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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 16, 2011

Quanto è vecchia Lady Gaga


LA TECNOLOGIA non ci consente di inventare il futuro. Semmai, prolunga il passato. Anzi. In un certo senso, la tecnologia ha ucciso il futuro. Il curioso paradosso è il leit motiv di Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato (Isbn), il nuovo saggio del critico britannico Simon Reynolds. Se oggi ci troviamo intrappolati in un “lungo presente”, sospesi in un limbo temporale in cui la distinzione tra oggi e ieri ha perso ogni significato, suggerisce l’autore di Totally Wired, la “colpa” è di internet, dell’iPod, di YouTube, di Pandora, del peer-to-peer e della nuvola che minaccia una pioggia digitale persistente. Una tesi controcorrente, che si schianta frontalmente con l’ottimismo sfrenato dei deterministi tecnologici che venerano Apple, Google, Facebook e Wikipedia. La critica di Reynolds si concentra essenzialmente sulla musica commerciale, ma il suo vero vero bersaglio è la pop culture planetaria all’inizio del ventunesimo secolo. Del resto, non esiste ambito dell’industria creativa che non sia stato profondamente trasformato dai new media, come ben sanno giornalisti, cineasti, scrittori, musicisti: «In ambito culturale, oggi sperimentiamo un bizzarro amalgama di velocità estrema e punti morti. Questo fenomeno permea ogni aspetto del cosiddetto web 2.0: il susseguirsi rapidissimo di notizie (news ufficiali, aggiornamenti in tempo reale, argomenti trendy su Twitter, il chiacchiericcio costante dei blog etc.) è accompagnato dalla caparbia persistenza di detriti nostalgici».
LA FETICIZZAZIONE del passato è particolarmente evidente nella musica pop, che all’innovazione preferisce l’emulazione. Alla rivoluzione il revival. Una tesi per altro già esposta da Jaron Lanier in uno dei capitoli finali dello spumeggiante pamphlet Tu non sei un gadget (Mondadori, 2010), nel quale il rasta di Berkeley definiva «comatoso» lo stato del pop, riconducendo l’odierna crisi creativa alla diffusione incontrollata di offerta in rete. Ossia: l’eccesso di accesso ha sgonfiato la verve creativa delle nuove leve. Citando l’antropologo Steve Barnett, Lanier concludeva che la nostra cultura presenta tutti i caratteri della «pattern exhaustion» (lett. esaurimento di possibili traiettorie). E si chiedeva: «Dov’è la nuova musica? Ogni cosa è retro, retro, retro…». La medesima tesi ria
ppare nel saggio di Reynolds: la musica ha smesso di evolversi. Di crescere. Non ci troviamo in una fase di plateau, ma di vera e propria impasse. La tecnologia ha indubbiamente rivoluzionato il modo di consumare suoni e ultrasuoni - i capitoli migliori del saggio sono dedicati a fenomeni come il collezionismo di file mp3 rari e all’ascesa dell’iPod - ma non ha trasformato la musica in quanto tale. Il lucido pessimismo postmoderno - per cui tutto è già stato prodotto, per tanto non ci resta altro da fare che remixare l’esistente - ha reso impotente l’homo technologicus. Prendi il mash-up, genere che Reynolds liquida come «sterile». Ironicamente, il processo di rallentamento creativo affonda le sue radici negli anni Sessanta, la decade più vitale sul fronte acustico (e non solo) del ventesimo secolo. Un altro paradosso che Reynolds descrive senza veramente spiegare. E si potrebbe notare, en passant, che se da un lato il critico lamenta la fine dell’originalità, dall’altro non definisce l’elusivo termine. Il nostro si limita a registrare che alla passione neofila che caratterizzava i decenni precedenti si è sostituita un’ossessione retro che prevede