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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 18, 2011

Volpi: Vent'anni con Heidegger


FA UN CERTO effetto veder raccolti, tutti insieme, i testi che Franco Volpi ha scritto per le edizioni italiane delle opere di Martin Heidegger. Da un lato perché lo storico della filosofia vicentino è scomparso prematuramente, due anni fa, e la sua scomparsa ha lasciato una sensazione di vuoto, quasi una promessa non mantenuta: come se nell’esser vittima di un tragico incidente Volpi avesse tradito l’aspettativa di un libro, un’opera importante, di qualcosa insomma che restituisse quel talento filosofico e l’ampiezza dei suoi studi che, per esempio, potevi cogliere chiaramente ascoltandolo. Dall’altro lato fa strano leggere queste pagine perché scopri che quel libro importante è lì, sotto gli occhi del lettore. C’era già, ce l’avevamo nascosto fra altri libri senza accorgercene. Bizzarro destino. Cela tutta l’intelligenza, l’alchimia della traduzione e del lavoro editoriale . Volpi ha tradotto la prosa rarefatta del tedesco di Heidegger con cura artigianale, offrendo un lavoro filologico certosino, impeccabile per la resa culturale ancor prima che linguistica. Poi, come un abile miniatore che abbellisce la pagina di ornamenti e fregi, quasi nascondendoli fra le righe, così anche Volpi ha disegnato mappe per orientarsi nella complessa geografia di pensiero dell’incantatore di Meßkirch. Ogni testo apparso in margine ai volumi di Heidegger, da lui curati per vent’anni presso l’editore Adelphi, ne è una singola parte, e ora acquista intelligibilità diversa composto e letto insieme agli altri. Allora diventa chiaro il suo obiettivo: mettere a suo agio il lettore di Heidegger, orientarlo e aiutarlo a comprendere quei testi difficili, a volte oscuri. Artefice di questa pregevole operazione è Antonio Gnoli, curatore del libro e compagno di molte “avventure” filosofiche di Volpi, al quale dobbiamo una puntuale presentazione e il titolo, bellissimo: Selvaggia chiarezza . «Nel lungo e appassionato lavoro di traduttore di Heidegger, Franco Volpi ha raramente usato il pronome Io. In nessuna delle sue esemplari versioni si è mai posto come il filosofo che suggerisce o impone l’interpretazione», scrive Gnoli in apertura del suo intervento. E prosegue: «Volpi non ha mai ceduto al vezzo del gergo esoterico… Lezione di umiltà basata su poche ma efficaci regole: fedeltà, leggibilità, comprensibilità del testo tradotto». Eppure Volpi non si ferma qui: fa un passo avanti, sottolinea le tensioni dell’opera heideggeriana, tutte le contraddizioni che la attraversano, come anche l’imbarazzante compromissione col nazismo e tutte le tragedie della storia che hanno solcato il mondo contemporaneo che il filosofo si incaricò di pensare. In questo Volpi è stato il più fedele heideggeriano proprio in quanto non appartenente alla categoria degli heideggeriani: categoria secondo lui offuscata da un’«ammirazione supina e spesso priva di spirito critico». Quello spirito che a lui non è mai mancato: per esempio rispetto allo scritto heideggeriano, decisivo, Contributi alla filosofia. Dall’evento. Volpi lo legge (e questo volume riporta la versione integrale del suo testo) come una sorta di diario di bordo di un naufragio: «Per avventurarsi troppo nel mare dell’Essere, il pensiero di Heidegger va a fondo. Ma come quando a inabissarsi è un grande bastimento, lo spettacolo che si offre alla vista è sublime».
di Marco Filoni, Saturno

Franco Volpi, La selvaggia chiarezza.
Scritti su Heidegger, a cura di Antonio Gnoli, Adelphi, pagg. 336, 16,00

È presto ancora in questo mondo, mi senti


È presto ancora in questo mondo, mi senti
I mostri non sono stati domati, mi senti
Il mio sangue perduto e l’affilato, mi senti
Coltello
Come ariete corre nei cieli
E delle stelle spezza i rami, mi senti
Sono io, mi senti
Ti amo,
mi senti
Ti prendo per mano, ti conduco, ti metto
La bianca veste nuziale di Ofelia, mi senti
Dove mi lasci, dove vai e chi, mi senti

Ti tiene per mano là sopra tra i diluvi

Le gigantesche liane e la lava dei vulcani
Verrà giorno, mi senti
che ci seppelliranno e poi, dopo
migliaia di anni, mi senti
Non saremo che pietre lucenti, mi senti
Dove si rifrangerà l’indifferenza, mi senti
Degli uomini
E in migliaia di pezzi ci butterà, mi senti
Nell’acqua ad uno ad uno, mi senti
Conto i miei amari ciottoli, mi senti
E il tempo è
una grande chiesa, mi senti
Dove le icone a volte, mi senti
Dei Santi
Piangono lacrime vere, mi senti
Le campane aprono in alto, mi senti
Un profondo valico per lasciarmi passare
Gli angeli aspettano con ceri e salmi funebri
Non me ne andrò via di qui, mi senti

O insieme tutti e due o nessuno, mi senti
Questo fiore delle tempesta e, mi senti

Dell’amore
Una volta per sempre lo cogliemmo, mi senti
E non potrà più fiorire, mi senti
Su altri pianeti o stelle, mi senti
Non c’è la terra e neppure il vento
Lo stesso vento che toccammo, mi senti

E non un giardiniere che ci sia riuscito, mi senti

Da inverni e bore simili, mi senti
Spuntare un fiore, solo noi, mi senti
In mezzo al
mare
Con la sola volontà dell’amore, mi senti
Alzammo intera tutta un’isola, mi senti
Con grotte, promontori e rupi in fiore
Senti, senti
Chi parla alle acque e chi piange - senti?
chi cerca l’altro, chi grida - senti?
Sono io che grido ed io che piango, mi senti
Ti amo, ti amo, mi senti.

Odisseas Elitis

Questa poesia di Odisseas Elitis: una lunga litania, un monologo/dialogo tra chi rimane e chi se ne va. È un testo straordinario da leggere a voce alta, perché, anche nella traduzione, conserva ciò che gli è proprio: il ritmo circolare, il cono verso l’alto (o il basso) dove il trascinato via si porta con sé chi amava. È anche una veglia funebre, un addio che non si esaurisce, una corsa contro il tempo. Questo libro, È presto ancora (Donzelli, traduzione e cura di Paola Maria Minucci) raccoglie una selezione del grande poeta greco, nobel 1979, scomparso nel 1996. Nelle sue poesie in perfetto equilibrio filosofia e pensiero lirico carnale, ombre e luci, echi classici e contemporaneità. Molto bella l’immagine di Elitis che, dopo un’overdose di mondanità nella Parigi del ’48-50 tra un Breton e un Picasso, si rinchiude nella sua cameretta in rue Monsieur le Prince e, pur consapevole che poco più in là Rimbaud aveva passato tremende notti d’insonnia, comincia a leggere Platone. C’era una cosa che Elitis non sopportava in poesia: «L’assenza di fierezza». Il pensiero dei suoi classici, lei sole dell’Egeo, erano confluiti in quella cameretta per dargli una mano.
di Alba Donati, Saturno

Odisseas Elitis, (pseudonimo di Alepudelis), nacque a Iraklion (Creta), nel 1911, da famiglia originaria dell’isola di Lesbo. Soggiornò a lungo a Parigi (una prima volta dal 1948 al ’52, una seconda dal 1969 al ’71), dove entrò in contatto con i maggiori animatori della vita culturale: Breton, Eluard, Tzara, Ungaretti, Matisse, Giacometti, Picasso. Ricoprì incarichi di prestigio, come quello di presidente dell’Ente radiofonico greco, di membro dell’Unione internazionale dei critici d’arte e di membro della Société Européenne de Culture, ottenne numerosi riconoscimenti in Europa e negli Stati Uniti, e molte lauree honoris causa dai piú prestigiosi atenei del mondo. Nel 1979 fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura.
Raccolte poetiche: Orientamenti (1940); Sole il Primo (1943); Canto eroico e funebre per il sottotenente caduto in Albania (1945); Dignum est (1959); Sei rimorsi piú uno per il cielo (1960); L’albero di luce e la quattordicesima bellezza (1971); Sole sovrano (1971); Morte e resurrezione di Costantino Paleòlogo (Parigi, 1971); Monogramma (Bruxelles, 1971); Gli R di amore (1972); I fratellastri (1974); Maria Nefeli (1978); Tre poesie sotto bandiera ombra (1982); Diario di un invisibile aprile (1984); Piccolo marinaio (1985); Elegie di Oxòpetra (1991); A occidente del dolore (1995); Da vicino (1998, postumo).
Scrisse anche importanti saggi autobiografici o letterari, raccolti nei volumi Carte scoperte (1975); Nel bianco (1992); Il giardino degli inganni (1995); 2 x 7 e (1996). Le sue traduzioni (dalle opere di Saffo, Ungaretti, Majakovskij, Eluard, Jouve, Lorca) sono raccolte nel volume Riscrittura.
È stato tradotto in tutte le lingue europee, oltre che negli Stati Uniti, in Giappone, in Israele. Del solo Axion estí (Dignum est) si contano decine di traduzioni nelle principali lingue del mondo. Oltre al presente volume (1997), Crocetti ha pubblicato anche Diario di un invisibile aprile (1990, in questa collana, Lèkythos 12).
È morto ad Atene, nel 1996.
www.zam.it

