______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 29, 2011

Sigfrido l'ebreo


Per la prima volta un’orchestra israeliana ha suonato musica di Wagner su suolo tedesco.

L’appuntamento più importante del mondo del melodramma – la lista di attesa per procurarsi un biglietto è arrivata a dieci anni – ha festeggiato il centesimo anno. Nel 1976 si celebrò un altro centenario, quello dell’inaugurazione del teatro della “collina verde” con il mitico L’Anello del Nibelungo di Pierre Boulez e Patrice Chéreau. Lunedì scorso – giorno inaugurale del Festival – si respirava a Bayreuth un clima di commemorazione e di festa, ma l’esecuzione del Tannhauser era già oscurata nei discorsi degli appassionati di musica dall’evento previsto per il giorno seguente: l’esecuzione dell’Idillio di Sigfrido di Wagner ad opera della Israel Chamber Orchestra (ICO) diretta dal maestro Roberto Paternostro non nel tempio della Festpeilhaus, ma nella più modesta sala della Stadhall. Per la prima volta un’orchestra israeliana ha suonato musica di Wagner sul suolo tedesco.
LO STORICO evento ha provocato una ondata di reazioni da parte delle associazioni dei superstiti dell’Olocausto e anche dello stesso governo israeliano che non ha visto di buon occhio la “riabilitazione” di un compositore che molti in Israele continuano a considerare una icona musicale del nazismo. Secondo il direttore Paternostro era giunto il momento di “sdoganare” Wagner liberandolo dal peso della storia tragica del Novecento. “No” – gli ha risposto uno dei pronipoti di Wagner” – “bisogna fare prima i conti con la storia”. Già l’anno passato il Festival di Bayreuth aveva inaugurato una sezione speciale per i giovanissimi in un padiglione vicino alla Festpielhaus con una versione ridotta del Tannhauser avvalorando la convinzione generalizzata secondo cui quest’opera di Wagner è la più adatta alla gioventù come testimoniato dai programmi didattici degli ultimi dieci anni dell’Opera nazionale di Parigi. La versione ridotta per giovanissimi è stato un successo. Invece, a mio giudizio, la dimensione scenica del Tannhauser per adulti di lunedì scorso è sembrato il diligente compitino di fine corso di volenterosi e magari dotati studenti. In sostanza la messa in scena di Sebastian Baumgartner è stata un fiasco parzialmente compensato dagli applausi a scena aperta al coro del Festival diretto da una decina di anni da Eberhard Friedrich. Per la regia invece “bu bu” e fischi. L’aspetto curioso della regia va individuato nel fatto che, almeno in teoria, il mosaico sembrava perfetto: Baumgatner è stato assistente di Ruth Berghaus ed è stato legato per anni alla Komische Oper di Berlino, lo scenografo era l’olandese Joep van Lieshout e il drammaturgo era il grandissimo Carl Hegemann che aveva già collaborato alla realizzazione del Parsifal a Bayreuth con lo scomparso Christoph Schlingensief. La scena si svolge in una fabbrica di biogas e il protagonista oscilla tra l’apollineo e il dionisiaco. Da un lato, il mondo selvaggio, edonista e libero della montagna di Venusberg, dall’altro un ambiente più prossimo a quello del lavoro meccanico, del potere, del sistema, delle convenzioni e della morale. In nessuno dei due mondi il protagonista si sente completamente a suo agio, anche se conserva sempre il senso della liberta’. Il problema e’ che l’esagerata quantità di elementi scenici – realmente commovente l’espressione di sorpresa di Angela Merkel quando è entrata in teatro e ha visto la confusione di oggetti e di stili presenti sulla scena – ha in un certo senso saturato lo spettatore e fatto passare in secondo piano il senso vero dell’opera.
DETTO in altre parole: ciò che funziona come racconto ideologico o filosofico non conserva la medesima capacità comunicativa come opera teatrale nemmeno con l’appoggio di una musica eccezionale. L’emozione e il mistero scompaiono e sono sostituiti dalle trovate, dalle “invenzioni”: nel terzo atto il coro dei pellegrini con il suo carico di dolore viene trasformato in coro di lavoratori che hanno le scope al posto dei bastoni dei pellegrini e l’effetto è quello di un falso senso di modernità. A mio modo di vedere lo spettacolo è pretenzioso. Sui lati molti spettatori vengono inglobati nella rappresentazione. Forse gli spettatori avranno gradito, ma la dimensione scenica ne ha risentito malgrado tutto il parlare che si fa dell’avvicinamento tra teatro e vita. Sotto il profilo musicale la direzione di Thomas Hengelbrock è stata esemplare ed è stata – anche se non unanimemente – apprezzata dal pubblico. Tra le voci si è distinto Gunther Groissbock nei panni di Hermann. Lars Cleveman ha visibilmente accusato la stanchezza nell’ultimo atto mentre Camilla Nylund si è rivelata una bravissima Elisabeth. La mecca del wagnerismo si prolunghera’ fino al 28 agosto con il fantastico Parsifal di Stefan Herheim e Daniele Gatti, il controverso e immaginifico Lohengrin di Hans Neuenfels e Andris Nelsons, l’eterno Tristano e Isolda di Mathaler e Schneider per finire con la discutibile versione de I maestri cantori di Katharina Wagner e Sebastian Weigle. Il Lohengrin verrà eseguito all’aperto il 14 agosto dinanzi a 10.000 spettatori al pari della nuova versione per giovanissimi de L’anello del Nibelungo della durata di due ore. I pronipoti di Wagner non hanno ancora deciso a chi affidare nel 2013 la regia de L’Anello del Nibelungo dopo il rifiuto di Lars von Trier e Wim Wenders.
FERMA restando la candidatura autorevole del regista Michael Haneke, il favorito al momento sembra essere Franz Castorf. Petrenko sarà in ogni caso il direttore musicale e Thielmann tornerà nel 2012 per dirigere una nuova messa in scena de L’olandese volante di Richard Wagner. È inoltre già in fase di realizzazione il progetto con Lipsia – città natale di Wagner – per produrre Le Fate, Il divieto di amare e Rienzi nel 2013, anno del bicentenario della nascita del compositore tedesco. Con i suoi alti e bassi Bayreuth è sempre Bayreuth: il santuario dei devoti wagneriani di tutto il mondo, uno dei luoghi magici in cui si confondono o, meglio, si fondono realtà e immaginazione, leggenda e desiderio, arte e religione.
di Juan A. Vela del Campo, IFQ

(c) El Paìs-Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

Nessun commento: