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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 28, 2011

Mary Douglas e la critica dell’homo oeconomicus


Un invito a riscoprire il pensiero della grande antropologa inglese, prezioso antidoto alle terribili semplificazioni della scienza economica che hanno prodotto le catastrofi e le macerie fumanti tra cui stiamo aggirandoci.

“Les fleurs, q’on retrouve dans un livre, dont le
parfum nous enivre, se sont énvoles. Pourquoi?”
Charles Trenet

Ci sono pensieri perduti, finiti ormai nell’oblio e sepolti nei libri come i fiori di Trenet, proprio perché potrebbero indurci pensieri pericolosi.
Giorni fa, riordinando la mia libreria, ho ritrovato una di queste tracce dimenticate: la lettura che sedici anni fa la grande antropologa inglese Mary Douglas tenne nella sede bolognese de Il Mulino, poi riprodotta sul numero 1/1995 della rivista con il titolo “Di fronte allo straniero: una critica antropologica delle scienze sociali”.

Si trattava di un ragionamento in cui, ancora una volta, erano percepibili i lasciti culturali di un antico maestro della Douglas; un altro inattuale quale Émile Durkheim, il cui lavoro teorico si ispirava a tesi inascoltabili nell’epoca tatcheriano-NeoLib, propugnatrice de “l’inesistenza della società”: la coscienza collettiva – sosteneva invece Durkheim – ispira e determina le azioni del singolo in misura tale da affermare che quell’individuo è generato dalla società e non viceversa, in quanto questa è irriducibile alla somma degli elementi di cui è composta.

Tesi che condurranno la nostra antropologa ad affermazioni a dir poco urticanti per lo spirito del tempo e il suo individualismo monomaniacale, quale quella che la reciproca colonizzazione delle menti è il prezzo che paghiamo per pensare e “la cultura è in ultima analisi un prodotto collettivo. Ma proprio l’idea di azione collettiva comporta delle difficoltà nelle scienze economiche” (Credere e pensare, Il Mulino, Bologna 1992 pag. 21).

L’affermazione delle “origini sociali del pensiero” (Come pensano le istituzioni, Il Mulino, Bologna 1990 pag. 36) conduce all’eresia (ovviamente, per la scolastica mainstream tardonovecentesca) di un processo circolare nascosto: le persone creano le istituzioni, le istituzioni creano le classificazioni, le classificazioni determinano il modo di pensare e agire delle persone, le azioni e i pensieri delle persone rafforzano le istituzioni.

Che cosa – dunque – disse la Douglas nelle ormai lontane giornate bolognesi? Propose un’analisi che sarebbe stata utilissima per orientare il dibattito di quegli anni (se – purtroppo – non fosse rimasta lettera morta) e che si rivela tuttora di estrema attualità: la serrata critica delle terribili semplificazioni che erano venute imponendosi con l’egemonia dell’Economico (e delle ideologie propagandistiche di supporto: il pensiero unico NeoLib, la follia NeoCon militarizzata) nella fase di finanziarizzazione del Capitalismo. L’irrompere di “un perfetto straniero, arrivato a dominare le nostre riflessioni su noi stessi”: l’homo oeconomicus. Così descritto: “egoista ed esigente, brutale come Calibano o ingenuo come Venerdì”. Uno straniero presentato come il modello della razionalità umana ma che riduce la società a un microcosmo in cui impera “l’edonismo solipsistico” totalmente manchevole del concetto di responsabilità verso gli altri. Operazione realizzatasi anche perché le scienze sociali hanno escluso dalla loro teoria il concetto di persona sociale.

Nell’impegno in controtendenza volto a propugnare la centralità del fatto sociale, la Douglas parte – appunto – da Durkheim e poi incontra Pierre Bourdieu. Tanto da affermare in Credere e pensare che la sua riflessione culturale “è una sorta di introduzione all’analisi dell’habitus di Bourdieu”. Bourdieu, un altro pensatore che lasciamo appassire alla Trenet nel libro dei ricordi, proprio perché altamente critico dei processi di conformistificazione e rimozione su cui si regge l’illusione economicista.

“La scienza che si chiama “economia” – scrive al riguardo il sociologo francese – riposa su un’astrazione originaria, che consiste nel dissociare una particolare categoria di pratiche, o una particolare dimensione di ogni pratica, dall’ordine sociale nel quale ogni pratica umana è immersa” (Le strutture sociali dell’economia, Asterios, Trieste 2004 pag. 17). Una dissociazione che ha prodotto le catastrofi e le macerie fumanti tra cui stiamo aggirandoci; accompagnate da uno spaventoso quanto profondo involgarimento dei modelli di rappresentazione pubblici e quotidiani. Involgarimento contro il quale un pensiero elegante quale quello della Douglas e dei suoi amici fungerebbe da valido antidoto. Come quando l’antropologa inglese sbertucciava l’economista Gary Becker per la sua affermazione che “le donne più belle sposano tendenzialmente uomini più ricchi”. Precedente accademico della simil-filosofia da baretto di periferia sbandierata dal machista brianzolo Silvio Berlusconi (in perfetta sintonia con l’imbrattacarte Piero Ostellino, per cui “le donne sono sedute sopra la loro fortuna”).

Ma questo dei barzellettieri è puro folklore che merita solo di essere lasciato perdere. Resta la coscienza della catastrofe cui hanno concorso gli apprendisti stregoni, che con le loro terribili semplificazioni hanno costruito il mostro antropologico chiamato homo oeconomicus. Proprio come ebbe a dire la Douglas concludendo la sua conversazione: “una vita sociale destrutturata libera un popolo dagli obblighi reciproci: in questo modo si crea una popolazione disimpegnata. Diventeremo sempre più indifferenti alle questioni riguardanti lo Stato e sempre meno interessati a far funzionare la democrazia”.

P.S. La serie della rivista Il Mulino che pubblicò il contributo di Mary Douglas era quella diretta da Alessandro Cavalli. Poi venne la direzione di Edmondo Berselli, infine quella di Piero Ignazi. Sempre fedeli alla missione di contrastare i guasti dei “terribili semplificatori”, come li chiamava Jacob Burckhardt. È di questi giorni la notizia del colpo di mano che ha portato ai vertici della rivista un altro terribile semplificatore, l’economista Michele Salvati; quello che da lustri propugna la tesi del “Berlusconi normale”, già messa alla prova con risultati devastanti in una Bicamerale inciucista. Non è chiaro il senso dell’operazione che consegna l’autorevole rivista, già laboratorio di progetti d’alto valore civile, a una linea di pensiero ormai sconfessata come inutile prima ancora che fallace, suicida. Di certo, ancora una volta sprezzantemente sorda agli insegnamenti di una signora dell’antropologia culturale che risalgono al gennaio del ‘95.
di Pierfranco Pellizzetti, Micromega

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