La caduta del dio Sigmund


VIENNA, MARZO 1938: le truppe tedesche marciano sull’Austria e instaurano un nuovo regime. Ora tocca agli ebrei. Ne fan subito le spese le sorelle di Sigmund Freud, ormai celebre in tutto il mondo. Sta di fatto che le vecchie Rosa, Marie, Adolfine e Pauline vengono prelevate dai nazisti, portate al parco, fatte correre, saltare, accucciare. Sono prese a calci nel ventre, è simulata una fucilazione: poi le lasciano andare sconvolte. È Adolfine, 74 anni, a correre, il giorno dopo, dal fratello. Troppo intento a leggere ciò che Thomas Mann ha appena scritto su di lui per darle retta. «Non durerà», è l’unico commento. Ne è tanto persuaso che, un mese dopo, lei lo trova impegnato, con tutta la famiglia, a preparare i bagagli: parte per Londra, ottenuto un visto per sé e per 16 persone al seguito. Porta anche il medico personale, e persino il cagnolino Jo Fi; ma per le sorelle non c’è posto. E del resto, si giustifica, non si tratta di una fuga: tornerà presto, visto che «è una situazione temporanea». Ma così temporanea che le quattro sorelle, nel 1942, vengono deportate nel campo di concentramento di Terezin, destinate in breve alla morte. Lui, Sigmund, è già scomparso: a Londra, nel settembre 1939, a 83 anni. L’altra faccia di un grande studioso, insomma, è quanto esce dal terzo romanzo – strepitoso e coinvolgente, acquistato dagli editori di 30 paesi: un vero caso letterario – del macedone Goce Smilevski (36 anni, di Skopje), La sorella di Freud. Freud, un rivoluzionario delle indagini sulla psiche umana, ma troppo intento ad ammirarsi, secondo l’autore, troppo consapevole del proprio genio; indifferente, nel momento del pericolo, verso le sorelle. Con le quali riesce a essere sbrigativo e di pochissime parole. E si sa che i grandi non vanno seccati… Per restare nel campo della “finzione”, non è questo il Freud che trapela dal bellissimo film di Cronenberg, A Dangerous Method, lo scienziato che, per curare i pazienti, punta tutto sul linguaggio. E nemmeno il drammatico personaggio, solo contro l’ostilità dei tradizionalisti, del film di John Huston, Freud: the Secret Passions (1962). O, per tornare alla realtà, il turista infaticabile, curioso e pedante, e magari di nascosto anche trasgressivo: quanti dubbi, infatti, sull’innocenza dei viaggi estivi con la cognata Minna! Dei quali ci informa l’ottima raccolta epistolare Il nostro cuore volge al Sud. Lettere di viaggio. Soprattutto dall’Italia (Bompiani, 2003). A buon conto, Smilevski, pur ammettendone la grandezza, riconduce qui Freud sulla terra. Come quando lo vediamo ubriaco e vestito da buffone, durante una festa di carnevale al Nido, una clinica per «matti», discettare con il direttore, il dottor Goethe. Che, a lui che si proclama autore della «terza grande rivoluzione» conoscitiva, dopo Copernico e Darwin, contrappone, con pacato sfottò, l’invenzione dello scarico per la toilette con la vaschetta (1863). Ma occorre non fraintendere: anche se la figura di Freud incombe su tutta la storia, costituendone, per certi versi, il perno, a partire dal titolo, la protagonista è pur sempre Adolfine. Che, dall’inferno del lager, ricorda, dolorosamente, l’intera sua vita e quella dei suoi cari. Mai amata dall’arcigna madre, relegata per sempre nel ruolo di figlia e sorella, paga il prezzo di una tormentosa vicenda d’amore con Rajner, un compagno di giochi d’infanzia ritrovato e, nel tempo, molte volte perso: destinata a concludersi con il suicido di lui e l’aborto di lei. C’è speranza di felicità e angoscia nella storia di Adolfine, ma anche continua rinuncia al diritto di esistere. Si reclude di sua volontà nel Nido, a 34 anni: ne esce sette anni dopo, tornando ad abitare con la mamma e sentendo comunque tutto il peso del vuoto. La paura del non-senso di una vita cui manchi l’oltrevita è il tema ossessivo del libro, l’ombra che preme sui giorni, l’attesa dell’istante supremo. Emulo del suo amato Hermann Broch, il Broch sperimentatore dei Sonnambuli (1931-32), Smilevski alterna coraggiosamente parti narrative a parti di riflessione, più vicine al saggio che al racconto, con pagine memorabili sulla fuga dell’Io dal mondo. Mescolate a parti liriche di bellezza assoluta: giacché è vero, oggi come sempre, il verso di De Musset: «i più disperati sono i canti più belli».
di Giovanni Pacchiano, IFQ


Goce Smilevski, La sorella di Freud, Guanda, traduzione di Davide Fanciullo, pagg. 334, 18,00

