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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 10, 2011

Polvere torneremo



Il film di Angelopoulos commuove per l’inattualità: è una riflessione sul tempo e sulla poesia delle cose.

È UN PO’ LENTO, dicono. Vero. Ma non è detto che la lentezza sia a priori un disvalore. È molto ambizioso, aggiungono. Verissimo. Ma ci sono in giro già fin troppi filmetti e filmucci e filmini che di ambizioni non ne hanno proprio per fare gli schizzinosi con i toni alti e l’incedere solenne di un film come La polvere del tempo. Certo: Theo Angelopoulos – classe 1935, una carriera da “maestro” costellata di successi e di prestigio – è uno di quei registi che mettono un poco in soggezione. Davanti a un suo film, ti viene da pensare quello che un po’ tutti abbiamo provato da giovani di fronte – poniamo – a Joyce o a Proust. Da vedere/leggere, ma domani. O dopodomani. Poi, se quel domani arrivava davvero, magari ti poteva perfino capitare di accorgerti che trovavi più piacere lì che in decine e decine di letture magari più abbordabili ma anche più futili. La polvere del tempo, certo, non è La Recherche di Proust. Ma non è neppure Domenica In. Non è un anestetico post-prandiale né un esemplare di cinema digestivo-lassativo. Ti chiama in causa. Ti sfida. Ti incalza. Ti abbandona sui suoi tram arrugginiti o nelle sue nebbie siberiane. Ti stordisce con i suoi piani sequenza. Epperò. Però è cinema. Cinema che si adagia nelle anse del tempo come un fiume nel suo letto. Cinema che si distende e si allunga, indugia e gorgoglia. Come un Dottor Zivago rigirato oggi con la consulenza ferrigna di Andrej Wajda e gli effetti nebbiosi di Tonino Guerra. Come tutto il cinema di Angelopoulos, anche La polvere del tempo (secondo capitolo di una trilogia iniziata nel 2004 con La sorgente del fiume e destinata a concludersi l’anno prossimo con L’altro mare) ha l’ambizione di sintetizzare un tempo storico preciso (la seconda metà del Novecento) in un racconto che si articola su piani temporali diversi (gli anni ’50 in Siberia, i ’70 in Usa, il 2000 a Berlino) inseguendo una storia d’amore a tre che attraversa l’Europa dei totalitarismi e delle dittature. La voce narrante è quella di un regista americano di origine greca (Willem Dafoe) che torna a Cinecittà per ultimare la lavorazione di un film interrotto tempo prima sulla storia d’amore di sua madre Eleni (Irène Jacob) con i due uomini della sua vita, l’ebreo tedesco Jacob (Bruno Ganz) e suo marito Spyros (Michel Piccoli). Il ricordo di quella storia è rinchiuso nel film che il regista ha girato e vuole riprendere a girare. Come se nel cinema ci fossero la memoria e l’anima del tempo, come se nei film (nella finzione…) si annodasse l’inconscio che muove la realtà. Cosa vediamo davvero guardando La polvere del tempo? Forse vediamo che nulla mai finisce davvero. Come se lo stesso Angelopoulos volesse riprendere le tracce del suo cinema – da La recita a Lo sguardo di Ulisse – e ricominciasse a rivisitarne i miti. La polvere del tempo è un film fatto di confini e di frontiere, di esili e di attese. E poi di grandi folle, e di treni in corsa, e di cieli turgidi di neve. L’estetica Mtv qui è bandita. Qui è come se Brecht, Strehler e Tarkovskjj ballassero insieme il sirtaki: il risultato – come ha scritto qualcuno – è commovente nel suo anacronismo. O interessante per la sua inattualità. E per le sue imperfezioni. Certi ingressi in campo di Irene Jacob, o certi smarrimenti di Piccoli sono da brivido. Certe immagini (il deposito di busti e statue marmoree di Stalin dopo il XX° Congresso del Pcus) ti fanno capire cosa voglia dire pensare visivamente. Ma poi il poeticismo di certe metafore (il gigantismo della mano di Eleni) o la retorica programmatica di certi dialoghi («La mia casa sono le storie che racconto») svelano l’autocompiacimento e vanificano lo sforzo. Forse è per questo che La polvere del tempo funziona nei suoi tratti lirici ma non in quelli epici. Forse, è coperto a sua volta – suo malgrado – dalla polvere del tempo. La fa vedere. La lascia lì, dove ciascuno la può guardare. E proprio in questo – nel non occultamento della propria inattualità – sta forse il suo pregio più evidente. La sua provocazione.
di Gianni Canova, Saturno

La polvere del tempo, di Théo Angelopoulos, con Willem Dafoe, Bruno Ganz, Michel Piccoli, Irène Jacob, 125 minuti, Grecia, Italia, Germania, Francia, Russia.

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