la riproposizione coatta del recente passato. Ora, il revival permanente non è un fenomeno necessariamente nuovo. Dopo tutto, quasi mezzo secolo fa, McLuhan scriveva che «Una delle caratteristiche essenziali della perdita di identità [tipico dell’era elettronica] è la nostalgia». Lungi dall’essere un fenomeno superficiale, il revival svolge una funzione esistenziale, in quanto «ci dice chi siamo, o per lo meno, chi eravamo». Quello che Reynolds trova scoraggiante è la pervasività del fenomeno, da un lato, e la sua accettazione sociale dall’altro. Detto altrimenti, la nostra società, nel suo complesso, ha smesso di produrre nuovi suoni limitandosi a riciclare/ricreare quelli esistenti. Ma la fine dell’originalità, anziché indignare o indispettire il pubblico – o quanto meno la critica – è stata accolta da una generale indifferenza o persino entusiasmo. Il taglia-e-incolla è diventato il modus operandi di un’intera generazione. Si consideri questo passaggio : «L’arte della riproposizione è strettamente connessa a quella della copia, che abbraccia fenomeni apparentemente distanti come il karaoke, programmi televisivi, la sottocultura delle tribute bands, la fan fiction online e le parodie su YouTube, fino al successo mostruoso di videogame musicali come Rock Band e Guitar Hero». Inoltre, secondo Reynolds siamo vittime (in)con-scienti di una «crisi di uber-documentazione», favorita da fenomeni di pura celebrazione che hanno trovato la loro massima espressione in siti come YouTube: «Oggi, anche la performance musicale più irrilevante viene archiviata all’istante da un membro della band per i posteri o caricata su YouTube come filmati non-ufficiali di un fan via smartphone prima ancora che la performance sia finita». E poi: «YouTube ha raggiunto un importante traguardo: trasmette in streaming oltre due miliardi di video al giorno e rappresenta il terzo sito più visitato al mondo. Ogni minuto, oltre ventiquattro ore di video vengono caricati sui suoi server. Un individuo dovrebbe vivere in media 1700 anni per poter consumare le centinaia di milioni di video presenti online. YouTube non è solo un sito internet e nemmeno una tecnologia: è un intero campo di pratiche culturali». E poi: «Il labirinto proliferante della reminiscenza collettiva indotta da YouTube rappresenta un esempio paradigmatico della “febbre dell’archivio” prodotta dalla cultura digitale (e descritta in tempi non sospetti da Derrida). Nel momento in cui le informazioni culturali si smaterializzano, la nostra capacità di memorizzarle, classificarle e consumarle viene enormemente aumentata e implementata». Ma Reynolds non sembra apprezzare la cosa: «Non esiste alcuna prova che YouTube abbia incrementato in modo significativo la nostra abilità di gestire tutta quella memoria». YouTube causa impazienza, incapacità di concentrazione e aperto disprezzo per modelli narrativi definiti da terzi (il famigerato Autore), celebrando un consumo frantumato, frazionato e superficiale. L’accesso incondizionato e indiscriminato agli archivi musicali del ventesimo secolo ha generato forme di bulimia sonora. E l’iper-stasi della musica pop attuale trova in una figura come Lady Gaga la sua massima - e insieme minima - espressione. Che la superstar più celebrata del ventunesimo secolo sia indistinguibile dalla Madonna di vent'anni fa lo conferma la sua ultima performance agli MTV Awards, dove si è presentata sul palco truccata come il Ralph Macchio di Karate Kid. Siamo intrappolati in un remake di Ritorno al Futuro: gli anni Ottanta non sono mai finiti. Gli anni Ottanta non finiranno. Mai.
di Matteo Bittanti, Saturno

