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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 09, 2011

I feticisti della carta


NEL NOSTRO MONDO occidentale è piuttosto diffusa una setta di seguaci di una divinità dall’apparenza minore, ma in realtà molto influente. Vi appartengono uomini e donne di ogni età, tutti legati alla cosiddetta industria culturale: scrittori, editori, giornalisti, pensatori a vario titolo e professori universitari. Il loro dio è l’impasto di cellulosa sbiancata e pressata volgarmente detto carta. Non la carta in generale però, ma quella che si manifesta in fogli rilegati fra loro e destinati a ospitare la scrittura stampata, vale a dire nella forma del libro. Pare che il papiro essiccato, meglio se scritto e antichissimo, fosse particolarmente apprezzato dalle tribù nomadi del deserto, che se lo fumavano alla luce della luna nelle lunghe soste carovaniere. Allo stesso modo, si dice che i confratelli di questo ordine iniziatico si riuniscano nei salotti delle loro comode case per scambiarsi le pipe riempite con i lacerti delle loro ultime opere, sotto lo sguardo benevolo del Gran Maestro. Mai come oggi è facile riconoscere gli appartenenti alla setta degli adoratori della carta. Basta chiedere a bruciapelo un parere sul libro digitale: quelli che rispondono “il libro vero è un’altra cosa”, sono adepti. Se c’è qualcosa di più irritante dei fanatici del silicio che si lanciano in fosche e sempre fallaci profezie sulla fine della carta, sono proprio i fanatici della carta convinti che il libro sia l’unico modo nel quale il pensiero può incarnarsi e rivelarsi agli uomini, come lo Spirito Santo si è incarnato in Cristo. Qualche tempo fa Umberto Eco ha fornito su questo aspetto dettagli definitivi: il libro è un miracolo ispirato direttamente dall’anatomia umana, e in quanto tale è un’invenzione perfetta, punto e basta. Le motivazioni sono in effetti schiaccianti: il libro si può sfogliare, si possono prendere appunti, si possono fare gli orecchi, non ha bisogno di batteria, e soprattutto ha qualcosa che il suo surrogato elettronico non potrà mai avere: il fascino. C’è qualcosa di più appagante dell’odore della carta nelle sue infinite grammature e del godimento del polpastrello che scorre sulla pagina? Per gli uomini di cultura, in particolare quelli di una certa età, l’unità di misura della potenza intellettuale è data dalla lunghezza in metri lineari degli scaffali della propria libreria; è normale, dunque, che l’idea che tutto il sapere accumulato negli anni possa stare comodamente in una scheda di memoria da qualche gigabyte, provochi un senso di irritazione e di spaesamento. Pur essendo abituati a largheggiare da professionisti nelle prospettive storiche, faticano un po’ a relativizzare loro stessi e a considerarsi a loro volta come immersi nel travolgente flusso del divenire; ragion per cui le loro gerarchie sono tutte costruite in relazione all’universo sensoriale nel quale sono cresciuti e si sono guadagnati le loro ambitissime rendite di posizione. L’odore della carta allora va bene, ma quello del policarbonato no; il fruscio delle pagine è poetico, mentre lo scricchiolio della testina che legge il disco rigido è solo fastidioso, e così via. Anche lo scriba egiziano, o il copista medievale, avranno avuto del resto le proprie idiosincrasie. Mentre però gli adoratori della carta e i loro allievi accarezzano commossi la cellulosa, tutto intorno a loro sta cambiando senza che, non dico se ne accorgano, ma che sentano il bisogno di capire un po’ meglio e con maggiore disponibilità mentale quello che accade e sta per accadere in relazione a un ambito, quello della digitalizzazione dei contenuti, che da tempo non riguarda più soltanto il background produttivo degli editori, ma investe dalle fondamenta tutta la filiera editoriale, dallo scrittore, al distributore, al libraio, all’ultimo dei lettori. In questo articolato processo di cambiamento, mi permetto di dire che il problema dell’odore della carta è piuttosto secondario; e ridurre tutto a un fenomeno di costume buono per rotocalchi estivi non fa onore all’acume critico di questi intellettuali, che giustamente tuonano dall’alto dei loro scranni olimpici quando vedono trattare i loro fenomeni storici preferiti con la stessa distratta nonchalanche. Del resto, se la curiosità per gli stipendiati della cultura dovrebbe essere un dovere professionale, non è tuttavia obbligatorio esprimere pareri. Ci sono tantissimi argomenti sui quali è lecito pontificare inanellando fumo, senza sapere esattamente dove ci si trova e che anno è.
di Dino Baldi, Saturno

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