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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 22, 2011

Mattatoio G8


DIECI ANNI SONO sufficienti perché la memoria storica di un evento si sedimenti. Ma allo stesso tempo è un lasso di tempo che rischia di far dimenticare molte cose. Quanti oggi ricordano veramente cosa accadde durante i giorni del G8 di Genova? Per i tanti che c’erano, e che allora avevano in gran parte tra i venti e i trent’anni, è una ferita ancora aperta. Per tutti gli altri è difficile dire che cosa quello strambo movimento fosse, cosa volesse, come era organizzato. La spirale repressiva successiva ai primi scontri causati dai black bloc ha immediatamente provocato una desertificazione della sua anima creativa, propositiva, libertaria, egualitaria, democratica. Ancor prima della morte di Carlo Giuliani o della mattanza della Diaz, la prima vittima degli scontri è stata proprio la possibilità di una nuova forma di partecipazione. Così il ricordo di quei giorni è segnato da uno spartiacque: da una parte i pestaggi, dall’altra le idee che presero a circolare. Alcuni libri usciti di recente ci aiutano a riflettere e a porre nuove domande. In particolare, La ferita. Il sogno infranto dei no global italiani di Marco Imarisio (Feltrinelli) e Diaz. Processo alla polizia di Alessandro Mantovani (Fandango).
Imarisio si interroga soprattutto sul dopo-Genova, sul perché quel movimento è parso
scomparire. Tuttavia il “sogno” di cui parla ha vinto una battaglia culturale, anche se ha perso quella politica. Molti dei temi anticipati nei dibattiti che precedettero il contro-vertice si sono rivelati cruciali: la possibilità di un crollo economico-finanziario, l’esplosività del divario Nord-Sud del mondo, la deriva del neoliberismo, la necessità di ripensare la categoria di “beni comuni”, le potenzialità della rete, l’imprescindibi
lità della nonviolenza (allora condivisa da quasi tutti; in seguito al centro di un importante dibattito). Forse, nel successo del referendum sull’acqua c’è anche il peso di idee lanciate allora e rimaste in tutti questi anni sotto traccia. Ma quel movimento, che pure nasceva sulla spinta di rinnovare le forme partecipative, è stato strozzato – come racconta Imarisio – dai tarli della vecchia politica. Non è stato in grado di darsi nuove strutture e di superare le divergenze tra le sue varie anime; e le divergenze possono anche apparire un segno di pluralità, ma, quando si cristallizzano, bloccano di fatto ogni nuovo corso. Imarisio non risparmia critiche ai leader di allora, né alla forze politiche che non hanno saputo dialogare con quelle istanze. Ma per indagare come la tenaglia tra repressione, perdita dell’innocenza e “ferita” abbia segnato la base di quel movimento servono anche altre griglie interpretative. Molti, tra quelle decine di migliaia di ragazzi, negli anni successivi hanno esperito diverse vie di fuga, verso altre forme di impegno. A volte invisibili, altre volte diverse, altre volte ancora più “impolitiche”, ma non per questo meno importanti.
L’altra faccia della medaglia del ricordo sono gli scontri. Come è possibile che le forze di polizia di un paese democratico si siano rese responsabili di una simile gestione della piazza? Come è possibile che una simile gestione non sia riconducibile solo a poche mele marce, ma sia stata in fondo avvallata dai vertici di quelle stesse forze? Su questo, ci si interroga ormai da anni. I processi che si sono aperti hanno fornito indizi e qualche risposta. Di sicuro quello per la mattanza alla scuola Diaz (il pestaggio e l’arresto di 93 attivisti indifesi, perché accusati pretestuosamente di essere black bloc) è il più clamoroso. Mantovani lo ricorda nel suo libro. L’irruzione nella Diaz avvenne nella notte tra sabato 21 e domenica 22 luglio, quando le manifestazioni si erano concluse da tempo. La scuola era stata adibita a dormitorio, i ragazzi erano nei sacchi a pelo. I duecento uomini che entrarono in assetto antisommossa picchiarono come matti, tanto che perfino il vicequestore Michelangelo Fournier parlò di “macelleria messicana”. Solo con un eufemismo si può definire ciò
che accadde “sospensione delle garanzie costituzionali” o “colpo di testa”. Quell’irruzione fu decisa, avallata e difesa dai vertici della Polizia. Per questo la ferita è ancora aperta. È una ferita istituzionale, non solo generazionale.
di Alessandro Leogrande, Saturno

Marco Imarisio, La ferita. Il sogno infranto dei no global italiani, Feltrinelli, pagg. 192, 14,00; Alessandro Mantovani, Diaz. Processo alla polizia, Fandango, pagg. 256, 15,00

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