Povero Celant!



NELLA SAGGISTICA, per sua natura specialistica, la ristampa di un volume è un bel traguardo. Quando poi ci si avventura nell’arte contemporanea siamo all’eccezione. Non è accaduto ad esempio a cataloghi di mostre anticipatrici che hanno segnato le trasformazioni degli ultimi trent’anni, come Post Human sulla rivoluzione del corpo che si confrontava con il post-organico, o che hanno fatto scandalo come Sensation, marchio di successo per gli allora Young British Artists. È successo invece a Germano Celant e al suo volume Arte Povera. Storie e Protagonisti pubblicato alla metà degli anni Ottanta e subito esaurito. Un libro importante da un punto di visto storico, ma altrettanto indigesto se si escludono addetti ai lavori e appassionati, in quanto enciclopedico elenco cronologico di mostre collettive. Per questo la ristampa è stata arricchita e aggiornata da un’esaustiva antologia illustrata di scritti dell’autore, da una serie di interviste e da una nuova cronologia di mostre collettive che dal 1971 arriva fino al 2010. Sono passati più di trentanni (era il 1967) da quando il critico di origini genovesi, tra i pochi italiani ad aver ricoperto negli ultimi anni cariche prestigiose oltreoceano, impiega il termine di arte povera per accorpare la ricerca di diversi artisti tra cui Giovanni Anselmo, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio. Da quel momento è nata una sorta di affezione con quegli stessi artisti che l’hanno accompagnato per tutta la sua carriera. Quel tipo di rapporto, a volte quasi esclusivo e dove non mancano momenti d'incontro e scontro, che s’instaura tra il critico e l’artista. Un sodalizio basato sulla condivisione del sapere, sulla visione del futuro che se alimentato, segna i reciproci percorsi. L’uscita del libro, rititolato Arte Povera. Storie e Storie, precede un’impresa che, in tempi di tagli che non hanno risparmiato nessuno, ha del titanico. Ovvero una serie di mostre collegate che attraverseranno l’Italia in lungo e in largo: MAMbo di Bologna, MAXXI di Roma, Castello di Rivoli, Triennale di Milano, GNAM di Roma e Teatro Margherita di Bari. Sulla carta (la lista delle sedi non è ancora ultimata) l’operazione non ha precedenti per il numero di realtà museali nazionali coinvolte su un unico progetto. Un gesto corale, tanto culturalmente doveroso quanto politically correct visto il riconoscimento che viene ormai riservato all’arte povera e ai suoi protagonisti dalla scena artistica internazionale e i positivi riscontri di mercato.
di Daniele Perra, IFQ

Germano Celant, Arte Povera. Storia e storie, Electa, pagg. 640, 70,00;


Arte povera 2011, a cura di Germano Celant, fino a marzo 2012. Prima tappa: Arte povera 1968, dal 24 settembre al 26 dicembre, Bologna, Museo d’Arte Moderna;

