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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 21, 2011

Divorzio all'iraniana


“Una separazione” di Asghar Farhadi, Orso d’Oro 2011: un buon film caleidoscopico e un antidoto all’integralismo
HA UN PRIMO, grande merito il film del regista iraniano Asghar Farhadi Una separazione, trionfatore all’ultimo Festival di Berlino: qualunque spettatore, vedendolo, non può esimersi dal praticare un po’ di sana palestra cognitiva. Per poco più di due ore, Asghar Farhadi ti obbliga infatti a cambiare continuamente il punto di vista a partire dal quale osservi le cose. Ti induce ad adottare lo sguardo dell’altro. Ti chiede di provare a guardare il mondo da un’altra angolazione prospettica. All’inizio, nella sequenza di apertura, ti pone nella posizione di un giudice (invisibile) che ascolta e osserva una giovane coppia intenzionata a divorziare: lei – la moglie – ha ottenuto il visto per l’espatrio e vorrebbe andarsene dall’Iran – poco dopo le contestate elezioni del 2009 – per garantire a sua figlia adolescente e in fondo anche a se stessa un futuro migliore; lui – il marito – ha un anziano padre malato di Alzheimer da accudire, e non se la sente di abbandonarlo, lasciandolo al suo destino. La nostra identificazione con il magistrato che ascolta, interroga e cerca di formulare un giudizio è sollecitata, anche tecnicamente, dall’uso di una soggettiva (cioè quella particolare inquadratura che obbliga lo spettatore a vedere con gli occhi di un determinato personaggio). Ma poi, quando dall’inquadratura fissa si passa alla macchina a mano, la sceneggiatura diventa una sorta di drammaturgia a staffetta che passa il testimone a vari personaggi, facendoci vedere il disoccupato esasperato e incattivito con gli occhi del borghese che si sente offeso da lui, ma anche il borghese offeso e un po’ sprezzante con gli occhi del disoccupato. Asghar Farhadi incrocia e sovrappone di volta in volta il punto di vista maschile e quello femminile, la visione laica e quella religiosa, il punto di vista dei padri e quello dei figli, in un gioco a focalizzazione mobile praticamente infinito. Cinema come esercizio di pluralismo prospettico, come antidoto all’integralismo. Ma anche come parabola sulla difficoltà/impossibilità di giudicare. Perché un altro grande pregio del film è che riesce a farci capire e condividere le ragioni di tutti i personaggi. Che sono quasi sempre ragioni inconciliabili e incompatibili, ma comprensibili.
Di chi è la colpa di quel che abbiamo visto succedere? Chi ha la responsabilità – sia pure preterintenzionale – dell’aborto involontario della donna
che il marito aveva assunto come badante del vecchio padre dopo la separazione dalla moglie? Tutti e nessuno, perché nel film di Asghar Farhadi la colpa circola e si sposta, come in una “congiura degli innocenti” in cui tutti sono convinti di saper bene chi è il colpevole, ma in un universo in cui le interpretazioni configgono, le versioni cozzano e la verità – se c’è – è sempre altrove.
Costruito su alcune grandi ellissi narrative che sottraggono allo spettatore la visione diretta dei fatti più “controversi”, Una separazione è un film molto diverso da quelli a cui il cinema iraniano ci aveva abituato negli ultimi anni: non ha infatti né il realismo poetico di Abbas Kiarostami né la radicalità politica di Yafar Panahi (il cineasta imprigionato dal regime di Teheran). Farhadi persegue piuttosto un cinema “glocale” che – pur saldamente radicato nello spazio del suo paese – riesca a essere a suo modo anche universale. Ambien
tata a Teheran, la vicenda potrebbe svolgersi indifferentemente a Mosca, a Milano o a Seoul. Perché l’approccio di Farhadi è antropologico ed esistenziale più che geografico e sociologico. Anche se poi è raro trovare nel cinema contemporaneo autori capaci di ancorare una storia a un sentimento dello spazio così preciso come fa Farhadi. Fateci caso: a cominciare dalla porta di casa del protagonista e di sua figlia (la soglia-spiraglio attorno a cui tutto accade), quasi ogni scena del film è inquadrata dietro un vetro, o ritagliata dentro lo stipite di una porta o di una finestra. Come se la scenografia volesse essere il correlativo oggettivo del destino concentrazionario dei personaggi. Come se la separazione non fosse solo quella fra i coniugi protagonisti, ma anche quella – ben più radicale – che separa lo sguardo dal suo oggetto. E il cinema dalla vita.
di Gianni Canova, Saturno
Una separazione, di Asghar Farhadi, 123’, Iran

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