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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 10, 2011

Le stanze tutte per sé di Emanuele e Marc


«HO SCOPERTO che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera», diceva Pascal. Forse anche Emanuele Severino (classe 1929) sottoscriverebbe. In fondo, come egli stesso riconosce in questi scarni frammenti di memoria, la sua vita è stata abbastanza «monotona». Un maestro autorevole, ma non certo trasgressivo, come Gustavo Bontadini. Una famiglia serena. Pochi viaggi e incontri, molto studio, biblioteche e aule universitarie, fra Milano, Pavia e Venezia. Avrà anche sviscerato, nelle sue opere, quella «verità definitiva, incontrovertibile, di cui tutta la filosofia degli ultimi due secoli afferma la morte». Ma per raggiungere un tale traguardo non ha dovuto aprirsi al brulichio del mondo. La sua autobiografia svela infatti un’esistenza disadorna, austera, incanalata sui binari della routine. Libera docenza a 22 anni, cattedra a 33. Poi, nel ’70, la “cacciata” dall’Università Cattolica: il suo pensiero neoparmenideo era ormai diventato inconciliabile con il cristianesimo. Sono gli anni caldi della contestazione giovanile, eppure Severino rifiuterà sempre di dare un’etichetta politica al proprio scontro con la Chiesa («un’esperienza culturale di grande interesse»). Dopodiché, il trasferimento a Venezia, tra i fondatori della nuova Facoltà di Lettere, dove insegnerà per altri trent’anni. Una seconda vita, ancora in punta di piedi, come quei generali che dall’alto di una collina osservano impassibili lo svolgersi della battaglia. Il memoir di Marc Augé (classe 1935, già direttore dell’Ehess di Parigi) è invece un caleidoscopio di colori, viaggi, profumi, lidi perduti. Come potrebbe mai, un etnologo, rinserrarsi a doppia mandata nel proprio ufficio polveroso? E infatti, in queste pagine, affiorano stregoni, sciamani e «diavoli», e anche bufali, caimani ed elefanti nani, fra le lagune della Costa d’Avorio e il Togo del Sud. Ma si tratta degli ultimi, malinconici sguardi su un paesaggio destinato a scomparire, oggi contemplato soprattutto «dai balconi degli Hotel a quattro stelle». È stata proprio l’«omologazione estetica del pianeta» a spingere Augé a studiare i «non luoghi» – aeroporti, centri commerciali, villaggi vacanze e tutti gli altri spazi anonimi della contemporaneità –, coniando così una delle più fortunate parole chiave dell’ultimo ventennio. Ormai, ammette, «i veri luoghi sono dentro di noi». Un epilogo che non dispiacerebbe a Severino. Per concludere. Se ammirate la forza di un pensiero astratto, mosso dall’ambizione di cogliere «la tendenza fondamentale del nostro tempo», leggete Severino. Viceversa, se vi sentite attratti dal «fascino effimero di un istante sospeso tra due mondi», scegliete il nomade Augé (magari saltando a piè pari il primo capitolo, turgido e respingente).
di Raffaele Liucci, Saturno

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