www.mambo-bologna.org

Le avventure di Limonov, fascioleninista


LIMONOV NON è un personaggio letterario. È uno scrittore underground russo, icona dei punk e personaggio politico sulfureo, fondatore del partito nazional-bolscevico, un misto di cialtronerie di estrema destra, opposizione politica e nostalgia stalinista. In Italia sono stati tradotti molti dei suoi libri, per lo più autobiografici, tra i quali: Diario di un fallito, oppure un quaderno segreto (Odradek) e Il libro dell’acqua (Alet). Cosa può avere attratto Emmanuel Carrère, scrittore dandy parigino, nella vita di un simile svitato, tanto da dedicargli il suo nuovo, bellissimo libro, Limonov, candidato al Premio Goncourt di quest’autunno? Carrère è ormai un classico della letteratura contemporanea francese. Tradotto in Italia da Einaudi, lo conosciamo tutti per il suo capolavoro, L’avversario, storia di un criminale che liquida l’intera famiglia per non confessare di non essersi mai laureato. Nel magma dell’auto-fiction alla francese, Carrère si distingue per aver inventato un nuovo genere letterario: la “biografia autobiografica”. Già nell’Avversario, Carrère non nascondeva una certa fascinazione per il protagonista. Più recentemente, in La vita come un romanzo russo, e Vite che non sono la mia, prende spunto da vite di altri per parlare in realtà di se stesso, dei suoi lati oscuri. Certo, il fascino per Ed Limonov viene dalla sua familiarità con la Russia. Sua madre, Hélène Carrère d’Encausse, è una sovietologa di fama mondiale che, nel 1978, predisse la caduta dell’URSS nel suo libro L’Empire éclaté. Ma non si può nascondere un suo interesse morboso per gli “spostati”, i personaggi ambigui e fondamentalmente pazzi. Infatti, questa è la sua seconda biografia, dopo il libro dedicato a Philip Dick, Io sono vivo, voi siete morti (Costa & Nolan). Il libro scorre veloce, appassionante, in una carrellata di un’epoca recente e a tratti già lontana: la fine dell’Impero Sovietico, la caduta di Gorbaciov, i miti libertari degli Anni Ottanta, la New York degli intellettuali cocainomani à la Bret Easton Ellis, la crisi jugoslava, la Russia di Putin. Limonov attraversa tutti questi mondi, partendo da un paesino miserrimo dell’Ukraina, deciso a non ripetere la vita proletaria dei suoi genitori. Esce dalla miseria grazie a una donna, Anna, che lo introduce negli ambienti dei poeti bohème di Karkhov, città operaia dove si è trasferita la famiglia. Di lì, con i mestieri più impensabili, tra i quali il sarto di jeans, finalmente a Mosca dove comincia a frequentare il seminario di Arséni Tarkovski, letterato e padre del cineasta Andreï. Una poesia recitata davanti a tutti lo fa notare e lo proietta nel mondo letterario moscovita. S’innamora di Elena, una bellissima escort di un apparatchik. La passione li divora. Entrambi belli e maledetti, diventano presto l’icona di ciò che può essere glamour nell’era grigia di Brezhnev. Elena lo convince a partire per New York, sognando una carriera di modella. Limonov parte nel 1974, lo stesso anno in cui emigra Solzenicyn. Ma l’America è una delusione: Elena lo lascia quasi subito. Limonov cade in depressione, vive per la strada. Una notte gelata, si trova avviluppato a un afro-americano anche lui senza casa. E decide di concedersi un’esperienza omosessuale, che poi descriverà nel suo primo romanzo: Le poète russe préfère les grands nègres, pubblicato in Francia dall’editore di Histoire d’O. Deluso da New York, vola a Parigi, dove incontra il giro degli intellettuali spregiudicati attorno a Jean-Edern Hallier, che tiene un salotto in Place des Vosges dove estrema destra ed estrema sinistra s’incontrano. In Francia, Limonov conosce un successo letterario da marginale, e capisce che è arrivato il momento di rientrare in patria. Così, dal 1990, Limonov rientra in un primo tempo da eroe letterario – la perestrojka ha finalmente permesso di tradurre i suoi libri - poi comincia la carriera politica, e infine conosce la decadenza, la prigione, il partito messo fuorilegge e le delusioni personali. Un Barry Lindon caricaturale, Limonov ha fallito quasi tutto. Eppure la sua vita, raccontata da Carrère, è imperdibile: un affresco storico dei decenni Ottanta e Novanta, che ancora non hanno trovato molti cantori, a cui fa da contrappunto la storia dello stesso Emmanuel e di una generazione intellettuale ambiziosa e persa dopo la fine delle ideologie.
di Gloria Origgi, Saturno

Emmanuel Carrère, Limonov, P.O.L., pagg. 496, 20,00

Arbasino e Crialese, eroi di Premiopoli


Settembre, andiamo: è tempo di premiare. Mentre la penisola boccheggia sotto una cappa di calore africano, i tagli alla cultura costringono scrittori e registi a rocamboleschi “viaggi della speranza” a caccia di assegni, bonifici e felini d'oro. Uno dei casi più strazianti è Alberto Arbasino, intrappolato per un intero weekend a Certaldo, in una logorante sequela di cene, colazioni, “fanfaluche e convenevoli” per la consegna del Premio Boccaccio. Proprio sul più bello, quando finalmente la cerimonia stava per iniziare, l'autore di America amore, estenuato dall' attesa, si è alzato con un bel “Vaffa...” ed è corso alla stazione in tempo per acchiappare l'ultimo Frecciarossa. Nel frattempo, un altro dei premiati , Enrico Mentana, atterrava con l'elicottero nel vicino campo sportivo. Per un lunghissimo quarto d'ora, l'intero sistema nazionale dei trasporti ha sfiorato il collasso. Peggio ancora i promotori del premio, che si sono vista rovinata la festa del trentennale. Arbasino rifiuta il Boccaccio? Che schiaffo per Certaldo. Solo un concitato scambio di telefonate col sindaco Andrea Campinoti ha convinto lo sdegnoso saggista a incassare l'assegno di 5 mila euro, senza più scomodarsi dalla sua casa romana. Altra odissea memorabile, quella di Emanuele Crialese, Leone speciale della giuria di Venezia per il suo Terraferma. Si sfoga il registaconValerioCappellidel Corriere della sera: «L'aereo da Lampedusa non riusciva a decollare, motori spenti per due volte. Avevodecisodiscendereenonripartire più. Un charter per Rimini mi ha fatto cambiare idea. Abbiamo proseguito su uncamioncinosenzaammortizzatori.Al Lido ero stordito, teso, come uscito da una lavatrice». Un naufrago, un clandestino, insomma, come quelli del suo film. Avrebbero dovuto avvisare la capitaneria di porto, la Caritas, il commissariato dell'Onu per i rifugiati. Anche perché, dopo le polemiche seguite al premio, con le accuse di pressioni politiche in suo favore, Crialese ora minaccia di emigrare. Forse il Leone (e perché no, anche il Boccaccio) era meglio darlo al Kung Fu Panda. Quello almeno, invece di lamentarsi o di mandare “affa...” i giurati, li atterra con una zampata.
di Riccardo Chiaberge, Saturno

settembre 09, 2011

La Bovary non morirà


I CLASSICI sono quei libri che tutti hanno sentito nominare ma pochissimi hanno letto. Il cosiddetto lettore medio, quello da uno o due libri al mese, non li frequenta. Per lui o lei la lettura non si identifica con la letteratura, ma con la pratica di quel che passa il convento, cioè il commercio. Si va in libreria per vedere che cosa è uscito; per stare al passo con le classifiche; per onorare la vetrina; per obbedire da bravi consumatori ai comandi dell’industria editoriale. Conosco molti lettori me-di: nessuno si prende la briga di comprarsi un’edizione di Madame Bovary o dell’Iliade. Nessuno si ribella alle pretese dei premi e delle mode. Il classico annoia, spaventa; è pesante, è difficile; richiede studio, concentrazione. Per fortuna c’è la scuola, finché c’è: il liceo e l’università. Lì i classici sono al sicuro, o