______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 18, 2011

La caduta del dio Sigmund


VIENNA, MARZO 1938: le truppe tedesche marciano sull’Austria e instaurano un nuovo regime. Ora tocca agli ebrei. Ne fan subito le spese le sorelle di Sigmund Freud, ormai celebre in tutto il mondo. Sta di fatto che le vecchie Rosa, Marie, Adolfine e Pauline vengono prelevate dai nazisti, portate al parco, fatte correre, saltare, accucciare. Sono prese a calci nel ventre, è simulata una fucilazione: poi le lasciano andare sconvolte. È Adolfine, 74 anni, a correre, il giorno dopo, dal fratello. Troppo intento a leggere ciò che Thomas Mann ha appena scritto su di lui per darle retta. «Non durerà», è l’unico commento. Ne è tanto persuaso che, un mese dopo, lei lo trova impegnato, con tutta la famiglia, a preparare i bagagli: parte per Londra, ottenuto un visto per sé e per 16 persone al seguito. Porta anche il medico personale, e persino il cagnolino Jo Fi; ma per le sorelle non c’è posto. E del resto, si giustifica, non si tratta di una fuga: tornerà presto, visto che «è una situazione temporanea». Ma così temporanea che le quattro sorelle, nel 1942, vengono deportate nel campo di concentramento di Terezin, destinate in breve alla morte. Lui, Sigmund, è già scomparso: a Londra, nel settembre 1939, a 83 anni. L’altra faccia di un grande studioso, insomma, è quanto esce dal terzo romanzo – strepitoso e coinvolgente, acquistato dagli editori di 30 paesi: un vero caso letterario – del macedone Goce Smilevski (36 anni, di Skopje), La sorella di Freud. Freud, un rivoluzionario delle indagini sulla psiche umana, ma troppo intento ad ammirarsi, secondo l’autore, troppo consapevole del proprio genio; indifferente, nel momento del pericolo, verso le sorelle. Con le quali riesce a essere sbrigativo e di pochissime parole. E si sa che i grandi non vanno seccati… Per restare nel campo della “finzione”, non è questo il Freud che trapela dal bellissimo film di Cronenberg, A Dangerous Method, lo scienziato che, per curare i pazienti, punta tutto sul linguaggio. E nemmeno il drammatico personaggio, solo contro l’ostilità dei tradizionalisti, del film di John Huston, Freud: the Secret Passions (1962). O, per tornare alla realtà, il turista infaticabile, curioso e pedante, e magari di nascosto anche trasgressivo: quanti dubbi, infatti, sull’innocenza dei viaggi estivi con la cognata Minna! Dei quali ci informa l’ottima raccolta epistolare Il nostro cuore volge al Sud. Lettere di viaggio. Soprattutto dall’Italia (Bompiani, 2003). A buon conto, Smilevski, pur ammettendone la grandezza, riconduce qui Freud sulla terra. Come quando lo vediamo ubriaco e vestito da buffone, durante una festa di carnevale al Nido, una clinica per «matti», discettare con il direttore, il dottor Goethe. Che, a lui che si proclama autore della «terza grande rivoluzione» conoscitiva, dopo Copernico e Darwin, contrappone, con pacato sfottò, l’invenzione dello scarico per la toilette con la vaschetta (1863). Ma occorre non fraintendere: anche se la figura di Freud incombe su tutta la storia, costituendone, per certi versi, il perno, a partire dal titolo, la protagonista è pur sempre Adolfine. Che, dall’inferno del lager, ricorda, dolorosamente, l’intera sua vita e quella dei suoi cari. Mai amata dall’arcigna madre, relegata per sempre nel ruolo di figlia e sorella, paga il prezzo di una tormentosa vicenda d’amore con Rajner, un compagno di giochi d’infanzia ritrovato e, nel tempo, molte volte perso: destinata a concludersi con il suicido di lui e l’aborto di lei. C’è speranza di felicità e angoscia nella storia di Adolfine, ma anche continua rinuncia al diritto di esistere. Si reclude di sua volontà nel Nido, a 34 anni: ne esce sette anni dopo, tornando ad abitare con la mamma e sentendo comunque tutto il peso del vuoto. La paura del non-senso di una vita cui manchi l’oltrevita è il tema ossessivo del libro, l’ombra che preme sui giorni, l’attesa dell’istante supremo. Emulo del suo amato Hermann Broch, il Broch sperimentatore dei Sonnambuli (1931-32), Smilevski alterna coraggiosamente parti narrative a parti di riflessione, più vicine al saggio che al racconto, con pagine memorabili sulla fuga dell’Io dal mondo. Mescolate a parti liriche di bellezza assoluta: giacché è vero, oggi come sempre, il verso di De Musset: «i più disperati sono i canti più belli».
di Giovanni Pacchiano, IFQ


Goce Smilevski, La sorella di Freud, Guanda, traduzione di Davide Fanciullo, pagg. 334, 18,00

Nessun commento: