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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 28, 2011

Barocco pugliese


ABOLITA la quarta parete, sdoganato il dialetto, il corpo dell’attore ha da essere nudo, il testo può venire tagliato, copiato, incollato, strattonato ai fini della messinscena, il teatrante, la performance sono più importanti dell’autore, l’illusion comique è morta. Non è un bigino di storia del teatro contemporaneo, ma il pot-pourri imbastito da Fibre Parallele nell’ultimo lavoro Have I none: vincitore del premio Hystrio-Castel dei Mondi 2011, lo spettacolo è ora in scena all’Elfo Puccini di Milano, che fino a metà novembre ospiterà giovani gruppi pugliesi (altra compagnia già acclamata i Cantieri Teatrali Koreja).
Scritta da Edward Bond nel 2004, la pièce è ambientata in un ipotetico 2077, un tempo in cui il passato è stato abolito, i legami familiari cancellati e dilaga un’epidemia di suicidi. A turbare l’esistenza di Jams e Sara, coppia ordinaria, è un forestiero piombato loro in casa all’improvviso: dice di essere il fratello della donna, contravvenendo così alla damnatio memoriae e sconvolgendo i precari equilibri domestici…
L’asciuttezza della trama e la crudezza del testo si perdono però in mille trovate registiche e attoriali, per di più costrette in uno spazio angusto: la scena è più soffocante della cucina di Clov, «tre metri per tre metri per tre metri», tagliata da fastidiosi e intermittenti fasci di luce attraverso stufe-proiettori basculanti, ingombra di mobiletti e minacciata da un precario soffitto di piccioni
morti (citazione di Maurizio Cattelan?). Licia Lanera e Riccardo Spagnuolo (oltre che registi, interpreti insieme a Maria Luisa Longo) complicano non poco l’algida drammaturgia del londinese Bond, in primis con la recitazione sopra le righe, le musiche a effetto, i fermo immagine densi di pathos. Il risultato è un bazar di segni e registri, di fronte a cui è difficile non solo emozionarsi ma persino seguire la trama, capire: lo sfoggio di forme e codici si traduce in retorica, in un generico barocco pugliese, quasi folcloristico. Have I none ne esce trapuntato di orpelli e fronzoli, come se «l’immaginazione debba essere priva di controllo, viaggiare a ruota libera, non conoscere vincoli», spiegò in un’intervista Edward Bond. «Sbagliato. Avere immaginazione non significa sognare. L’immaginazione si esercita nella veglia e deve possedere un senso, una sua logica».
di Camilla Tagliabue, Saturno

Have I none, Milano, Teatro Elfo Puccini, fino al 30 ottobre;
“Puglia in scena” fino al 13 novembre;

www.elfo.org

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