______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 05, 2011

Igor Mitoraj, parco archeologico, Valle dei Templi, Agrigento


Diciassette sculture –soltanto una in travertino, il resto in bronzo- installate lungo l’area sacra che dal Santuario delle divinità ctonie arriva sino al Tempio di Giunone nel cuore della Valle dei Templi ad Agrigento. Si tratta di opere perlopiù monumentali e comunque ancorate saldamente al passato come pretesto per raccontare il presente. Le sculture di Igor Mitoraj sembrano danneggiate, deteriorate, logorate dal tempo fisico e dalla mano sacrilega dell’uomo. Stanno lì, come i templi maestosi e come essi parlano. Raccontano di quel tempo che sono e che tanto diversamente rappresentano. Nei luoghi cultuali l’azione caustica dei millenni ha lasciato il segno, di cui le colonne e le rovine sono il volto; nello spazio delle installazioni l’azione poietica dell’artista polacco ha ridefinito delle radure sacre, di cui le sculture sono il simbolo. La sacralità dell’atto poietico sta in questa capacità tutt’umana di superare l’opera del tempo, «quasi che gli atti illuminati abbreviassero il corso della natura; e si può in tutta certezza affermare che un artista vale mille secoli o centomila, o anche molto di più. Come dire che sarebbe occorso quel periodo quasi incalcolabile, all’ignoranza o al caso, per produrre alla cieca quella stessa cosa che il nostro valentuomo ha in pochi giorni compiuta. È una strana misura per le opere»1. E se i Templi sono il passato, le sculture di Mitoraj rappresentano l’oltrepassamento del passato e si inseriscono nell’ambito del postmodernismo. Si fanno risposta ai tempi, ma soprattutto a quell’arte che si è mostrata intollerante verso l’antico, destinata a essere superata da una tecnica che si mantiene in relazione con esso pur trasfigurandolo, perché «il modo più sicuro per non affrancarsi dal passato è dimenticarlo»2.

Questo non è un invito a valutare la potenza evocativa delle sculture a partire dal mito. Sarebbe riduttivo. Non il mito è qui protagonista, poiché Mitoraj è un artista del tutto contemporaneo. Semmai il mito è un mezzo e tale rimane, per dire e tradurre l’evento in forma. A lungo, osservando le opere, l’avveduto visitatore si domanda dove stia lo scarto pur avvertito tra la monumentalità dei templi e quella delle sculture, tra le rovine in tufo e le opere che sembrano in rovina, tra l’antico che ridefinisce da sempre lo spazio e l’anticato che accanto è stato posto da qualche mese, tra gli dèi che lungo la via sacra sono onorati e i simboli deificati di Mitoraj che lì sono installati. Icaro, Icaria, Tindaro, Eros e Dedalo. Corpi acefali, busti, teste, bocca, ali, gambe e continue riproduzioni scultoree che rimpicciolite sono poste all’interno delle statue bronzee come piccoli dettagli, che sembrano voler rappresentare la riproducibilità della nostra epoca. Il tempo che Mitoraj racconta è quello nostro, quello della riproducibilità tecnica che emerge in quell’apparente strana ripetizione di dettagli che ancora e ancora si ritrovano, posti l’uno dentro l’altro come un gioco di rimandi. Eppure l’aura è intatta. E forse è un modo per ricordare che abbiamo reso a Benjamin un servigio non richiesto dal filosofo portando alle estreme conseguenze il senso della perdita dell’autenticità con l’avvento dell’immagine tecnica, sino al convincimento di essere annegati in un inutile ripetersi dell’uguale. Un nichilismo di cui siamo promotori e sentinelle. Mitoraj riproduce e ripete, ma nulla è uguale. Ogni cosa è nuova e si fa nuova.
Che cosa abbia in comune, dunque, con l’arte contemporanea è presto detto. Sembrano riprodurre il passato e sono invece concetti puri. Non si tratta di retorica ma di dialogo. E non di dialogo con l’antico come potrebbe lasciare intendere quell’esser poste accanto al passato glorioso, ma piuttosto di dialogo con il visitatore. A lungo ad esempio ci si può domandare perché Ikaria piccola (1987) sia stata installata di fronte al grande Tempio della Concordia. Manca del tutto la proporzione: l’uno –il tempio- maestoso, l’altra –la scultura- piccola per l’appunto. Se si cerca simmetria non la si trova né con le colonne frontali né con la cella. È forse proprio quella scultura l’indizio più rilevante. Nell’arte contemporanea non è importante soltanto l’opera in sé, intesa come luogo, ma lo spazio che accorda e ricrea con il suo posizionamento. Le sculture di Mitoraj non sono da leggersi nell’ambito di un classicismo ingenuo che ripropone simmetria, spazialità prospettica e proporzione. Della voluminosa statua di Ikaro (1998) sorprende a prima vista la grandezza dei piedi rispetto al corpo. Non c’è dunque dialogo con l’antico e neanche confronto, semmai tutela della tradizione occidentale per trasfigurarla nel tentativo riuscito di ricreare uno scarto che richiami a nuovi valori. La monumentalità delle sue opere si aggancia al passato per un suo oltrepassamento che dica maestosamente in modo silente. E dice di noi. Di quel che oggi siamo. E lo racconta ad Akragas, città incantevole e magna che non il tempo ha distrutto ma l’azione dell’uomo che ha costruito l’Agrigento contemporanea dimenticando l’abitare originario. E se è vero che l’artista crea sempre in uno stato di mania che gli consente di parlare con un linguaggio divino andando oltre i suoi stessi intenti, allora si deve leggere Ikaria (1996) a partire da quella mano che la trattiene alla caviglia impedendone il volo. Ikaria è qui donna e non più l’isola dove annegò Ikaro imprudente. Un’installazione che nella Valle è trasfigurazione di un altro volo impedito: quello della Sicilia.

Il mito nasce come risposta dell’uomo all’angoscia del vivere nell’orizzonte della morte e del dolore: un pharmacon superato prima dalla verità della filosofia e poi dalla certezza della tecnica. Se -come sostiene Heidegger riprendendo Aristotele- nell’arte è filosofico «quel lasciar-vedere che porta allo sguardo ciò-che-è-essenziale delle cose»3, Mitoraj ricostruisce il percorso salvifico dell’uomo riunendo mito, filosofia e tecnica.

Dal Tempio dei Dioscuri comincia la passeggiata tra le vestigia del passato e su, lungo la via sacra, si incontrano immersi in un panorama incantevole le sculture che «sembrano emergere dalla terra, da un passato remoto capace di irrompere nel XXI secolo senza traumi, si ha la sensazione che quelle opere siano sempre state lì, ma che solo ora ci accorgiamo della loro presenza»4. Una presenza che perdurerà sino a Novembre quando la mostra avrà termine. La valle agrigentina ha già di per sé una magia senza eguali, le opere di Mitoraj sono un’aggiunta di valore indiscutibile. Dal 21 luglio è possibile peraltro passeggiare lungo la via sacra anche di sera, godendo della visione nella frescura e con un’illuminazione che aggiunge magia a magia. Ci si augura che insieme –sacro e sacrale, cultuale e culturale, natura e artificio- siano uno sprone per ridestare il turista che, ingannato da notizie esagerate sullo stato del mare akragantino, ha disertato una delle mete più belle della Sicilia. Perdere quest’occasione per chi arriva nell’Isola sarebbe un delitto.
di Giusy Randazzo, Teknemedia.net

Note
1 P. Valery, Eupalinos, trad. it. di Vittorio Sereni, Mondadori, Milano 1947, p. 128.
2 E. Severino, Tecnica e architettura, a cura di Renato Rizzi, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, p. 99.
3 M. Heidegger, Corpo e spazio. Osservazioni su arte-scultura-spazio, trad. di F. Bolino, Il Melangolo, Genova 2000, p. 39.
4 F. Buranelli, «Igor Mitoraj nella Valle dei Templi», in Aa.Vv., Igor Mitoraj. Parco archeologico Valle dei Templi di Agrigento, Il Cigno GG Edizioni, Roma 2011, p. 17.

.

1 commento:

Calogero Mira ha detto...

Belle foto con le sculture di Igor Mitoraj nella Valle dei Templi di Agrigento. Anch'io ne ho sul mio blog.