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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 19, 2011

Nino Rota il rapsodico


Di Nino Rota, personalmente, rammento un’intervista trasmessa molti anni fa in uno speciale dedicato al suo doppio artistico: il compositore è lì al pianoforte e intanto il giornalista ospite gli chiede se, come il compagno di strada Federico Fellini, anche lui, il mite maestro Rota, farebbe allontanare i molesti posteggiatori dai ristoranti per non essere “disturbato” al momento del pranzo, della cena. La risposta che ne seguiva era priva di retorica, suonava diretta: Rota, con modi da artigiano che provi a mostrare la propria indole pacificata, spiegava che i “posteggiatori” erano da ritenere suoi “colleghi” a tutti gli effetti. Di Nino Rota (1911- 1979) è appena scoccato il centenario della nascita, prontamente onorato domenica scorsa da uno Speciale Tg1 per fortuna nostra e dello stesso artista trapassato molto distante all’estetica televisiva attualmente in atto, una vera mosca bianca nell’indistinto della programmazione ordinaria. Un viaggio in camper lungo i luoghi, veri o ideali, della musica del nostro compositore, in verità dall’apertura alare assai più ampia dei pur riconosciuti capolavori realizzati in forma di colonne sonore, appunto, per il cinema, ovviamente il lavoro al fianco di Fellini su tutto (“La strada”, “I vitelloni”, “La dolce vita”, “8e ½” e “Amarcord”), così come “Il gattopardo” di Visconti e “Il giornalino di Gian Burrasca” di Lina Wertmüller, e ancora, volendo planare sempre sulle terre cinematografiche il caso del “Padrino Parte Seconda” di Francis Ford Coppola, la cui partitura, se non rammentiamo male, era stata già utilizzata con minor fortuna da Nino Rota in un film del 1958 di Eduardo De Filippo che presentava Alberto Sordi al top della sua perfidia e Giulietta Masina pronta a riprendere i tratti e il birignao di Gelsomina, “Fortunella” il titolo. Era il 1974 e Nino Rota ottenne l’Oscar proprio grazie a quel lavoro targato Hollywood. In verità, i meriti maggiori del documentario dedicato al compositore Rota, “Viaggio in Italia sulle tracce di Nino Rota” di Mauro Gioia brillava per intero nella sua dichiarata, come dire?, rapsodicità, nel suo essere un racconto sospeso tra l’ineffabile musicale e la percezione dell’assenza stessa di una certa sensibilità nell’epoca in cui le suonerie telefoniche assumono un valore quasi sinfonico in barba alla musica colta e forse perfino a quell’altra che marcia sulle gambe del cinema, così da far pensare a un altro documentario d’autore come quello realizzato dallo scrittore Gianni Celati in memoria del fotografo Luigi Ghirri. Dove si tratta appunto di percorrere in lungo e in largo l’ideale penisola della perdita, o anche, volendo persistere con le riflessioni sui documentari, all’omaggio dedicato anni addietro rispettivamente ora all’Australia ora all’Islanda da altri scrittore-entomologi come Ennio Flaiano e Giorgio Manganelli. Un viaggio lungo la penisola alla scoperta di ricordi e segreti del musicista, con le testimonianze dei suoi allievi e di chi con Rota ha lavorato, una sorta, come recita il titolo, di “visita meravigliosa” che culmina, terribile a dirsi, con una sorta di requiem del paesaggio culturale stesso cui eravamo abituati a pensare quando ancora sembrava che cultura fosse parola non destinata a far arrossire.
di Fulvio Abbate, IFQ

"Lui sa che in un film la musica è solo un'apparizione marginale, qualcosa di secondario... da sottofondo". Parola di Federico Fellini, che per oltre venticinque anni affidò le colonne sonore dei suoi film ad un musicista paziente, disponibile, modesto. Nonostante un Oscar (Il Padrino, Francis Ford Coppola, 1972). Nonostante, da piccolo, Nino Rota fosse stato un bambino prodigio e avesse scritto a soli undici anni la sua prima composizione, L'infanzia di San Giovanni Battista.
Nato a Milano il 3 dicembre 1911, da giovanissimo è allievo di Ildebrando Pizzetti e di Alfredo Casella. Trasferitosi a Roma, nel 1930 si diploma al Conservatorio di Santa Cecilia e contemporanemente frequenta la Facoltà di Lettere. Dopo una borsa di studio negli Stati Uniti, torna in Italia ed inizia l'attività concertistica come direttore d'orchestra, pianista e compositore. Insegnante e direttore di conservatori, nei primi anni '40 scrive la sua prima colonna sonora (Zazà, Renato Castellani, 1942). Da questo momento, anche se continuerà a firmare composizioni sinfoniche e da camera, musiche di scena, per il balletto e per opere teatrali, il suo nome avrà un posto d'onore nella storia del cinema e diventerà famoso grazie ai film di Federico Fellini. Storie in bianco e nero, come i I vitelloni (1953) o La strada (1954), ma anche suggestive visioni colorate (Fellini Satyricon, 1969, o Casanova,1976). Un incontro felice. Due grandi artisti, vicino adun pianoforte, intenti a seguire le tracce di gelsomine, cabirie, sceicchi bianchi, marcelli, gradische, saraghine e clowns.
Prediletto da Monicelli, Comencini, Petri, Damiani e Zeffirelli, "tradisce" ripetutamente Fellini con Luchino Visconti, regista raffinato ed esigente in fatto di musica, che lo sceglie per capolavori come Rocco e i suoi fratelli (1960) e Il Gattopardo (1963).
Autore versatile e prolifico, nel 1964 non disdegna di scrivere la partitura di un celebre sceneggiato televisivo, Il giornalino di Gian Burrasca (Lina Wertmüller). Cinquanta canzoni, la più celebre delle quali, La pappa col pomodoro portata al successo da Rita Pavone, mantiene per molto tempo il primo posto nella classifiche discografiche.
Nel corso della sua prestigiosa carriera, prima dell'incontro con Coppola, collabora con registi stranieri, come King Vidor (Guerra e pace, 1956) o Sergej Bondarcuk (Waterloo, 1970). L'ultima colonna sonora che scrive è ancora per un film italiano (Ernesto, Salvatore Samperi, 1979). Muore a Roma il 10 aprile 1979.
Repubblica.it

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