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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 21, 2011

Sussurri armeni


C’È QUALCOSA DI UNICO in queste cinquecento pagine di vissuti individuali che si fanno voce collettiva. È il racconto, meraviglioso, di preziosi aneddoti e scavi storici che tengono in vita la memoria armena, il mosaico quasi testamentario di un popolo che ha fatto dell’orgoglio e della religione condizioni base per affrontare un destino avverso e disgregante. Messi in ginocchio da un genocidio che abbraccia poco meno di tre decadi – dal 1895 al 1922, avvisaglia di decenni a venire ancor più tormentati – perseguitati per tutta l’Anatolia, da Costantinopoli fino a Deir-ez-Zor e Mosul e poi costretti alla diaspora, sono uno dei simboli del dolore che le radici e il senso di appartenenza a una terra possono causare, costringendo a un’esistenza il più possibile nascosta perché, se non sei visto, forse nessuno può decidere la tua sorte. Del massacro armeno si parla ancora troppo poco. La Turchia continua a non riconoscerlo ufficialmente negando di fatto una pagina non meno drammatica di quello che è considerato l’Olocausto per eccellenza. Ma è grazie a libri come questo che la verità può emergere, mondata da ogni alito di odio, colma di pietas. Bravissimo a dar voce, pur senza mai alzarla nonostante le ferite siano profonde, a «un milione e mezzo di vivi e altrettanti morti sterminati», come si legge in una delle molte recensioni apparse sulla stampa spagnola, è Varujan Vosganian, classe ’58, nato da una famiglia armena emigrata in Romania dopo la strage del 1915. Moltissimi i ruoli rivestiti – matematico ed economista è anche primo vicepresidente dell’Unione degli scrittori di Romania, oltre che senatore in Parlamento e poeta con all’attivo diverse raccolte –, una sola l’idea su cui poggia quest’opera: consegnare al lettore, attraverso un affresco mastodontico, evocativo e poetico, sogni e sofferenze dei suoi avi come sineddoche di quell’umanità sottoposta a prove durissime. Ci tiene, Varujan, a sottolineare come «Il libro dei sussurri, più che un memoir, è la biografia del XX secolo narrata da coloro che l’hanno vissuta. Si tratta della tragedia del popolo armeno ma anche di quello romeno, di tutti coloro che hanno subito la storia, invece di viverla». Perché il libro dei sussurri? Perché nella sua infanzia, nel paesino di Foçsani, dove le strade erano larghe e le case imponenti ai suoi occhi di bambino, tra il profumo dei cantucci e delle sfoglie di impasto per la baklava, a corto di notizie che, quando presenti, giungevano dal filodiffusore ronzante appeso al muro, gli anziani si confidavano a mezza bocca, sussurrando come quando si condivide un segreto. Colpisce al cuore la frase con cui si apre il libro: «Noi non ci distinguiamo per ciò che siamo, ma per i morti che ognuno di noi piange». Appartiene al nonno Garabet. «Ecco perché il romanzo – spiega Vosganian – non finisce con l’ultima pagina, ma continuerà a esistere fin quando esisterà la paura, fin quando per una lacrima si verserà tanto sangue quanto ne è stato versato, un tempo, per un secolo di guerra».
di Carlotta Vissani, Saturno

Varujan Vosganian, Il libro dei sussurri, Keller, pagg. 480, 18,50

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