elizabeth, che sarà un giorno regina di Inghilterra – e a ottant’anni suonati, nel 1932, la troviamo in America, sua nuova Wonderland (così dichiara ruffiana alla stampa), prova vivente di un’infanzia che non è più e che pure, grazie alla letteratura, sarà per sempre: un’Alice terminale e imperfetta; il corpo caduco di una gloriosa, intramontabile realtà. Ancora abbastanza perché, in occasione di quel tardivo viaggio, Columbia University le conferisca un dottorato in lettere ad honorem. Sappiamo anche che volto aveva questa Alice reale, perché lo stesso autore la fotografò più volte. Il primo ritratto risale al tempo in cui lei ha circa cinque anni; l’ultimo la rappresenta a diciotto. Lewis Carroll, infatti, è un pioniere della fotografia amatoriale. Nel-l’aprile del 1856 acquistò a Londra una macchina e pochi giorni dopo fotografò Alice Murdoch (altra Alice!), la figlia quattrenne di Sir Thomas Murdoch: con questo ritratto Carroll dava inizio a un’opera fotografica che per un quarto di secolo lo avrebbe impegnato a immortalare le bellezze, coperte o svestite, delle sue giovanissime amiche. La vicenda di Carroll fotografo è raccontata dall’inglese Simon Winchester in un succinto, ma informativo libro, The Alice Behind Wonderland, che si sofferma in particolare su una delle circa venti immagini sopravvissute di Alice Liddell attribuibili alla macchina di Carroll: una rappresentazione di lei nei panni di una piccola mendicante, a sei anni. In effetti, questa fotografia, scattata un giorno d’estate del 1858, emana un fascino davvero unico. I piedi della modella sono nudi; bianchi stracci rimboccati ad arte le pendono giù dalle spalle; il capezzolo sinistro spunta dal fondo di una scollatura studiatamente sghemba; e gli occhi scuri guardano nella macchina con una loro inquietante consapevolezza. Insisterei sullo scuro. Scura è anche la bocca; scuri sono i capelli e l’ombra leonardesca che proietta il mento. E scuro il fondo: un muro sbreccato, che occupa tutto lo spazio circostante e non lascia in vista alcun orizzonte. Winchester definisce l’espressione della piccola «impish», «birichina». Io non ci vedo dispetto o compiacimento; ma qualcosa di profondamente misterioso; ci vedo, appunto, il manifestarsi di un’oscurità. Quel ritratto, di qualunque cosa parli – messinscena carnevalesca, gioco innocente, proiezioni pedofile –, rappresenta un enigma, che coincide con l’infanzia stessa: qualcosa che non si lascia fissare in un nessuna posa, ma resta imprendibile, ribelle e irreale anche nella staticità dei simulacri.
di Nicola Gardini
, Saturno

Simon Winchester, The Alice Behind Wonderland, Oxford University Press, pagg. 128, $ 16,95.

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