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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 27, 2012

Buzzati fa miracoli


A QUARANT’ANNI spaccati dalla scomparsa di Buzzati, torna in libreria la sua opera più suggestiva, l’ultima firmata in vita, l’unica introvabile da decenni: I miracoli di Val Morel. E basta sfogliarla o dare un’occhiata alla postfazione di Lorenzo Viganò per capire come non fosse un vezzo, per lo scrittore bellunese, definirsi un pittore prestato alla letteratura. Nel volume sfilano infatti le riproduzioni di 39 falsi ex voto, per grazia ricevuta da santa Rita. Ciascuno è accompagnato da un breve commento, sornione quanto la Spiegazione che s’incontra in apertura. Buzzati inventa un quaderno sgrammaticato che lo guida verso un tabernacolo montano, a due passi dalla casetta dove un vecchio gli avrebbe mostrato le pitture di stampo naïf qui riprodotte. Pitture che vanno ben al di là del classico repertorio del genere (cadute, incendi, ferimenti…), per insistere sul medesimo groviglio di ossessioni che infesta Il deserto dei tartari e altre prove celebri. Beninteso, l’intento non è deridere la fede, o vezzeggiare la credulità popolare. I miracoli sono piuttosto un abile pretesto per lasciare a briglia sciolta il gusto per il fantastico, che porta sulle tavole eruzioni di gatti vulcanici, pettirossi giganteschi, balene volanti, in contesti tratteggiati con realismo, ben puntellato dalla precisione topografica (teatro principale è il Triveneto). Ma non solo. Buona parte delle invocazioni alla santa si deve all’insorgere del desiderio sessuale: pullulano le ragazze insidiate da diavoli, vampiri, mori, formiche giganti, calabroni giganteschi, robot, gnomi maligni e persino «reputati tappezzieri». Buzzati peraltro non calca la mano, memore delle polemiche suscitate dai nudi del Poema a fumetti, di cui vi è traccia nell’aggressiva Prefazione ai Miracoli di Montanelli, che minaccia schiaffi al collega, gli dà del cretino e dello scemo del villaggio, salvo riconoscerne infine la genialità. Troppo ardito, il Poema, nell’aggiornare in chiave pop la ricerca di Euridice, con un occhio a Roy Lichtenstein. Ma se Orfeo scende nelle caves di Milano, altra aria si respira tra le cime della Val Morel. Lassù, dopo la morte dello scrittore, è stata costruita una cappella che a lungo ha custodito l’ultimo dipinto della serie, riprodotto per la prima volta in coda a quest’edizione: una santa Rita magnetica, che esibisce mani laccate allo stupore dei devoti. Di sfondo, i suoi favolosi prodigi.
di Mauro Novelli, Saturno

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