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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 27, 2012

Milo De Angelis



Mi attendono nascosti. Talvolta
li ho portati alla vita, al grande alfabeto del momento.
Ma loro tornano lì, muti, si stringono a un palo, non ne vogliono sapere.
E il mondo sembra un’eco della frase che non trovano più,
caduti nel buio di un gesto qualunque, un sabato, in un centro commerciale. (…)

Milo De Angelis

MILO DE ANGELIS prosegue con Quell’ andarsene nel buio dei cortili (Mondadori) la strada iniziata nel 1976 con Somiglianze. Prosegue la grande lezione rilkiana – in Italia con lui solo Roberto Carifi – della notte, della mancanza di verosimiglianza, della mancanza di racconto, nessun mimetismo. Eppure chiara, precisa, quasi matematica, la sua lingua, lontana da ogni forma di oscurità, circoscrive i fatti. Ma lo fa con un tracciato speciale. Chi ha detto che i linguaggi dell’arte devono dire l’oggi con la lingua dell’oggi? La grande lezione della lirica moderna sta altrove, parla un idioma diverso, adatto per tutte le epoche. Perché è la sostanza dell’essere al mondo che è comune. Avete presente quello stato di allerta, quello stato di paura, allarme, senso della fine, che visita gli umani quando non sono perfettamente vigili? Il crack improvviso di un incidente, il precipizio di un risveglio mattutino o pomeridiano non pilotato dalla coscienza? È allora che il buio dei cortili si spalanca in tutta la sua potenza. Quella di Milo De Angelis è un’epica dell’essere in pericolo, e le sue poesie sono piene di esseri in bilico tra l’immenso e il niente. L’eterno incubo degli umani: rifare l’esame appena superato. Come dice lui stesso   «bisogna consegnare,/ tra qualche minuto, bisogna/ consegnare anche la brutta». Un verso che ci trova tutti vicini, tutti dentro, nessuno escluso. Il buio del tuo cortile non è peggiore del mio, la vita, con tutto l’eroismo che richiede, ha i suoi portoni, i suoi quartieri, i suoi citofoni senza più voci pronti per tutti.
di Alba Donati, Saturno

