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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 16, 2011

Le avventure di Limonov, fascioleninista


LIMONOV NON è un personaggio letterario. È uno scrittore underground russo, icona dei punk e personaggio politico sulfureo, fondatore del partito nazional-bolscevico, un misto di cialtronerie di estrema destra, opposizione politica e nostalgia stalinista. In Italia sono stati tradotti molti dei suoi libri, per lo più autobiografici, tra i quali: Diario di un fallito, oppure un quaderno segreto (Odradek) e Il libro dell’acqua (Alet). Cosa può avere attratto Emmanuel Carrère, scrittore dandy parigino, nella vita di un simile svitato, tanto da dedicargli il suo nuovo, bellissimo libro, Limonov, candidato al Premio Goncourt di quest’autunno? Carrère è ormai un classico della letteratura contemporanea francese. Tradotto in Italia da Einaudi, lo conosciamo tutti per il suo capolavoro, L’avversario, storia di un criminale che liquida l’intera famiglia per non confessare di non essersi mai laureato. Nel magma dell’auto-fiction alla francese, Carrère si distingue per aver inventato un nuovo genere letterario: la “biografia autobiografica”. Già nell’Avversario, Carrère non nascondeva una certa fascinazione per il protagonista. Più recentemente, in La vita come un romanzo russo, e Vite che non sono la mia, prende spunto da vite di altri per parlare in realtà di se stesso, dei suoi lati oscuri. Certo, il fascino per Ed Limonov viene dalla sua familiarità con la Russia. Sua madre, Hélène Carrère d’Encausse, è una sovietologa di fama mondiale che, nel 1978, predisse la caduta dell’URSS nel suo libro L’Empire éclaté. Ma non si può nascondere un suo interesse morboso per gli “spostati”, i personaggi ambigui e fondamentalmente pazzi. Infatti, questa è la sua seconda biografia, dopo il libro dedicato a Philip Dick, Io sono vivo, voi siete morti (Costa & Nolan). Il libro scorre veloce, appassionante, in una carrellata di un’epoca recente e a tratti già lontana: la fine dell’Impero Sovietico, la caduta di Gorbaciov, i miti libertari degli Anni Ottanta, la New York degli intellettuali cocainomani à la Bret Easton Ellis, la crisi jugoslava, la Russia di Putin. Limonov attraversa tutti questi mondi, partendo da un paesino miserrimo dell’Ukraina, deciso a non ripetere la vita proletaria dei suoi genitori. Esce dalla miseria grazie a una donna, Anna, che lo introduce negli ambienti dei poeti bohème di Karkhov, città operaia dove si è trasferita la famiglia. Di lì, con i mestieri più impensabili, tra i quali il sarto di jeans, finalmente a Mosca dove comincia a frequentare il seminario di Arséni Tarkovski, letterato e padre del cineasta Andreï. Una poesia recitata davanti a tutti lo fa notare e lo proietta nel mondo letterario moscovita. S’innamora di Elena, una bellissima escort di un apparatchik. La passione li divora. Entrambi belli e maledetti, diventano presto l’icona di ciò che può essere glamour nell’era grigia di Brezhnev. Elena lo convince a partire per New York, sognando una carriera di modella. Limonov parte nel 1974, lo stesso anno in cui emigra Solzenicyn. Ma l’America è una delusione: Elena lo lascia quasi subito. Limonov cade in depressione, vive per la strada. Una notte gelata, si trova avviluppato a un afro-americano anche lui senza casa. E decide di concedersi un’esperienza omosessuale, che poi descriverà nel suo primo romanzo: Le poète russe préfère les grands nègres, pubblicato in Francia dall’editore di Histoire d’O. Deluso da New York, vola a Parigi, dove incontra il giro degli intellettuali spregiudicati attorno a Jean-Edern Hallier, che tiene un salotto in Place des Vosges dove estrema destra ed estrema sinistra s’incontrano. In Francia, Limonov conosce un successo letterario da marginale, e capisce che è arrivato il momento di rientrare in patria. Così, dal 1990, Limonov rientra in un primo tempo da eroe letterario – la perestrojka ha finalmente permesso di tradurre i suoi libri - poi comincia la carriera politica, e infine conosce la decadenza, la prigione, il partito messo fuorilegge e le delusioni personali. Un Barry Lindon caricaturale, Limonov ha fallito quasi tutto. Eppure la sua vita, raccontata da Carrère, è imperdibile: un affresco storico dei decenni Ottanta e Novanta, che ancora non hanno trovato molti cantori, a cui fa da contrappunto la storia dello stesso Emmanuel e di una generazione intellettuale ambiziosa e persa dopo la fine delle ideologie.
di Gloria Origgi, Saturno

Emmanuel Carrère, Limonov, P.O.L., pagg. 496, 20,00

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