novembre 04, 2011

L'eclisse di una stella


C’ è uno strano mix di affetto e pudore nel festeggiare – dolente-mente – gli 80 anni di Monica Vitti. Li ha compiuti ieri. Il Festival di Roma ha ospitato la presentazione del volume Dolce Vitti, Rai Cinema le ha dedicato uno speciale. Il web è invaso dagli auguri a una signora che non potrà leggerli e non pochi utenti, su Facebook, sfoggiano per avatar una foto lontana di Monica. Quando era “il quinto colonnello della commedia all’italiana”, lei che – come Gassman – partì da contesti drammatici. È il compleanno assente di una diva invisibile. Non è la prima, non sarà l’ultima. Lucio Battisti e Mina cercarono (cercano) un rifugio eremitico dopo ciò che per tutti pareva fama e per loro verosimilmente tempesta.
MONICA VITTI, nata a Roma il 3 novembre 1931, vero nome Maria Luisa Ceciarelli, la scomparsa l’ha più trovata che cercata. Si è trattato unicamente di assecondare la trama scelta da altri, stavolta da un regista scarsamente prossimo a cambiare idea, anche quando la sceneggiatura sembra capirla solo lui. Dal
2000 la Vitti non si mostra più. Una malattia degenerativa simile all’Alzheimer l’ha costretta ad allontanarsi da tutto. Tranne dal marito Roberto Russo, fotografo di scena sposato quell’anno, che ora ne parla timidamente come ”un’artista in cammino dall'inizio della sua carriera”, che “non si è mai fermata”. Gli organi di informazione le dedicano ora un’attenzione mai esibita per più di un decennio. Forse per discrezione, l’ipotesi più auspicabile, o forse perché la malattia è tabù anzitutto per chi di immagine si è nutrito. È accaduto ad altri, ad esempio a due terzi dei Giancattivi. Di Athina Cenci non si sa quasi nulla dal 2001, quando ebbe un ictus. E di Francesco Nuti, dopo un silenzio colpevole, si è ricominciato a discutere ora bene (la sua recente autobiografia Sono un bravo ragazzo) e ora malissimo (la sciacallesca esposizione a Canale 5). L’artista, sia cinematografico o meno, non sembra avere il diritto alla consunzione lenta: alla nemesi spietata. Quasi che fosse una sua colpa. Non c’è via di mezzo: o si cancella la star o ne si ostenta l’agonia. Accadde a Michelangelo Antonioni, compagno di vita e lavoro della Vitti, la cui malattia venne raccontata quasi con morbosità. Soltanto in rarissimi casi il quadro clinico impazzito coincide con una sorta di ultima vittoria: l’esempio di Muhammad Ali, nato farfalla fluttuante e ape pungente, “orgoglioso” di tremare – lui che aveva elevato l’eleganza a maestosità dirompente – come tedoforo affetto da Parkinson alle Olimpiadi di Atlanta ’96.
Il velo di silenzio su Monica Vitti è stato meritoriamente squarciato da Vanity Fair. Nel numero di una settimana fa le ha dedicato una copertina meravigliosa, citando senza prurigini la malattia e – soprattutto – raccontandone bellezza e genio. La traiettoria
delicata di una donna che dice di aver permesso alle bruttine di fare carriera, come se – proprio lei – potesse permettersi il concetto di “bruttezza”.
LA VOCE ROCA, quei capelli biondi. I silenzi, le mezze misure, il coraggio. L’eclettismo, il saper passare da Brass a Vadim, Bunuel e Dino Risi, Antonioni e Festa Campanile, Monicelli e Corbucci. Poi l’esordio alla regia, nel ’90, con Scandalo seg
reto: il cerchio era chiuso, il sentiero sufficientemente indimenticabile. A lei somigliante. Sentiero fatto di bianco e nero che rimangono, incomunicabilità e sorrisi. Quelli, spesso, con Alberto Sordi, che bravo come con lei accanto non è mai stato (non nel saper far ridere, quantomeno). Sordi che la amava anche quando la picchiava, come in quella scena che tutti ricordano – il film era Amore mio aiutami – quando litigano in spiaggia e lui la riempie di botte (ad essere onesti non era la Vitti ma Fiorella Mannoia, al tempo stuntgirl, ma il cinema non è mai onesto: altrimenti non farebbe sognare). L’avventura, L’eclisse, La ragazza con la pistola. Polvere di stelle, bella pellicola e adesso sintesi quasi di un’esistenza. Monica Vitti è l’attrice italiana rarefatta e popolare, inaccessibile e comunissima. Tutto e il suo contrario, ben più di altre dive perennemente à la page (e quindi celebrate). A febbraio, per la manifestazione “Se non ora, quando?” aveva affidato un messaggio alla collega Angela Finocchiaro: “Le donne mi hanno sempre sorpreso. Le donne sono forti ed hanno la speranza nel cuore e nell’avvenire”. Prima, molto prima, aveva dichiarato: “La sincerità può essere uno stile? Non lo so. Ho cercato di essere severa, dura con me stessa. Senza pietà”. Ha mantenuto, come di consueto, la parola. Senza perdere un grammo di quella bellezza così personale e così struggente. Che – quella no – non conoscerà mai malattie.
di Andrea Scanzi, IFQ