Shoah, la rivolta degli ultimi testimoni


NEL CINQUANTENNALE della liberazione dei campi, Elie Wiesel e Jorge Semprún vennero invitati per un faccia a faccia dalla trasmissione televisiva francese Entretien - ARTE. Wiesel era stato deportato ad Auschwitz come ebreo, Semprún a Buchenwald come politico. L’incontro si concluse con parole abissali alle quali ancora oggi è difficile sottrarsi. «Io me lo immagino: un giorno o l’altro, tra qualche anno, poniamo, si troverà l’ultimo rimasto. L’ultimo sopravvissuto. […] Non vorrei essere al suo posto», disse Wiesel. Semprún annuì: «Penso a quell’uomo, a quella donna, se mai arrivasse a saperlo… Sì, perché in pratica non lo saprà mai. Immagina una troupe televisiva che arriva e comincia: “Signore, signora, lei è l’ultimo superstite”. Quello che fa? Si uccide». Wiesel scrollò la testa: «No, io preferisco pensare che verrà subissato di domande. Domande d’ogni genere. Tutte, proprio tutte. E lui le ascolterà, senza eccezioni. Dopodiché, tutto finirà con un’alzata di spalle. “E va bene”, diranno, “e con questo?” E allora lui dirà…». Semprún lo interruppe: «Se non sarà il suicidio, sarà il silenzio. Il risultato non cambia». «È il silenzio fecondo», disse Wiesel, «l’ultimo. Non vorrei essere l’ultimo a sopravvivere». «E io nemmeno». Sembra un dialogo di Beckett, eppure, a diciassette anni di distanza, i sopravvissuti non possono che guardare con crescente inquietudine a questa prospettiva; non solo perché, inevitabilmente, anno dopo anno la viva voce di qualcuno di loro si spegne, ma perché – nella sbrigatività con cui alcuni sembrano accompagnarli alla porta mentre altri li santificano, ostendendone nelle commemorazioni rituali la sempre più rarefatta presenza – si perpetua una solitudine e addirittura un’offesa. Non è facile parlare di questo argomento, nei convegni e negli incontri in cui si riflette sulla memoria e sull’insegnamento della Shoah: la compulsione a contrapporre conoscenza e sentimenti, storiografia ed empatia, scatta immediata. Il punto, però, è che non si tratta di scegliere tra la verità storica e il sentimentalismo, ma di porsi un’interrogazione pienamente politica: che società è, quella che non sa rispettare i testimoni del suo stesso precipizio, dello scacco della sua stessa cultura? Ci interroghiamo sul testimone, ragioniamo sulla sua affidabilità, sul suo ripetere con le stesse parole la medesima storia, teorizziamo sullo statuto della testimonianza; ma chi siamo, noi, visti con gli occhi del testimone? Quest’anno, sia Goti Bauer che Liliana Segre, due fra le più importanti e attive testimoni italiane di Auschwitz, hanno deciso di diradare le loro uscite pubbliche e progressivamente smettere di testimoniare. «Non voglio correre il rischio di essere l’ultimo dei mohicani», ha detto Liliana Segre, mentre Goti Bauer ha parlato apertamente di una «delusione della testimonianza». Sempre più, il testimone somiglia al vecchio marinaio di Coleridge evocato da Primo Levi; non già scacciato dal banchetto del matrimonio, ma seduto al posto d’onore, e tuttavia ingombrante, colmato di paternalistiche e sbrigative attenzioni. Non gli si impedisce di parlare, lo si sollecita, anzi, nei giorni deputati, ma il suo dire continua a non avere la gravità che Levi immaginava nelle notti del Lager. La Shoah è stata istituzionalizzata, stilizzata, e su di essa è stato fondato un rito morale-politico che ne rende il pensiero estraneo agli uomini. Secondo Imre Kertész – sopravvissuto di Auschwitz, premio Nobel per la letteratura, e tuttavia anch’egli acutamente consapevole dell’«onda anomala della delusione» che si è abbattuta sui testimoni – si è creato «un conformismo dell’Olocausto, un sentimentalismo dell’Olocausto, un canone dell’Olocausto, un sistema di tabù dell’Olocausto, accompagnato da un mondo linguistico e religioso; sono stati creati i prodotti dell’Olocausto per il consumismo dell’Olocausto». Una subcultura, e persino un «kitsch dell’Olocausto». Perché «ritengo che sia kitsch quel tipo di rappresentazione che non è in grado, o non vuole, comprendere la relazione fondamentale tra la nostra deforme vita civile e privata e la possibilità dell’Olocausto; che estrania una volta per tutte l’Olocausto dalla natura umana e si impegna a escluderlo dalla cerchia delle esperienze umane». In questi giorni di commemorazione si è molto parlato dei sopravvissuti come vittime, si è raccontato di case di accoglienza per dar loro sostegno, ma non si è mai nominata la loro signoria, il loro sapere qualcosa che noi ignoriamo, la loro doppia cittadinanza tra i vivi e tra i morti. Il testimone che ci guarda è il nostro specchio, l’inviato nell’avamposto più estremo: accogliere il suo verdetto può essere un salutare rovesciamento, l’ultimo invito a dubitare di alcuni dei mattoni con cui la nostra cultura ha edificato Auschwitz.
di Daniela Padoan, Saturno
Deportato Lo scrittore premio Nobel Imre Kertész

