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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 15, 2011

Calzolari in laguna

IL CONFRONTO con l’arte contemporanea spesso esalta l’ormai naturale predisposizione di Venezia a offrirsi come un pittoresco fondale da cartolina, ma tra le mostre ospitate in questi mesi in città quella di Pier Paolo Calzolari a Ca’ Pesaro sembra felicemente contraddire la regola. Dalla fine degli anni Sessanta Calzolari lavora con i colori, le materie e le forme del reale. Le opere, storiche e recenti, selezionate per l’esposizione hanno il potere di ricondurre al loro campo d’azione anche le pietre e la luce di Venezia, erodendo il confine tra spazio esterno e interno al museo, tra spazio reale e spazio della rappresentazione. Sembrano espandersi fino a comprendere l’intera città. A guardare le sue superfici di sale bianco puntinate da chiodi arrugginiti resta sulla lingua lo stesso sapore di ferro che si assapora camminando a fianco delle chiavi da muro e dei bolzoni sulle pareti delle calli. Non sorprende leggere nell’intervista in catalogo che la ricerca del bianco assoluto, raggiunto con le superfici brinate con cui l’artista spesso ricopre elementi delle sue sculture, sia nata dal desiderio di ricreare il bianco abbacinante osservato a Venezia, negli anni della sua infanzia, a Riva degli Schiavoni. Allo stesso modo, nel museo, sorprende il legame che viene a crearsi tra i lavori dell’artista e il gesso di Rodin, quei Borghesi di Calais che lo scultore avrebbe voluto posizionare sulla piazza di quella città, senza basamento, interamente partecipi del vivo piano orizzontale, privo di elevazioni o cornici a separare arte e mondo. Chi pensasse che opere in grado di dialogare con l’antica Venezia e con l’ottocentesco Rodin siano solo volte al passato, sbaglierebbe. Se c’è una mostra che i più giovani non possono tralasciare di vedere è proprio questa, in ragione dell’estrema contemporaneità di alcuni temi che affronta, come il rapporto tra lettura frontale dell’opera e disposizione spaziale degli elementi, l’utilizzo di basi filiformi, la composizione attraverso il colore di oggetti di diversa natura, il disegno nello spazio attraverso linee di metallo o materiali filiformi. Tutto questo non può che risuonare di una sorprendente attualità per chi abbia appena lasciato la sala di Carol Bove alla Biennale, la preziosa installazione di Ian Kiaer alla Fondazione Querini Stampalia o quella di Tatiana Trouvé a Punta della Dogana, ma probabilmente aspetteremo altrettanti anni a riconoscerlo, quanti ce ne sono voluti per scoprire che Boetti parlava ai giovani negli anni Novanta.
di Elena Volpato, Saturno
Pier Paolo Calzolari, Venezia, Ca’ Pesaro, fino al 30 ottobre;
www.museiciviciveneziani.it

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