almeno così dovrebbe essere: le eccezioni, infatti, si sprecano. Comunque, un classico non è per sempre. I classici vanno e vengono; per dirla con uno di loro, già sta nascendo quello che caccerà questo dal nido. L’Eneide di Virgilio, il maggiore classico dell’occidente, ha ridotto a fossile l’epica di Ennio, che la fece da grande libro dei Romani per tutto il secolo e mezzo precedente (non a caso a noi è arrivata in briciole). L’Iliade e l’Odissea hanno sgominato decine di poemi concorrenti. Il Don Chisciotte di Cervantes ha messo in ombra tutta la letteratura cavalleresca dalla quale ha tratto nutrimento. E così via. Ogni sì, impegnativi, sì, complessi, sì tutto quel che, a torto o a ragione, se ne dice – sono una scuola di felicità. Posso suggerire solo quali, secondo me, dovrebbero non solo sopravvivere, ma finalmente essere letti da tutti coloro che pretendono di essere lettori: le Storie di Erodoto, perché insegnano la varietà del mondo (chi non ha il coraggio di affrontarle ci arrivi attraverso quel prezioso libro di Ryszard Kapuscinski, In viaggio con Erodoto, se ancora sarà reperibile da qualche parte, tra cent’anni); il Decameron di Boccaccio, perché mostra che la mia soddisfazione nasce dall’accordo di tutte le parti sociali; Madame Bovary, perché è un laboratorio di errori; Il rosso e il nero, perché cultura ha i suoi classici, e le culture sono tante, in ogni epoca. E dei nostri classici – di noi compratori di rotocalchi – quali ritroveremo tra un secolo? Quali possiamo immaginare che riceveranno ancora, nel 2111, gli onori degli studiosi e il rispetto un po’ annoiato di coloro che li hanno sentiti nominare almeno una volta nella vita? Mah, davvero difficile rispondere. La gente sembra che possa andare avanti benissimo senza di loro. Eppure la gente è infelice, e avrebbe un gran bisogno di imparare a star meglio. I classici la giovinezza come corsa; le Lettere a Lucilio di Seneca, perché contengono un uomo che sa parlare a un altro; l’Odissea, perché il protagonista sa parlare di se stesso e non smette un momento di interpretare i segni della realtà; la Ricerca del tempo perduto, perché rivela che non c’è niente in noi che non sia legato al passato; l’Orlando furioso, perché fa vedere che un evento non è che il filo di una trama di altri in-contabili eventi e che io esisto insieme all’umanità intera, e sono qui e altrove; i Carmi di Catullo, l’opera di un giovane di genio che crede nel potere delle parole; la Montagna incantata, perché insegna che la malattia appartiene alla vita; l’Eneide, perché studia il dolore in tutte le sue possibili manifestazioni; l’Ippolito di Euripide, perché mette in scena la dignità dei figli; il Canzoniere di Petrarca, perché dimostra che l’amore non è un assoluto ma relazione e costruzione, con tutti i pericoli che ciò comporta; la Divina commedia, perché crede nel cambiamento dell’individuo; l’Autobiografia di Canetti, perché offre l’esempio di un uomo che ha vissuto in cento modi, nei luoghi e nei libri, e non ha sprecato un solo momento della sua esistenza; Gita al faro, perché mostra di quante esperienze meravigliose sia piena un’attesa…
di Nicola Gardini, Saturno

I feticisti della carta


NEL NOSTRO MONDO occidentale è piuttosto diffusa una setta di seguaci di una divinità dall’apparenza minore, ma in realtà molto influente. Vi appartengono uomini e donne di ogni età, tutti legati alla cosiddetta industria culturale: scrittori, editori, giornalisti, pensatori a vario titolo e professori universitari. Il loro dio è l’impasto di cellulosa sbiancata e pressata volgarmente detto carta. Non la carta in generale però, ma quella che si manifesta in fogli rilegati fra loro e destinati a ospitare la scrittura stampata, vale a dire nella forma del libro. Pare che il papiro essiccato, meglio se scritto e antichissimo, fosse particolarmente apprezzato dalle tribù nomadi del deserto, che se lo fumavano alla luce della luna nelle lunghe soste carovaniere. Allo stesso modo, si dice che i confratelli di questo ordine iniziatico si riuniscano nei salotti delle loro comode case per scambiarsi le pipe riempite con i lacerti delle loro ultime opere, sotto lo sguardo benevolo del Gran Maestro. Mai come oggi è facile riconoscere gli appartenenti alla setta degli adoratori della carta. Basta chiedere a bruciapelo un parere sul libro digitale: quelli che rispondono “il libro vero è un’altra cosa”, sono adepti. Se c’è qualcosa di più irritante dei fanatici del silicio che si lanciano in fosche e sempre fallaci profezie sulla fine della carta, sono proprio i fanatici della carta convinti che il libro sia l’unico modo nel quale il pensiero può incarnarsi e rivelarsi agli uomini, come lo Spirito Santo si è incarnato in Cristo. Qualche tempo fa Umberto Eco ha fornito su questo aspetto dettagli definitivi: il libro è un miracolo ispirato direttamente dall’anatomia umana, e in quanto tale è un’invenzione perfetta, punto e basta. Le motivazioni sono in effetti schiaccianti: il libro si può sfogliare, si possono prendere appunti, si possono fare gli orecchi, non ha bisogno di batteria, e soprattutto ha qualcosa che il suo surrogato elettronico non potrà mai avere: il fascino. C’è qualcosa di più appagante dell’odore della carta nelle sue infinite grammature e del godimento del polpastrello che scorre sulla pagina? Per gli uomini di cultura, in particolare quelli di una certa età, l’unità di misura della potenza intellettuale è data dalla lunghezza in metri lineari degli scaffali della propria libreria; è normale, dunque, che l’idea che tutto il sapere accumulato negli anni possa stare comodamente in una scheda di memoria da qualche gigabyte, provochi un senso di irritazione e di spaesamento. Pur essendo abituati a largheggiare da professionisti nelle prospettive storiche, faticano un po’ a relativizzare loro stessi e a considerarsi a loro volta come immersi nel travolgente flusso del divenire; ragion per cui le loro gerarchie sono tutte costruite in relazione all’universo sensoriale nel quale sono cresciuti e si sono guadagnati le loro ambitissime rendite di posizione. L’odore della carta allora va bene, ma quello del policarbonato no; il fruscio delle pagine è poetico, mentre lo scricchiolio della testina che legge il disco rigido è solo fastidioso, e così via. Anche lo scriba egiziano, o il copista medievale, avranno avuto del resto le proprie idiosincrasie. Mentre però gli adoratori della carta e i loro allievi accarezzano commossi la cellulosa, tutto intorno a loro sta cambiando senza che, non dico se ne accorgano, ma che sentano il bisogno di capire un po’ meglio e con maggiore disponibilità mentale quello che accade e sta per accadere in relazione a un ambito, quello della digitalizzazione dei contenuti, che da tempo non riguarda più soltanto il background produttivo degli editori, ma investe dalle fondamenta tutta la filiera editoriale, dallo scrittore, al distributore, al libraio, all’ultimo dei lettori. In questo articolato processo di cambiamento, mi permetto di dire che il problema dell’odore della carta è piuttosto secondario; e ridurre tutto a un fenomeno di costume buono per rotocalchi estivi non fa onore all’acume critico di questi intellettuali, che giustamente tuonano dall’alto dei loro scranni olimpici quando vedono trattare i loro fenomeni storici preferiti con la stessa distratta nonchalanche. Del resto, se la curiosità per gli stipendiati della cultura dovrebbe essere un dovere professionale, non è tuttavia obbligatorio esprimere pareri. Ci sono tantissimi argomenti sui quali è lecito pontificare inanellando fumo, senza sapere esattamente dove ci si trova e che anno è.
di Dino Baldi, Saturno

Premiato marchettificio Mondadori


Segrate dà una consulenza a Bondi, caccia uno stimato collaboratore e pubblica Alfano, Sacconi e Lupi. Augias: “Troppi tre politici della maggioranza”

Siccome stiamo diventando un popolo di semi-analfabeti, Mondadori ha trovato una comoda soluzione, avviando al suo interno un processo di alfabondizzazione: Sandro Bondi, ex ministro ai Beni culturali è stato premiato dal premier-padrone con un contrattino di consulenza per la saggistica italiana, forte dello straordinario successo del suo ultimo pamphlet La cultura è libertà, in cui si produce in un’accurata analisi del pensiero di Antonio Gramsci. L’ex ministro era già stato gratificato con una rubrica di recensioni letterarie su Panorama.
E NON SI PUÒ dire che abbia un ghostwriter, ci sono le prove: “Finalmente un libro che ci invita a riflettere” (recensione di Addio alla natura di Gianfranco Marrone, Einaudi); “Finalmente parole cristiane, capaci di rivolgersi al cuo
re trepidante e alla ragione dubbiosa dell’uomo moderno” (recensione di Perché restare cristiani di Paolo Curtaz, Mondadori). Finalmente un critico letterario, preparato, libero e senza conflitti d’interesse. Vedremo se continuerà a scrivere di libri (specie di quelli di casa), dopo aver incassato la generosa collaborazione direttamente dalla sua musa preferita (indimenticabile la poesia di leopardiana memoria A Silvio: “Vita assaporata/ Vita preceduta/ Vita inseguita/ Vita amata”). Per ora gli tocca d’incassare il caustico commento di Antonio Pennacchi: “Mi viene un pò da ridere...Mi ci vedo proprio a discutere di un libro con lui!”. In linea con le nuove politiche editoriali, pure le prossime uscite in calendario a Segrate: La mafia uccide d’estate opera di un altro ex ministro, Angelino Alfano (sarà dedicato allo stalliere di corte, Vittorio Mangano?) e Che ci faccio qui di Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera che finalmente risponderà all’interrogativo di milioni di cittadini. I quali ricordano tra i suoi meriti l’aver fatto da padrino al battesimo di Magdi Allam divenuto poi Cristiano e l’aver scritto con Formigoni una lettera ai cattolici per sospendere il giudizio morale su Berlusconi a proposito di Ruby. La missiva era firmata anche da Maurizio Sacconi, altro ministro targato B, pure lui in uscita con un libro. Manca solo un saggio di Nicole Minetti (Igiene dentale e civiltà?), per distruggere i bilanci di Segrate. Che non è certo nuova a pubblicare opere di politici amici (Brunetta, Tremonti, perfino Cicchitto). Ma almeno il precedente direttore, Gianni Ferrari, tentava di nascondere le uscite più imbarazzanti. La notizia del Bondage a Segrate arriva insieme a quella del licenziamento di Andrea Cane (vedere articolo a fianco), apprezzato editor di Mondadori: la coincidenza non è piaciuta a molti autori che hanno scritto una lettera, pubblicata ieri da Repubblica: “È per noi motivo di grande stupore che Mondadori abbia pensato di fare a meno della collaborazione di Andrea Cane. Stupore che si tinge di profonda inquietudine, alla notizia che la casa editrice avrebbe di recente arruolato come consulente per per la saggistica l’ex ministro Sandro Bondi”.
Corrado Augias, al telefono, è ancora più preciso. E spiega: “Due elementi mi hanno sorpreso nel ‘licenziamento’ di Cane. Il provvedimento in sé e il modo. Non si manda via un editor esperto e attento come lui, non lo si manda via in
quel modo. C’è stato nel provvedimento un più di brutalità che attribuisco al clima cambiato della casa editrice, credo su ispirazione del presidente Marina Berlusconi. Me lo confermano le uscite di ben tre libri di uomini politici. Che un editore pubblichi libri di politici va benissimo, hanno diritto anche loro di scrivere”. Cos’è allora che non va nei tre titoli annunciati? “Non va che siano tre politici della maggioranza. Alla Mondadori devono rendersi conto che un libro di Alfano o di Lupi o di Sacconi va benissimo. Tre libri insieme diventano un brutto segnale. Via Cane dentro Bondi è un altro brutto segnale. Ho molto rispetto per Bondi: ha fatto male, anzi malissimo, il minist
ro della Cultura perché non era il suo mestiere, un pesce fuor d’acqua. Come lo era Urbani prima   di lui. Per fare il ministro della cultura, soprattutto in Italia con il putiferio di cose che abbiamo, bisogna avere competenza e passione. Bondi ha detto obbedisco e s’è trovato nei guai. Ha fatto bene ad andarsene. Male invece ha fatto la Mondadori a offrirgli una consulenza per la saggistica. Sono mestieri difficili, Cane lo faceva benissimo. Dubito che Bondi possa fare altrettanto”. Mondadori tenta una precisazione per bocca del direttore generale Riccardo Cavallero: “Mai e poi mai è successo e succederà in Mondadori che figure con ruolo esplicitamente e attivamente politico e militante possano assumere responsabilità editoriali e manageriali”. Non smentisce la consulenza ed è peggio la toppa del buco.
MA PERCHÉ tanto stupore ora? Einaudi rifiutò un Nobel, José Saramago (vende più di Alfa-no), perché parlava male del nostro premier. Marina Berlusconi ha attaccato più volte Roberto Saviano (il quale, a differenza di qua
nto scrive Repubblica, ha ancora un contratto con Mondadori per Cocaina). Perché Mondadori dovrebbe essere diversa dagli altri avamposti del potere berlusconiano (Mediaset, Rai, giornali vari), usati per piazzare amici, ingraziarsi potenziali nemici e fidelizzare cortigiani e cortigiane?
di Silvia Truzzi, IFQ