Se il detective è omosex


SOMIGLIA a Chandler. Le stesse brevi frasi scandite. La stessa attenzione ai dettagli: i particolari dei volti, i vestiti, i tic, gli umori della natura. La stessa malinconia. Ma non è Chandler: si chiama, anzi, si chiamava (è morto nel 2004 in California, a 81 anni) Joseph Hansen. Celebre negli anni Settanta per la serie Dave Brandstetter Mysteries: 12 romanzi che hanno per protagonista un investigatore omosessuale; il primo dei quali, Scomparso (1970), esce ora in traduzione italiana (l’editore assicura che gli altri seguiranno). Confermando la nostra radicata opinione che il giallo americano, specialmente se d’epoca, non abbia rivali. Mentre il lettore curioso, che abbia da poco avvicinato il genere, vada a leggersi, assieme a Chandler e ad Hansen, per lo meno Ed McBain e Cornell Woolrich, due autentici titani. Anno 1967. Brandstetter, veterano della guerra di Corea, è un uomo di mezza età, introverso, di un romanticismo mascherato dalla ruvidezza. Ha un pregio che è di pochi: conosce la compassione per il prossimo (altri tempi!). E soffre, non riuscendo a soffocare il rimpianto per la recente morte, per un tumore, del suo compagno e amante Rod, con cui viveva da oltre 20 anni. Una scelta coraggiosa, insomma, di Hansen, nell’America di 40 anni fa: un conto essere scrittore omosessuale, come Capote o Tennessee Williams, un conto calare così apertamente la propria condizione nel protagonista. Che deve risolvere un autentico rompicapo. Perché a Pima, triste cittadina della California, battuta da «una pioggia incessante, grigia e tetra», un uomo è sparito. Finita nel fiume la sua macchina, ma, il corpo, introvabile. E lui, Fox Olson, non era uno qualunque. Scrittore fallito, senza arte né parte se non la dolcezza di carattere e lo humour, assurto, d’improvviso, a popolarità nazionale con le sue canzoni country trasmesse per radio. C’è di mezzo, come in ogni rispettabile hard boiled americano, il denaro: la morte di Fox vale i ben 150 mila dollari che l’assicurazione dovrà sborsare agli eredi. E, proprio per far luce sulla sua scomparsa, e cercar di non pagare, la Compagnia ha mandato Da-ve in questo piccolo posto dove tutti conoscono tutti, e dove solo i parenti di Fox sono convinti che sia morto. O stanno mentendo? C’è un piccolo nido di vipere nell’ambiente di Fox. La moglie, che ha per amante il proprietario della radio dove lui si esibiva; la figlia, che ha sposato un mezzo morto di fame; la sua giovane segretaria, innamorata cotta di lui ma con un fidanzato geloso. Il sindaco di Pima, un losco imprenditore il cui rinnovo nella carica è insidiato dall’imprevista candidatura di Fox. E che ci fa una Ferrari rossa targata Francia, mai vista prima, comparsa in paese? Hansen è maestro d’intrigo. Ma ci piace ancor più l’uso di piccole frasi a intarsio che poggiano su metafore o similitudini, introducendo a guisa di contrappunto un’aura di poesia nel mondo del thriller. Deliziose. Come, di una ragazza: «Era giovane e il suo viso pareva un fiore intento a godere della pioggia». O, sempre della stessa: «Premette l’accendino e si mise in bocca la sigaretta. Il rossetto era scomparso del tutto. La bocca sembrava vulnerabile come un fiore». O: «Nel crepuscolo grigio, le insegne sgargianti parlavano di solitudine». Sembra facile? Sembra. Ma solo un autore di talento può arrivare a questo.
di Giovanni Pacchiano, Saturno

Joseph Hansen, Scomparso, traduzione di Manuela Francescon, Elliot, pagg. 190, 14,00


Buzzati fa miracoli


A QUARANT’ANNI spaccati dalla scomparsa di Buzzati, torna in libreria la sua opera più suggestiva, l’ultima firmata in vita, l’unica introvabile da decenni: I miracoli di Val Morel. E basta sfogliarla o dare un’occhiata alla postfazione di Lorenzo Viganò per capire come non fosse un vezzo, per lo scrittore bellunese, definirsi un pittore prestato alla letteratura. Nel volume sfilano infatti le riproduzioni di 39 falsi ex voto, per grazia ricevuta da santa Rita. Ciascuno è accompagnato da un breve commento, sornione quanto la Spiegazione che s’incontra in apertura. Buzzati inventa un quaderno sgrammaticato che lo guida verso un tabernacolo montano, a due passi dalla casetta dove un vecchio gli avrebbe mostrato le pitture di stampo naïf qui riprodotte. Pitture che vanno ben al di là del classico repertorio del genere (cadute, incendi, ferimenti…), per insistere sul medesimo groviglio di ossessioni che infesta Il deserto dei tartari e altre prove celebri. Beninteso, l’intento non è deridere la fede, o vezzeggiare la credulità popolare. I miracoli sono piuttosto un abile pretesto per lasciare a briglia sciolta il gusto per il fantastico, che porta sulle tavole eruzioni di gatti vulcanici, pettirossi giganteschi, balene volanti, in contesti tratteggiati con realismo, ben puntellato dalla precisione topografica (teatro principale è il Triveneto). Ma non solo. Buona parte delle invocazioni alla santa si deve all’insorgere del desiderio sessuale: pullulano le ragazze insidiate da diavoli, vampiri, mori, formiche giganti, calabroni giganteschi, robot, gnomi maligni e persino «reputati tappezzieri». Buzzati peraltro non calca la mano, memore delle polemiche suscitate dai nudi del Poema a fumetti, di cui vi è traccia nell’aggressiva Prefazione ai Miracoli di Montanelli, che minaccia schiaffi al collega, gli dà del cretino e dello scemo del villaggio, salvo riconoscerne infine la genialità. Troppo ardito, il Poema, nell’aggiornare in chiave pop la ricerca di Euridice, con un occhio a Roy Lichtenstein. Ma se Orfeo scende nelle caves di Milano, altra aria si respira tra le cime della Val Morel. Lassù, dopo la morte dello scrittore, è stata costruita una cappella che a lungo ha custodito l’ultimo dipinto della serie, riprodotto per la prima volta in coda a quest’edizione: una santa Rita magnetica, che esibisce mani laccate allo stupore dei devoti. Di sfondo, i suoi favolosi prodigi.
di Mauro Novelli, Saturno