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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 05, 2011

Pro e contro “Gesù - L’invenzione del Dio cristiano”


Luigi Amicone (Comunione e Liberazione”), direttore di “Tempi”, contesta il libro di Paolo Flores d’Arcais e difende Ratzinger. La replica del direttore di MicroMega.

Luigi Amicone

In certe notti d’estate, quando l’aria è spessa d’afa e le finestre sono spalancate a reclamare un filo d’aria, capita che il silenzio sia come straziato da certi lamenti che mettono pena al cuore. Sembrano vagiti di neonati che vanno a morire. E invece sono i richiami di gatte in calore. “Alfin l'errore e gli scambiati oggetti” del Gesù indagato da Paolo Flores D’Arcais è già tutto contenuto nei suoi presupposti metodologici. Il primo, quello di accontentarsi, per ammissione stessa dell’autore, di fare “solo un lavoro di divulgazione di tesi storiografiche” altrui. Le famose “auctoritas”. Il secondo, quello di dare per scontato che il metodo storico-scientifico-filologico sia il solo autorizzato (e adeguato) a conoscere l’oggetto in questione (Gesù è il Messia?). Dunque, “L’invenzione del cristianesimo”. Terzo, corollario non minore, la virulenza con cui i due capitoli iniziali pretendono di “sbugiardare” il Gesù di Ratzinger. Sbaglio, forse, a farne anche un processo all’intenzione, però mi viene spontaneo osservare che se nelle “istruzioni per l’uso” si avverte prudentemente il lettore che sta per svolgersi una partitella divulgativa, subito dopo, in avvio di libello, si pretende impartire una lezione di football a Maradona. E su cosa - forse per catturare “notiziabilità” e “spettatori”? - si pretende lezionare il Papa? Su questioni storiche e teologiche come l’originale intreccio tra ebraismo e cristianesimo o l’annuncio evangelico della parusìa. Questioni immense. Che l’autore apre e chiude nel giro di due scarni capitoletti. E con ciò, sostiene l’autore, abbiamo dribblato Maradona e siamo andati in rete dimostrando «il sabba di vere e proprie falsità di Ratzinger». Ma dai.

E veniamo alla discussione di metodo. Quanto al punto primo: il Gesù di Paolo D’Arcais è a tutti gli effetti un (altezzoso!) bigino di auctoritas. Dotti professori che da tre secoli cercano di demolirci per via storica, scientifica e filologica la Buona Novella. Con quale obbiettivo? Rompere l’unità tra sapere e credere, dimostrando l’incompatibilità tra il Gesù storico e il Gesù della fede. Obbiettivo, per altro, largamente raggiunto. Se è vero – come è vero – che il problema presente oggi a tutti i livelli (dal popolo agli intellettuali, dai credenti alle gerarchie ecclesiastiche) è proprio quello della frattura ormai consolidata tra "fede" (confinata nel campo delle emozioni private e irrazionali) e "ragione" (di esclusivo appannaggio della pubblica e oggettiva scienza). Tant’è che è proprio dal riconoscimento di questa frattura e nel tentativo di ricomposizione dell’unità fede-ragione che nasce l’opera su Gesù di Joseph Ratzinger. Un “rischio” dice l’autore. Tant’è che lo stesso Benedetto XVI-Jospeh Ratzinger ha voluto precisare che non si tratta di un atto di magistero. Dunque, per ricapitolare sul punto primo: da Lessing alla sfilza di autori moderni citati in premessa nel Gesù di D’Arcais, non si è molto lontani dal primo tentativo (compiuto da Reimarus, teista e razionalista pubblicato postumo nel 1774 da Lessing) di ridurre le Sacre Scritture a un’invenzione degli apostoli, di Paolo, della Chiesa istituzionale. In effetti, come segnala il teologo Carbajosa di cui più avanti diremo, è a partire dal XVIII secolo che si afferma ad esempio che furono gli stessi discepoli a trafugare il corpo di Gesù. Non volevano rimettersi a lavorare, né essere lo zimbello della gente. Così inventarono una storia. Per corroborare il loro racconto lo infarcirono di citazioni dall’Antico Testamento e presentarono Gesù come qualcuno che si era autoproclamato Messia sofferente. Per rafforzare queste teorie parlarono della parusìa imminente e del male che avrebbe colpito quelli che non avessero creduto. In sostanza, il Gesù di D’Arcais ribadisce queste tesi. Tesi che erano già contenute o erano in nuce nell’opera del Reimarus.

In postilla a questo primo punto, aggiungerei questo: anche ammesso il valore divulgativo di questo Gesù antiratzingeriano, al direttore di Micromega sfugge, secondo me, una questione che dovrebbe essere sua, personale, e che dovrebbe razionalmente precedere qualunque ricerca altrui. Dice Kierkegaard nel suo Diario: «La forma più bassa dello scandalo, umanamente parlando, è lasciare senza soluzione tutto il problema intorno a Cristo. La verità è che è stato completamente dimenticato l’imperativo cristiano: tu devi. Che il cristianesimo ti è stato annunciato significa che tu devi prendere posizione di fronte a Cristo. Egli, o il fatto che Egli esiste, o il fatto che sia esistito è la decisione di tutta l’esistenza». Insomma, che un uomo abbia identificato se stesso con il “Mistero che fa tutte le cose” (Giussani) è una cosa pazzesca. E’ il famoso “scandalo per i giudei e follìa per i pagani” di Saulo-Paolo. Ma non si scappa. O Gesù era un pazzo e pazzi quelli che lo hanno seguito. Oppure… Oppure bisogna accettare la sfida. Come, a suo modo, l’ha accettata il grande rabbino ortodosso Jacob Neusner nel suo “Un rabbino parla con Gesù” (2010). Infine Neusner opta per il rifiuto ma ammette che la pretesa di Gesù è quella di essere lui “il signore del sabato”, cioè il Messia («Ci troviamo di fronte ad un conflitto inconciliabile. L’alternativa è tra “Ricordati di santificare il sabato” e “Il Figlio dell’uomo è il signore del sabato”. Non possiamo scegliere entrambi»)

Secondo punto, dove sta l’errore fondamentale del metodo razionalista-storicista che va da Lessing ai recenti cultori del metodo storico di “terza fase” o “Third Quest” divulgati dal Gesù di D’Arcais? C’è un problema di “auto-limitazione della ragione” direbbe il papa del discorso di Ratisbona. Ovvero, si pretende esaurire “il problema Gesù” nel vaglio storiografico della plausibilità o meno di una cronaca e nell’analisi scientifica di una lista di proposizioni. Per un approfondimento in proposito mi limito qui a segnalare la presentazione al Gesù di Ratzinger tenuta recentemente a Madrid (pubblicata in allegato al numero di luglio-agosto di Tracce, rivista di CL) da Ignacio Carbajosa, Professore ordinario di Sacra Scrittura nella Facoltà di Teologia “San Dámaso”. Lezione in cui viene ampiamente discusso il limite dell’approccio razionalista. «L’esegesi dominante non soffre per mancanza di strumenti o di perizia nell’uso degli stessi, ma per il problema dell’uso inadeguato della ragione che, evidentemente, impedisce un’adeguata comprensione della Scrittura. È ciò che il Papa ha definito nel famoso discorso di Ratisbona “l’autolimitazione moderna della ragione”, a causa della quale si afferma che “soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali”, e quindi il divino rimane escluso “dall’universalità della ragione». In altre parole, si nega a priori la categoria metodologica per eccellenza della ragione: la possibilità. Domanda: ma l’esclusione a priori - per quanto essa possa apparire peregrina - dell’ipotesi della rivelazione di un Dio, è un’esclusione “razionale”? E perché? I casi sono due: perché si nega la possibilità dell’esistenza di un Dio, e come si fa a negarla? Perché, ammesso che ci sia un Dio, egli dovrebbe rivelarsi a noi secondo categorie metodologiche che sono state definite dall’illuminismo in avanti, e dunque sarebbe Dio un membro dell’esclusivo club degli Illuminati? Entrambe le negazioni sono “opzioni”, non “ragioni”.

Punto terzo. Ti propongo, caro Paolo, di mettere in crisi le tue certezze (“crisi” non è un richiamo emozionale, ma un richiamo al “crisis” greco, nel senso di “vaglio”, discussione, apertura, curiosità). Gesù non è il Messia ed è un Invenzione del cristianesimo. D’accordo. E’ un’ipotesi. Ti dirò di più. Posto nei termini in cui il problema cristiano è stato spesso posto nella storia dagli stessi cristiani, hai ragione tu. (E mi riferisco non tanto all’Inquisizione, che è poca roba, ma alla “guerra civile” strisciante e permanente introcristiana che giustamente fai notare tu sembra radicata fin dalle origini - e però come si faceva ad andare in pasto ai leoni e sconvolgere la sapienza antica di quell’assoluta novità che fu percepita da romani e greci già prima e a prescindere da Costantino, senza un nucleo incandescente di verità? – “guerra civile” che avrà i suoi apogei nell’epoca in cui quasi tutti i vescovi erano ariani – IV secolo – o in cui le istituzioni ecclesiastiche della cristianità si identificavano col potere politico fino quasi a escludere il fatto religioso – dal XIII secolo fino alle guerre di religione, all’assolutismo nazionalista teorizzato dai Richelieu e Mazarino – e però come ti spieghi i Francesco, Caterina da Siena, Ermanno lo Storpio e la folla di santi, i Caravaggio, la riforma, la controriforma e perfino Lutero? Eccetera. Fino ai giorni nostri). Però, io ti dico e so, come un giorno ci disse don Giussani di ritorno da un viaggio insieme in Palestina, che solo ed esclusivamente in un senso hai ragione tu, questo: «Vedendo quei luoghi dove soltanto un’umanità viva, sia pur determinata così embrionalmente e seminalmente, ha potuto attecchire e avere la forza di resistere, di comunicarsi e di travolgere il mondo, risulta chiaro che nella vita della Chiesa di oggi quello che conta è la vivezza di una fede rinnovata e non un potere derivato da una storia, da un’istituzione che si è affermata, o da un ordinamento intellettuale teologico. Ciò che conta è realmente che la vita incominciata in Maria e Giuseppe, in Giovanni e Andrea, sia come riaccesa nel cuore della gente e la folla sia aiutata a un incontro incidente sulla vita così come avvenne alle origini del cristianesimo».

Giacché, fu l’ultimo biglietto di Lutero in punto di morte, «siamo dei mendicanti, questo è vero». Giacché, furono gli ultimi versi di una poesia di Lagerkvist, «Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?/Che colmi tutta la terra della tua assenza?». Giacché Filippo, dopo aver incontrato gli amici che stavano con Lui e lui si era unito a loro, incontrando Natanaele e poi Natanaele incontrando gli altri in una catena di incontri e amicizia che, con tutti i suoi limiti e incoerenze, arriva fino a noi, adesso, e dice: «Vieni e vedi». E questo è tutto, Paolo. Ti auguro la mendicanza, l’interrogativo, l’incontro. «Vieni e vedi», amico.

Paolo Flores d’Arcais

Primo errore (o “scambiato oggetto”) di Amicone: l’“auctoritas” non c’entra nulla. Se due opere di divulgazione sull’origine dell’uomo riassumono al meglio la prima i risultati più aggiornati e accreditati dell’evoluzionismo e la seconda le tesi del racconto biblico inteso alla lettera, non ha alcun senso dire che entrambe fanno ricorso ad una “auctoritas”. L’una fa ricorso al sapere critico-scientifico più aggiornato, l’altra alle fantasie di una dogmatica religiosa. La prima è divulgazione critico-scientifica, la seconda apologetica settario-fondamentalista. Sussumere due criteri opposti come critica e dogmatica sotto una stessa categoria (“auctoritas”) è una delle più note fallacie logiche.

Secondo errore (o “scambiato oggetto”) di Amicone: Ratzinger non è affatto il Maradona della ricerca storica su Gesù (per usare l’orrida metafora calcistica scelta da Amicone: perché imitare la pochezza linguistica di Berlusconi?), al massimo gioca nella Lega dilettanti (neppure in C). I Maradona della ricerca storica su Gesù sono i Geza Vermes, Paula Fredriksen e gli altri nomi da me citati nelle “istruzioni per l’uso”. Ratzinger può certamente essere considerato il Maradona del dogma cattolico, visto che può perfino crearlo, ma quanto alla ricerca storica su Gesù ne sa perfino molto meno di me, come si evince dalla assoluta assenza di riferimenti, nelle sue opere, alla storiografia più accreditata.

Terzo errore (o “scambiato oggetto”) di Amicone: la ricerca storico-critica più seria e accreditata, di cui mi faccio modesto divulgatore, non sostiene affatto che gli apostoli abbiano trafugato il corpo di Gesù e per non dover lavorare o essere zimbello dei correligionari, abbiano inventato la storia del Messia sofferente. Amicone, esemplificando un insieme di tesi altamente corroborate (e che tutte smentiscono i successivi dogmi di Nicea e Calcedonia) con una “sparata” che gli studiosi da me citati mai prenderebbero sul serio, incorre in un’altra fallacia logica ben nota, quella della “testa di turco” o “strawman”: se non puoi ribattere ad una critica, inventatene una di comodo e cerca di far credere che le due siano assimilabili. L’uso di questo genere di fallacia è molto simile alla violazione dell’ottavo comandamento, costituisce perciò una forma di disonestà intellettuale che un buon cattolico dovrebbe evitare come la peste.

Quarto errore (o “scambiato oggetto”) di Amicone: il ricorso a Kierkegaard. Addirittura duplice. Perché K. parla di “imperativo cristiano”, non di imperativo della ricerca storica. Ma la ricerca storica su Gesù deve essere rigorosa secondo i migliori standard della disciplina, non deve affatto essere confessionale: la possono praticare al meglio atei, agnostici, ebrei, ecc. E poichè ciò che è in discussione è proprio l’autoproclamazione di Gesù come Messia, non può essere assunta come premessa della dimostrazione la frase di Giussani che dà per assodato ciò che viene invece posto in dubbio. Più che in dubbio, anzi, perché la testimonianza che Gesù non si proclamò Messia viene proprio dai Vangeli. Gesù usa il “vade retro Satana!” in tre occasioni: quando compie un esorcismo, quando respinge le tentazioni nel deserto, e quando ribatte a Pietro che avanza l’ipotesi della sua messianicità (per altri discepoli è invece un profeta, Elia, un predicatore escatologico, il Battista, ecc.). Non c’è perciò spazio per equivoci: Gesù considera l’affermazione della sua messianicità alla stregua di una tentazione demoniaca, e una “bocca di Satana” colui che la suggerisce. Aggiungiamo: proclamarsi Messia comunque non avrebbe nulla a che fare con il proclamarsi Dio (Seconda Persona): a un ebreo dell’epoca, come Gesù e come tutti i suoi discepoli, sarebbe suonata imperdonabile bestemmia (i discepoli che si convincono delle sue apparizioni post-mortem e che perciò fosse il Messia, non lo divinizzano affatto).

Quinto errore (o “scambiato oggetto”) di Amicone: il metodo critico o “razionalista-storicista” come preferisce dire Amicone, farebbe acqua perché non praticherebbe la “autolimitazione della ragione” di cui parlano Joseph Ratzinger e Ignacio Carbajosa. Ora, il sapere scientifico e il sapere critico (nelle “scienze” umane) praticano l’autolimitazione della ragione come strumento irrinunciabile, avanzano costantemente il dubbio in ogni fase della ricerca, prendono in considerazione tutti i dati e le ipotesi che possano dimostrare falsa la tesi che hanno avanzato. E solo quanto tutti questi tentativi sistematici falliscono, considerano la propria tesi ben corroborata (ma non per questo la immunizzano contro nuovi dubbi). Ma la “autolimitazione della ragione” di Ratzinger-Carbajosa non c’entra nulla con la ricerca critica: è solo la pretesa, del tutto contraddittoria, che la Ragione convaliderebbe la Rivelazione. Contraddittoria, perchè la Rivelazione è tale proprio in quanto non attingibile dalla Ragione (per Paolo è “follia”, non a caso). Ma qui non si sta neppure discutendo se sia dimostrabile la esistenza o la non-esistenza di Dio, qui semplicemente si discute (si dovrebbe discutere) dei risultati più attendibili della ricerca sul “Gesù storico”. Se Ratzinger si fosse limitato a fare il teologo i miei rilievi avrebbero ovviamente dovuto essere del tutto diversi. Ma se pretende di fare opera di storico vero e proprio, la disciplina storica ha i suoi criteri, che vanno rispettati. Non si tratta di una “opzione” ma di uno stringente dovere, anche se a qualcuno può apparire vituperabile “illuminismo”. E tali risultati ci dicono che Gesù non pensò mai di fondare una nuova religione, e neppure la cerchia dei suoi primi discepoli, e neppure Paolo che pure creò una teologia che con la predicazione di Gesù aveva ben poco a che fare. E ci dicono che il capo della prima comunità di Gerusalemme era Giacomo, fratello carnale di Gesù, e ci dicono che Pietro e Paolo si scagliarono anatemi vicendevoli, e ci dicono che fino a quando il cristianesimo non divenne religione di Stato vi furono innumerevoli e incompatibili “cristianesimi” nessuno dei quali eretico perché nessuno dei quali ortodosso (semmai, l’“eresia” ebionita è la più vicina alla predicazione originaria della prima comunità di Gerusalemme), e ci dicono tante altre cose indigeribili per il dogma cattolico e ciò nonostante accertate sotto il profilo storico. Il resto è fede, che ciascuno individuo può vivere come vuole, visto che si crede a una religione “quia absurdum”, come rivendicavano con orgoglio le prime variegatissime generazioni cristiane.
Micromega

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