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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 29, 2011

Il ghetto di Venezia


Il Festival si inventa una sezione solo per gli italiani.

Decidete voi: “Ride bene chi ride ultimo” o “il riso abbonda sulla bocca degli stolti”. Ma vedendo il Concorso della 68esima Mostra di Venezia, diremmo la seconda: se si ride, si ride poco e nero, dark humour per dirla all’inglese, con il redivivo William Friedkin di Killer Joe, il Dark Horse di Todd Solondz e l’elaborazione del lutto sui generis del greco Yorgos Lanthimos di Alps. E per dirla in italiano? Nulla cambia: a gareggiare per il Leone d’oro, Quando la notte di Cristina Comencini, Terraferma di Emanuele Crialese e L’ultimo terrestre di Gianni Pacinotti, in arte Gipi, pellicole poco nostrane, almeno nella ritrosia per frizzi e lazzi. Già, le risate sono un problema: l’aveva detto Domenico Procacci di Fandango (“La commedia non deve essere l’unico modo di raccontare, altrimenti il nostro cinema rischia di rimanere tra quattro mura”), l’hanno ribadito Giampaolo Letta di Medusa (“L’effervescenza creativa e produttiva per la commedia va piegata nella direzione di progetti internazionali”) e Riccardo Tozzi di Cattleya (“Le risate non possono esaurire il nostro cinema, sarebbe un problema”). Ebbene, parole – e responsabilità – al vento: continuiamo a riderci su, salvo poi non trovare il posto al sole. Nemmeno al Lido, nemmeno nell’“unico festival italiano” (Galan): bisogna andare a ritroso al 2007 per ritrovare un tris, anziché l’abituale poker tricolore, in concorso. Ovviamente, Mueller lo sa e “scarica” la responsabilità su Ermanno Olmi, reo di scarsa competitività: “Per convincerlo a portare in concorso Il villaggio di cartone, gli abbiamo portato nel suo eremitaggio pure la polenta primigenia di Maranello, ma nulla da fare”. Casella vuota, riempita con ben cinque americani sui 21 (diventeranno 22) titoli in lizza per il Leone: esterofilia, risposta di forza alla solita solfa sui pochi yankee in cartellone, revanche su Cannes 63 a corto di statunitensi o qualcos’altro? Forse, di necessità virtù: The Ides of March di George Clooney, Texas Killing Fields di Ami Canaan (figlia di Michael) Mann, 4:44 Last Day on Earth di Abel Ferrara, Friedkin e Solondz sono “l’America non mainstream, quella che non arriva in sala due giorni dopo il festival e occupa tutto”, come rivendica Mueller, ma sono pure quella che il Belpaese non sa nemmeno scopiazzare, insidiare o inseguire.
QUINDI? Un nuovo piano Marshall (12 i lungometraggi Usa contro i 7 nostrani nella Selezione Ufficiale), che forse tappa il buco, ma non sfama la nostra autarchia autoriale, già messa a dieta da cinepanettoni e altra pasticceria finissima. Meritiamo, dunque, di finire in castigo, dietro la lavagna della Selezione Ufficiale con le orecchie d’asino o, vista la location, nel
ghetto: la sezione Controcampo italiano, la perifrasi cinematographically
correct oggi in voga a Venezia.
EBBENE, qui davvero si può tirare un sospiro di sollievo e farsi delle grasse risate: per dirla con l’esordiente Francesco Bruni, Scialla!, romanesco per “lascia stare”. Ma possiamo davvero “stare tranquilli”? Forse, Cose dell’altro mondo di Francesco Patierno, che ipotizza un’Italia senza immigrati con un Diego Abatantuono à la Pier Gianni Prosperini, ride per non piangere ed è finito lì per opportunità – leggi diktat – politica più che per questioni artistiche, ma che dire di Tutta colpa della musica di Ricky Tognazzi, interpretato con Stefania Sandrelli, Elena Sofia Ricci e Marco Messeri, in cui
“Nappo (Ricky, ndr) ama le donne giovani e belle e vive a cinquant’anni come se ne avesse venti. (…) Un film sulle seconde possibilità che la vita ci riserva all’improvviso, perché la vita inizia a cinquant’anni”. In Mostra,
viceversa, di anni stiamo a 68, e la vita divide, tra chi può e chi non può: Jodie Foster, John C. Reilly, Kate Winslet e Christoph Waltz serviranno in Concorso la Carneficina (Carnage) di Roman Polanski, il poker di Tognazzi un’altra da ridere. Ma chi finirà a pezzi? Controcampo ha uno slot per tutti: giornaliste-documentariste quali Monica Maggioni e Teresa Marchesi, giornalisti-documentaristi quali Antonello Sarno e Marco Spagnoli, Elisabetta Sgarbi una e bina, i Cavalli dell’esordiente Michele Rho, i Black Bloc documentati da Carlo Augusto Bachschmidt e l’infanticidio di Maternity Blues di Fabrizio Cattani, Il Maestro (elementare?) della debuttante Maria Grazia Cucinotta e l’Andata e ritorno di Donatella Finocchiaro, nonché la Piazza Garibaldi di Davide Ferrario. Un – quasi biblico – tre volte sette (7 lunghi, 7 doc, 7 corti), di tutto e di più, e infatti la Rai c’è: Dai nostri inviati. La Rai racconta la Mostra del Cinema 1968-1979. Come eravamo e come siamo: 20 i titoli realizzati con il contributo di Rai Cinema in Mostra, e l’ad Paolo Del Brocco gongola, parlando di “risultato straordinario sotto il profilo della qualità e della quantità di prodotto selezionato”.
VIVA IL prodotto, dunque, e le logiche di scambio: machiavellicamente la sezione giustifica i film, Controcampo funziona da do ut des interno e da serbatoio pigliatutto anti-concorrenza festivaliera (Roma, soprattutto, e Torino), nonché stuzzica la stampa di “colore” a tinte provinciali. Per il resto, svelato il cartellone integrale della 68esima Mostra, pardon,
svelato una seconda volta: il daily che realizzerà in loco val bene una soffiata, e la Bibbia del cinema Variety aveva già indicato i 21 titoli in competizione per il Leone lunedì 25, a rimarcare un’edizione stelle & strisce. Già, perché non ci sono solo i cinque in concorso, ma James Franco a Orizzonti con Sal (Mi-neo), Al Pacino (Wilde Salome) e Steven Soderbergh (Contagion) fuori concorso, più la re-gal Madonna – con passaporto produttivo britan
nico – di W.E. il 1° settembre. Ma, salute permettendo, non sarà l’unica ugola prestata al cinema: Questa storia qua, il rockumentary su Vasco è in programma-evento il 5 settembre. “Un’autobiografia”, promette Mueller, ma i fan incrociano le dita: Blasco o non Blasco, questo è il dilemma.
di Federico Pontiggia, IFQ

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