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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 08, 2011

Nel deserto del teatrale


«T.E.L. è un dispositivo per comunicazioni utopiche», così presentano il loro ultimo lavoro i Fanny & Alexander, tra i più pensosi artisti della scena teatrale italiana. Lo studio fa parte di un progetto triennale sulla figura, e le opere, di Thomas Edward Lawrence, il leggendario capo della rivolta araba a inizio Novecento, meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia. Dalla dichiarazione di intenti è chiaro, però, quanto il contenuto sia secondario, se pur attuale e perspicuo, rispetto alla forma. Forzare i limiti del linguaggio teatrale: con piglio filosofico, questo sembra l’obiettivo di T.E.L. che, raddoppiando il qui e ora della rappresentazione, è in scena contemporaneamente su palchi diversi, in luoghi distanti. Il debutto ha coinvolto il Molo San Vincenzo di Napoli e il Teatro Astra di Torino, in occasione dei rispettivi Festival. Inoltre, sempre nello stesso lasso di tempo, ma con vita autonoma, va in onda il radiodramma 338171, TEL., condotto da Rodolfo Sacchettini, che estrapola frammenti sonori della doppia recita e li restituisce agli ascoltatori di Radio3 dopo accurato rimpasto. Intanto gli spettatori assistono alle performance di Chiara Lagani e Marco Cavalcoli, che in abiti mimetici eseguono, diretti da misteriose voci fuoriscena, una danza schizofrenica, ripetitiva, parossistica (Terzo Teatro?), e suonano un tavolo «preparato» come fosse uno strumento musicale: il tavolo è «il deserto», spiega il regista Luigi de Angelis, e i suoni da esso generati una «bruma radiofonica», un’eco beduina. Ottimo è il tentativo di sabotare linguaggio e convenzioni, di abbozzare un’utopia moltiplicando i mondi visibili e non: il “teatro e il suo doppio” è un’apertura sull’altrove... Ma se non si sapesse dell’esistenza del doppio (o triplo)? Se non ci fossero il programma di sala o il “presentatore” o il comunicato stampa che spiegano tutta l’operazione?... Per decodificare T.E.L. occorrono una nota a fondo pagina, una legenda, un metalinguaggio: qui il linguaggio «fa vacanza», e così sorgono i «problemi filosofici». Allora «i critici e il pubblico si lamentano: “È andato perduto tutto ciò che noi abbiamo amato. Siamo in un deserto... E cercano parole “schiaccianti” per allontanare il simbolo del deserto e per ritrovare sul “quadrato morto” la preferita immagine della “realtà”, “l’oggettività reale” e la “sensibilità morale”». Ma questo succedeva nel 1913; Malevic aveva appena esposto Quadrato nero su fondo bianco.
di Camilla Tagliabue, Saturno

T.E.L., Ravenna / Santarcangelo di Romagna, 8 e 9 luglio;

www.fannyalexander.org

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