______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 21, 2011

E ora Libeskind si dà alla scultura


Il museo di storia militare di Dresda, sua ultima opera, è una freccia alta cinque piani: ottimo esempio di contaminazione tra arti plastiche

ERA STATO DATO per spacciato. Dopo aver completato nel 1998 lo splendido museo ebraico di Berlino che aveva attratto centinaia di migliaia di visitatori per vederlo prima ancora che fossero pronti gli allestimenti interni, Daniel Libeskind aveva fatto tre cose sbagliate. Aveva scatenato l’invidia dei colleghi vincendo il concorso del secolo per la ricostruzione di Ground Zero a New York, sottraendolo a progettisti culturalmente più influenti, quali Peter Eisenman, e mettendosi in contrapposizione con l’onnipotente David Childs della multinazionale di progettazione SOM; aveva ottenuto troppi incarichi ai quali aveva risposto con progetti non sempre all’altezza come nel caso del pessimo grattacielo CityLife di Milano; era passato di moda nel senso che la sua poetica fortemente scultorea e decisamente metaforica non tirava più. Nel periodo di quaresima odierno, in cui gli architetti si nascondono dietro il verde e allestiscono forme minimali e anoressiche, sembravano essere bandite le geometrie dirompenti, dinamiche ed esplosive di chi, come lui, attraverso un edificio vuole raccontare una storia e farci la morale.
Ma Libeskind spacciato non è affatto. Anzi con l’ultima opera, inaugurata il 14 ottobre, il museo della storia militare a Dresda, sembra il contrario. L’intervento è deciso: conservare un edificio ottocentesco, monumentale e retorico, sfuggito ai bombardamenti alleati del 1945 che rasero al suolo la città provocando 25.000 morti, inserendogli nella zona centrale, a mo’ di cuneo, una freccia di cinque piani di altezza. Un inserto di inusitata violenza che destabilizza il prospetto principale, le sale interne e la corte aperta sul retro. Il prospetto principale perché, trafitto da un corpo a punta, è reso asimmetrico e squassat
o. Le stanze interne perché, invase da una geometria triangolare, perdono il loro andamento ordinato e rettilineo. La corte perché è messa a soqquadro dalle due ali della freccia, ognuna delle quali va in una propria direzione. Evidente la metafora bellica: il nuovo si insinua come un proiettile nel vecchio. Ma Libeskind è troppo intelligente per fermarsi a una proposta di lettura così scontata. L’inserto, in lamiera traforata, diventa un punto di osservazione da cui guardare la città. Non solo un segno di violenza, ma di rigenerazione. Un invito a considerare la storia come sovrapporsi di eventi. E quindi un indiretto monito al modo in cui Dresda è rinata dopo essere stata rasa al suolo. I principali monumenti della città tedesca sono stati infatti ricostruiti come erano e dov’erano prima della guerra, nel tentativo assurdo di voler recuperare il passato, dimenticandone però una parte, quella più dolorosa , del nazismo e delle sue conseguenze. Opera-segno, il museo di Libeskind, con buona pace dei tradizionalisti, per i quali l’architettura è architettura e basta, mostra che si possono realizzare edifici eccellenti in cui i confini tra scultura e architettura sono precari. O, come diceva scherzosamente Claes Oldenburg, si possa riconoscere che si tratta dell’una o dell’altra solo dalla presenza, all’interno, dei servizi igienici. Il problema infatti non è se sia lecito attingere alla scultura, ma come. Nel senso che lo si può fare bene o male. Ma ciò, del resto, vale anche per le architetture-architetture e per le sculture-sculture che possono essere ottime, buone, mediocri o pessime. Anzi mentre è probabile che la chiusura genetica determini il cretinismo, gli sconfinamenti disciplinari, rinvigoriscono e rinnovano. Ed è un bene che oggi la biennale di Venezia faccia progettare i padiglioni agli artisti, che personaggi come Vito Acconci o Arnaldo Pomodoro si dedichino all’architettura e che gli architetti continuino a dimostrarsi interessati a visioni plastiche. Soprattutto se, come accade per Daniel Libeskind, a essere scolpito oltre all’involucro è lo spazio interno. Si racconta che quando Frank O. Gehry andò a visitare il museo ebraico di Berlino, rimase colpito dall’impressionate sequenza spaziale, da quella che decenni prima Le Corbusier aveva definito la promenade architecturale, la passeggiata architettonica, la quale, come una musica, ritmava i tempi della visita. Fare musica con l’incedere del tuo corpo in ambienti pensati come strumenti che ti avvolgono: ecco, questo è il Libeskind migliore, che a dispetto dei suoi critici non appare affatto spacciato.
di Luigi Prestinenza Puglisi

Dresda, Museo di storia militare;
www.streitkraeftebasis.de

Nessun commento: