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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 04, 2011

L'eclisse di una stella


C’ è uno strano mix di affetto e pudore nel festeggiare – dolente-mente – gli 80 anni di Monica Vitti. Li ha compiuti ieri. Il Festival di Roma ha ospitato la presentazione del volume Dolce Vitti, Rai Cinema le ha dedicato uno speciale. Il web è invaso dagli auguri a una signora che non potrà leggerli e non pochi utenti, su Facebook, sfoggiano per avatar una foto lontana di Monica. Quando era “il quinto colonnello della commedia all’italiana”, lei che – come Gassman – partì da contesti drammatici. È il compleanno assente di una diva invisibile. Non è la prima, non sarà l’ultima. Lucio Battisti e Mina cercarono (cercano) un rifugio eremitico dopo ciò che per tutti pareva fama e per loro verosimilmente tempesta.
MONICA VITTI, nata a Roma il 3 novembre 1931, vero nome Maria Luisa Ceciarelli, la scomparsa l’ha più trovata che cercata. Si è trattato unicamente di assecondare la trama scelta da altri, stavolta da un regista scarsamente prossimo a cambiare idea, anche quando la sceneggiatura sembra capirla solo lui. Dal
2000 la Vitti non si mostra più. Una malattia degenerativa simile all’Alzheimer l’ha costretta ad allontanarsi da tutto. Tranne dal marito Roberto Russo, fotografo di scena sposato quell’anno, che ora ne parla timidamente come ”un’artista in cammino dall'inizio della sua carriera”, che “non si è mai fermata”. Gli organi di informazione le dedicano ora un’attenzione mai esibita per più di un decennio. Forse per discrezione, l’ipotesi più auspicabile, o forse perché la malattia è tabù anzitutto per chi di immagine si è nutrito. È accaduto ad altri, ad esempio a due terzi dei Giancattivi. Di Athina Cenci non si sa quasi nulla dal 2001, quando ebbe un ictus. E di Francesco Nuti, dopo un silenzio colpevole, si è ricominciato a discutere ora bene (la sua recente autobiografia Sono un bravo ragazzo) e ora malissimo (la sciacallesca esposizione a Canale 5). L’artista, sia cinematografico o meno, non sembra avere il diritto alla consunzione lenta: alla nemesi spietata. Quasi che fosse una sua colpa. Non c’è via di mezzo: o si cancella la star o ne si ostenta l’agonia. Accadde a Michelangelo Antonioni, compagno di vita e lavoro della Vitti, la cui malattia venne raccontata quasi con morbosità. Soltanto in rarissimi casi il quadro clinico impazzito coincide con una sorta di ultima vittoria: l’esempio di Muhammad Ali, nato farfalla fluttuante e ape pungente, “orgoglioso” di tremare – lui che aveva elevato l’eleganza a maestosità dirompente – come tedoforo affetto da Parkinson alle Olimpiadi di Atlanta ’96.
Il velo di silenzio su Monica Vitti è stato meritoriamente squarciato da Vanity Fair. Nel numero di una settimana fa le ha dedicato una copertina meravigliosa, citando senza prurigini la malattia e – soprattutto – raccontandone bellezza e genio. La traiettoria
delicata di una donna che dice di aver permesso alle bruttine di fare carriera, come se – proprio lei – potesse permettersi il concetto di “bruttezza”.
LA VOCE ROCA, quei capelli biondi. I silenzi, le mezze misure, il coraggio. L’eclettismo, il saper passare da Brass a Vadim, Bunuel e Dino Risi, Antonioni e Festa Campanile, Monicelli e Corbucci. Poi l’esordio alla regia, nel ’90, con Scandalo seg
reto: il cerchio era chiuso, il sentiero sufficientemente indimenticabile. A lei somigliante. Sentiero fatto di bianco e nero che rimangono, incomunicabilità e sorrisi. Quelli, spesso, con Alberto Sordi, che bravo come con lei accanto non è mai stato (non nel saper far ridere, quantomeno). Sordi che la amava anche quando la picchiava, come in quella scena che tutti ricordano – il film era Amore mio aiutami – quando litigano in spiaggia e lui la riempie di botte (ad essere onesti non era la Vitti ma Fiorella Mannoia, al tempo stuntgirl, ma il cinema non è mai onesto: altrimenti non farebbe sognare). L’avventura, L’eclisse, La ragazza con la pistola. Polvere di stelle, bella pellicola e adesso sintesi quasi di un’esistenza. Monica Vitti è l’attrice italiana rarefatta e popolare, inaccessibile e comunissima. Tutto e il suo contrario, ben più di altre dive perennemente à la page (e quindi celebrate). A febbraio, per la manifestazione “Se non ora, quando?” aveva affidato un messaggio alla collega Angela Finocchiaro: “Le donne mi hanno sempre sorpreso. Le donne sono forti ed hanno la speranza nel cuore e nell’avvenire”. Prima, molto prima, aveva dichiarato: “La sincerità può essere uno stile? Non lo so. Ho cercato di essere severa, dura con me stessa. Senza pietà”. Ha mantenuto, come di consueto, la parola. Senza perdere un grammo di quella bellezza così personale e così struggente. Che – quella no – non conoscerà mai malattie.
di Andrea Scanzi, IFQ

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