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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 03, 2012

Wislawa addio


LA RIMPIANGEREMO, la simpatica, coraggiosa Szymborska. Sapeva ragionare. Argomentava, spiegava, dimostrava. Conosceva la storia; i personaggi e le battaglie. Conosceva Platone, Epicuro, Seneca. Però leggeva anche i giornali e i libri da niente. Per lei la letteratura, così come il mondo, non era fatta di gerarchie. Le convinzioni la irritavano. Di sé non parlava molto nei suoi versi. Però era confidenziale, di quella confidenza che non costringeva il lettore alla fatica della complicità o dell’immedesimazione. Apparire non le interessava. Lei, in fondo, credeva che al suo posto potesse benissimo starci un altro. L’anno dopo il Nobel la sua città, Cracovia, le dedicò una serie di festeggiamenti. Solo una volta accettò di unirsi agli invitati stranieri, in un bel ristorante del centro. A me toccò la fortuna di sederle vicino. Ci scambiammo qualche parola in francese. Era stanca, diceva. Mi disegnò un fiorellino sulla mia copia di Gente dal ponte e sparì prima che servissero il caffè. La sera andammo a sentirla al Stary Teatr. La ritrosa, un po’ mesta signora che avevo incontrato a pranzo si trasformò sul palcoscenico in una spavalda improvvisatrice di versi rimati. Un poeta più giovane, Maj, la sfidava e lei subito rispondeva, incalzava, lo metteva all’angolo. Anche chi non capiva le parole, come me, sentiva il ritmo. Il teatro era in estasi. Chi rideva, chi piangeva, chi stava a bocca aperta. Non c’era persona che non mostrasse in faccia la più intensa emozione. Dopo quel tour de force, che immagino debba essere costato non poco al sistema nervoso dell’improvvisatrice, nessuno la vide più, né quella sera né i giorni seguenti. Wislawa Szymborska ci ha insegnato la sicurezza del dubbio; e la bellezza del sorriso pensante.
Chi siamo? Mah… Chiediamolo al sasso, a un granello di sabbia, a una cipolla. «La cipolla è un’altra cosa. / Interiora non ne ha. / Completamente cipolla / fino alla cipollità. / Cipolluta di fuori, / cipollosa fino al cuore ... // Coerente è la cipolla, / riuscita è la cipolla ...»
(trad. P. Marchesani).
di Nicola Gardini, Saturno
Poetessa da Nobel Wislawa Szymborska, morta mercoledì.
Foto di Pawel Piotrowski, © Agencja Gazeta

Oltre Marx, rileggiamo anche Lukàcs


IL FENOMENO è ormai noto. Altro che morto e sepolto: il buon vecchio Karl Marx gode di ottima salute. Forse come non mai. I suoi libri vengono ristampati, il suo pensiero rivalutato anche da insospettabili: liberali, liberisti, progressisti sinora attenti a marcare le distanze dal marxismo, addirittura un cardinale (fra l’altro omonimo: Reinhard Marx) che ha dedicato un libro al Capitale. Arriva pure un film che corona il sogno di Eisenstein, il regista russo della Corazzata Potëmkin: portare sullo schermo il Capitale. Ci ha pensato Alexandre Kluge, autore di culto in Germania, con un cofanetto in 3 dvd per ben 10 ore: nonostante la durata, un successo di pubblico e di critica, accolto con entusiasmo anche dai più conservatori. Pare insomma che oggi Marx sia fra gli autori più in voga, riscoperto come un classico al quale ispirarsi in tempi di crisi. Prendendo atto di questa “rinascita”, val la pena porre una questione: solo Marx merita di esser riscoperto? Perché non rileggere anche alcuni marxisti, ortodossi o meno, organici o disorganici, che tanto piacevano agli intellettuali nel ’68 e che da allora sono caduti nel dimenticatoio? A leggere certe critiche al sistema capitalistico e finanziario che vengono poste oggi, sembra di scorgere l’eco di una ricca tradizione del marxismo europeo del Novecento. Un esempio può venire dal più insigne fra i critici letterari e filosofi marxisti di tutti i tempi, l’ungherese György Lukács. L’occasione è data dalla ripubblicazione, poco più di trent’anni dalla sua prima comparsa, di un’importante monografia di Elio Matassi: Il giovane Lukács. Saggio e sistema (Mimesis). E va salutata con interesse per più d’un motivo. Anzitutto perché è la più chiara e armonica ricostruzione teorica di quello che comunemente viene chiamato il primo Lukács. Ma non solo: a Matassi riesce, problematizzandola, di rifuggire dalla ormai scolastica distinzione fra un Lukács votato all’estetica e alla critica letteraria dei primi scritti (che hanno influito in maniera determinante sugli esistenzialisti così come sulla Scuola di Francoforte) e a un Lukács dopo la “svolta” (ovvero un pensiero ispirato al materialismo dialettico e votato alla creazione di un’estetica marxista, di cui sarebbe espressione l’ormai classica La distruzione della ragione). Senza epurare le componenti materialistiche e “politiche” del filosofo, Matassi invita a ricostruire l’evoluzione intellettuale di Lukács «rovesciando quello che dovrebbe essere l’unico criterio autenticamente discriminativo, ossia valutare un’esperienza intellettuale, qualsiasi esperienza intellettuale, a partire dalla sua conclusione e non dalle sue origini». Insomma, non più un Lukács giovane e uno della maturità, uno decadente e l’altro marxista, ma un pensiero che si è evoluto e ha assunto nel suo sviluppo tonalità differenti. Va reso merito a Matassi d’aver saputo, per primo, offrire un’analisi libera dall’ideologia che per anni ha tenuto incatenate figure importanti del nostro Novecento. Leggiamo Marx, leggiamo pensatori che sono stati organici col nazionalsocialismo come Carl Schmitt e Martin Heidegger, quindi si può tornare a leggere senza scandalo neo-marxisti come Lukács – che in Italia, come giustamente sottolinea Matassi, ha avuto un ruolo in intellettuali come Franco Fortini, Alberto Asor Rosa, Furio Jesi o Massimo Cacciari. E pensare che Lukács sembrava destinato alla polvere delle biblioteche. Invece, anche grazie a questo libro, può essere una buona occasione per fare i conti, senza ansie rabbiose o apologetiche, con quel periodo delle contrapposizioni ideologiche che la storia, speriamo una volta per tutte, ha seppellito.
di Marco Filoni, Saturno

Elio Matassi, Il giovane Lukács, Mimesis, pagg. 187,

L'impatto di Varsavia


NON M’INTERESSA il mercato dell’arte, perché non voglio vendermi». Non è lo slogan di un artista concettuale degli anni ’60 ma la genuina posizione di una giovane artista polacca che, di tanto in tanto, accompagna i turisti in visita a Varsavia. Il suo non è un caso isolato. Un altro emergente ha appena vinto un premio per una residenza da trascorrere a Firenze, ma sebbene gli garantiscano la copertura delle spese di viaggio, di alloggio e una diaria, non sembra convinto perché non avrà a disposizione uno studio per lavorare. Teme che la trasferta si trasformi in una vacanza forzata. La situazione non muta sul fronte del collezionismo, perché l’opera d’arte contemporanea da quelle parti non è vista come “oggetto” di lusso o bene rifugio. Lo sa bene un’intraprendente art advisor che sogna gli opening delle gallerie di Chelsea a New York. Per ora è piuttosto sconsolata perché ci dice: «L’arte contemporanea in Polonia è una cosa seria, appannaggio per lo più della sinistra illuminata». Quando le annuncio che la direzione della prossima Biennale di Berlino è stata affidata all’artista polacco Artur Zmijewski e che quindi sul suo Paese vi sarà più attenzione dal mondo dell’arte, mi risponde con due parole inequivocabili, «Dio, grazie!». Le gallerie private mostrano, ancora, entusiasmo e passione che le spinge a realizzare progetti installativi ambiziosi, gratificanti da un punto di vista progettuale, meno da quello delle vendite.
Il quadro è chiaro: la Polonia attraversa
un periodo di transizione
, ancorata da un lato a retaggi del passato e a un’arte d’élite, dall’altro a slanci (deboli) verso il mercato globale, a un passato di occupazione e di “interruzione” culturale e allo stesso tempo a un futuro capitalistico, rincorso e temuto. Specchio di quest’ambivalenza è la mostra alla Zacheta, National Gallery of Art di Varsavia dedicata a Goshka Macuga. L’artista polacca, classe 1967 di stanza a Londra, ha messo mano all’archivio del museo, agli artisti che vi hanno esposto e in particolare agli atti di censura che lo spazio ha subito nel tempo. Memorabile il danneggiamento dell’opera di Maurizio Cattelan, la scultura del Papa preso in pieno da un meteorite. Per averla esposta c’è stata una sommossa popolare, l’allora stimata direttrice Anda Rottenberg ha ricevuto lettere inferocite e minacciose (raccolte in mostra), e spinta da forti pressioni è stata invitata a lasciare la carica. Non c’è presente senza passato, e il futuro ? Ambizioso, a guardare il progetto dell’architetto Christian Kerez per la nuova sede del Museo di Arte Moderna che dovrebbe sorgere di fronte al gigantesco Palazzo della Cultura e della Scienza. Di cui non tutti sono entusiasti, perché ingenti sono le risorse da investire. C’è da augurare alla Polonia che conservi la sua forte tradizione culturale e che l’“omologazione” all’arte e al mercato globalizzati sia lentissima. La Cina è piena di musei dalle architetture avveniristiche. Contenitori spettacolari, ma senza collezioni da “custodire”.
di Daniele Perra, Saturno
Goshka Macuga, Untitled, Varsavia, Zacheta, National Gallery of Art, fino al 19 febbraio; www.zacheta.art.pl
Dall’archivio Goshka Macuga, “The Letter”, 2011. Foto di Przemyslaw Pokrycki/ Fundacja