______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 15, 2011

Quando la scienza è femmina

I TEMI DELL’EGUAGLIANZA di genere hanno assunto un ruolo centrale nel dibattito tra istituzioni, parti sociali e mondo produttivo, in tutti gli ambiti della vita sociale e professionale. Non fa eccezione la ricerca scientifica, le cui problematiche sono simili a quelle rilevate in altri settori professionali. L’esigenza di valorizzare la presenza femminile in questo ambito è giustificata da diverse considerazioni. Intanto si tratta di una questione di diritti umani e giustizia sociale, poiché tutti gli individui devono avere le stesse opportunità di accesso all’educazione scientifica e devono poter ugualmente beneficiare dei progressi della scienza e della tecnologia. Inoltre, uno scarso coinvolgimento delle donne nella ricerca scientifica comporta gravi perdite in tema di competenze e talenti, con pesanti conseguenze per l’intero settore scientifico-tecnologico in termini di produttività e competitività. Valorizzare i talenti femminili, infine, significa mettere in risalto le diversità e il contributo scientifico che le donne possono apportare alla ricerca in virtù delle loro caratteristiche peculiari di sensibilità, intuito, motivazioni e approccio al lavoro. Se le donne rappresentano in Europa la metà del totale dei laureati in discipline scientifiche, le ricercatrici costituiscono solo un terzo del totale dei ricercatori europei e la percentuale decresce man mano che si sale nella gerarchia professionale, tanto che solo un quinto dei professori ordinari nelle università è di sesso femminile: questo è un ulteriore fenomeno detto pipeline shrinkage, un gergale inglese che rimanda a una perdita di materia prima durante il percorso. (…) La storia delle donne nella cultura e nella vita civile dei paesi industrializzati è stata spesso una storia di emarginazione sino alla fine dell’Ottocento e in gran parte sino alla fine del Novecento. Nei paesi in via di sviluppo la situazione è persino più grave, perché le donne sono ancora ben lontane dal veder riconosciuti i più elementari diritti umani. Per secoli le donne non hanno avuto accesso all’istruzione e ancora all'inizio del secolo scorso, in molti paesi europei, alle donne era precluso l’accesso alle università. Non meraviglia quindi che il numero delle donne scienziate presenti nei diversi periodi storici risulti insignificante, se confrontato con quello degli uomini. Nell’antichità sono state individuate circa venti donne scienziate, una decina nel medioevo, nessuna dal 1400 al 1500, una ventina nel 1600 e nel 1700, poco più di un centinaio nel 1800. È da poco che ci si è chiesto come mai alle donne sia stato precluso l’ingresso nel mondo della scienza per così tanto tempo. Hanno cominciato gli americani a produrre pubblicazioni per un’opportuna sensibilizzazione, e successivamente anche in Europa sono sorte associazioni finalizzate a promuovere il lavoro delle donne in campo scientifico. Certamente, in una cultura profondamente patriarcale come quella occidentale, è logico che si sia teso a tenere lontane le donne da un centro di potere così importante come il territorio della scienza. Questa storia di emarginazione ha avuto tratti eclatanti sino alla fine dell’Ottocento. L’inferiorità intellettuale della donna era letteralmente postulata, senza bisogno di ulteriori indagini. Tale presunta inferiorità intellettuale ha comportato necessariamente conseguenze sociali che sono ancora in opera in tutte le società umane. Sulla base di tali convinzioni, anche le modalità con le quali in passato venivano istruite le nuove generazioni si sono rivelate penalizzanti per le donne e per il loro ingresso nella scienza. Infatti, prima del sorgere dell’istituzione scolastica, l’istruzione veniva impartita all'interno della famiglia da maestri pagati privatamente, dando sempre la precedenza o ancor peggio l’esclusiva ai maschi. Anche le donne che venivano istruite nei conventi tendevano a occuparsi di teologia, più che di materie scientifiche. A emergere sono state solo poche, favorite dall’avere un padre, un fratello o un marito scienziato disposto a condividere le proprie conoscenze. (…) Sono i fattori culturali a far sì che le donne si muovano con maggiori difficoltà nel mondo della scienza. Come sostenne a suo tempo la scrittrice Charlotte Brontë, «i pregiudizi, è risaputo, sono molto più difficili da sradicare dal cuore di coloro il cui suolo non è mai stato dissodato o fertilizzato dall’istruzione; essi crescono forti come l’erbaccia fra le rocce». Quando un contesto professionale è illuminato dalla cultura, dall’apertura mentale e dal senso di giustizia, le questioni di genere si identificano con la valorizzazione delle differenze e delle peculiarità e con la ricerca della complementarietà. Quando prevalgono l’ignoranza, il pregiudizio e l’ipocrisia del gioco fine a se stesso del potere, la questione di genere diventa la battaglia per riconoscere il merito della persona indipendentemente dall’essere una donna o un uomo e, clamorosamente, bisogna occuparsi di promuovere il ruolo della donna come di una minoranza da difendere, senza mai avere di fronte un nemico aperto, ma sempre e soltanto preconcetti, spesso inconsapevoli.
di Elisabetta Strickland, Saturno
Diciannove vite per la ricerca, Donzelli, pagg. 110, 16,00, in libreria dal 20 luglio

Nessun commento: