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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 28, 2011

“Faust” di Aleksandr Sokurov


Si conclude con Faust la tetralogia sul potere immaginata da Aleksandr Sokurov i cui precedenti capitoli sono costituiti da Moloch, incentrato su Hitler, Taurus, dedicato agli ultimi giorni di Lenin e Il sole che rievoca la capitolazione nipponica attraverso la figura di Hirohito. Per Sokurov, è evidente, il potere è un’aberrazione e, soprattutto, una questione di hybris. L’uomo che si erge al di sopra dei suoi simili per imporre una legge che è e sarà sempre e solo una oscena parodia di quella divina.

In questo senso Sokurov, nel suo pessimismo da prima della rivoluzione, è davvero il cineasta contemporaneo il cui sentire è maggiormente assimilabile a quello dei suoi compatrioti romanzieri Dostoevskij e Tolstoj. Se si considera infatti, in maniera assolutamente arbitraria, la sola produzione documentaria, considerandola per un attimo separata dal corpo dei film tecnicamente di finzione, si nota nell’ispirazione del regista una vena malinconica struggente. Basta pensare per esempio a film come Dolce (dedicato allo scrittore giapponese Toshio Shimao [1917-1986]), Peterburgskaya eligiya o Leningradskaya retrospektiva (1957 – 1990) dove ci sembra espresso al meglio un sentire profondamente russo, una sorta di Weltschmerz non conciliato che nei lungometraggi di finzione si scontra invece fatalmente con la storia rivelando asperità e fratture paradossalmente occultati dal sentire assoluto dei documentari.

In casi come l’inarrivabile Arca russa, Sokurov è riuscito a unire in un unico movimento, è il caso di dire, il fluire inarrestabile della storia degli uomini con la sua visione della Storia che è sempre la storia degli sconfitti e degli ultimi, martirizzati dalla ragion di stato, e il suo sguardo, profondamente terragno, perennemente teso verso il cielo e gli astri.

Ed è proprio con un movimento a scendere dalla notte dello spazio più profondo che inizia Faust, Leone d’oro a Venezia. Con una virtuosismo che farebbe impallidire qualunque grafico digitale hollywoodiano, Sokurov affida l’incipit del suo film a un movimento di macchina impossibile che strada facendo si specchia persino in quella che sembra una cornice vuota (forse uno specchio) per poi discendere tra le case di un villaggio che pare essere scaturito dall’immaginazione di un Bosch o Bruegel.

Procedendo dagli astri verso la terra, il movimento continua verso il pene di un cadavere verdastro disteso sul tavolo anatomico del dottor Faust che cerca invano di violare il segreto della vita convinto che ci sia dell’altro. Faust fa a pezzi il cadavere, ma non c’è nulla oltre la carne che è già quasi in uno stato di decomposizione.

In questo movimento impossibile, che è una dichiarazione di poetica, Sokurov incarna tutta la sua Weltanschaaung. Nulla resta tra gli astri, tutto si riduce a polvere. Mito fondativo dell’Occidente, Faust è centrale ovviamente anche nella cultura romantica (basti pensare ai due capolavori goethiani) e in questo senso il regista compie una vertiginosa opera di ricontestualizzazione che attraversa almeno tre secoli di cultura (libri, filosofia, storia, politica, arte…).

Attraversato da un furore dionisiaco incontenibile, il film evita di arenarsi fra le pieghe di un accademismo sterile è mette in scena, nel momento stesso del rivelarsi della hybris tedesca, il tramonto stesso dell’Occidente. Il movimento continuo del film, che s’insinua in spazi angusti dai quali sembra non esservi via d’uscita, e dove i corpi sono costretti a toccarsi e a osservarsi, sembra rimandare all’errare stesso dell’uomo, gettato sulla terra in cerca di risposte, incapace di contemplare le sue domande. Il contrasto feroce fra i corpi delle fanciulle che si bagnano leggiadre nell’acqua e quello osceno del tentatore che si bea delle proprie flatulenze e deiezioni, racchiude l’aspirazione verso l’alto e il richiamo degli inferi.

Faust, però, non arretra di fronte a nulla anche se la sua ragione gli permetterebbe di comprendere che l’uomo cui si accompagna non potrà dargli nulla più di quanto già non abbia. Eppure c’è, forse, una remotissima possibilità, ed è questa possibilità che Faust non è disposto a lasciar andare…

Faust diventa così l’esperienza dell’origine. Una sorta di Ur-dannazione, quella da cui discendono tutte le altre. Febbrile e frenetico, Sokurov si cala nelle viscere dell’Europa per osservare da vicino il declino del mondo. Autentico film enciclopedia, opera mondo, Faust è un film tanto giubilatorio nella sua messinscena quanto disperato.

Profondamente nero, il film contempla la finitezza umana e la fallacità della sua imitazione divina. L’esperienza umana, costretta entro gli spazi angusti dei luoghi chiusi di un villaggio minuscolo, viene alla fine proiettata sullo sfondo di una natura che sembra assumere i caratteri del noumeno. La cosa in sé non è conoscibile. La bestemmia dell’uomo è di volerla violare comunque.

In questo senso Faust è film genuinamente arcaico. Se la tecnica di Sokurov pone il film irrimediabilmente come esempio sublime di cinema giunto alla fine stessa del cinema, l’ispirazione del regista, nel suo sgomento feroce, nella sua indignazione altissima e, soprattutto, nella consapevolezza di non appartenere a questo mondo se non come certezza del proprio esilio, è l’immagine inevitabile dell’uomo e del suo essersi smarrito alla fine della storia. Una fine che proprio non aveva immaginato. Nonostante tutto.
di Giona A. Nazzaro, Micromega

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