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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 03, 2012

Oltre Marx, rileggiamo anche Lukàcs


IL FENOMENO è ormai noto. Altro che morto e sepolto: il buon vecchio Karl Marx gode di ottima salute. Forse come non mai. I suoi libri vengono ristampati, il suo pensiero rivalutato anche da insospettabili: liberali, liberisti, progressisti sinora attenti a marcare le distanze dal marxismo, addirittura un cardinale (fra l’altro omonimo: Reinhard Marx) che ha dedicato un libro al Capitale. Arriva pure un film che corona il sogno di Eisenstein, il regista russo della Corazzata Potëmkin: portare sullo schermo il Capitale. Ci ha pensato Alexandre Kluge, autore di culto in Germania, con un cofanetto in 3 dvd per ben 10 ore: nonostante la durata, un successo di pubblico e di critica, accolto con entusiasmo anche dai più conservatori. Pare insomma che oggi Marx sia fra gli autori più in voga, riscoperto come un classico al quale ispirarsi in tempi di crisi. Prendendo atto di questa “rinascita”, val la pena porre una questione: solo Marx merita di esser riscoperto? Perché non rileggere anche alcuni marxisti, ortodossi o meno, organici o disorganici, che tanto piacevano agli intellettuali nel ’68 e che da allora sono caduti nel dimenticatoio? A leggere certe critiche al sistema capitalistico e finanziario che vengono poste oggi, sembra di scorgere l’eco di una ricca tradizione del marxismo europeo del Novecento. Un esempio può venire dal più insigne fra i critici letterari e filosofi marxisti di tutti i tempi, l’ungherese György Lukács. L’occasione è data dalla ripubblicazione, poco più di trent’anni dalla sua prima comparsa, di un’importante monografia di Elio Matassi: Il giovane Lukács. Saggio e sistema (Mimesis). E va salutata con interesse per più d’un motivo. Anzitutto perché è la più chiara e armonica ricostruzione teorica di quello che comunemente viene chiamato il primo Lukács. Ma non solo: a Matassi riesce, problematizzandola, di rifuggire dalla ormai scolastica distinzione fra un Lukács votato all’estetica e alla critica letteraria dei primi scritti (che hanno influito in maniera determinante sugli esistenzialisti così come sulla Scuola di Francoforte) e a un Lukács dopo la “svolta” (ovvero un pensiero ispirato al materialismo dialettico e votato alla creazione di un’estetica marxista, di cui sarebbe espressione l’ormai classica La distruzione della ragione). Senza epurare le componenti materialistiche e “politiche” del filosofo, Matassi invita a ricostruire l’evoluzione intellettuale di Lukács «rovesciando quello che dovrebbe essere l’unico criterio autenticamente discriminativo, ossia valutare un’esperienza intellettuale, qualsiasi esperienza intellettuale, a partire dalla sua conclusione e non dalle sue origini». Insomma, non più un Lukács giovane e uno della maturità, uno decadente e l’altro marxista, ma un pensiero che si è evoluto e ha assunto nel suo sviluppo tonalità differenti. Va reso merito a Matassi d’aver saputo, per primo, offrire un’analisi libera dall’ideologia che per anni ha tenuto incatenate figure importanti del nostro Novecento. Leggiamo Marx, leggiamo pensatori che sono stati organici col nazionalsocialismo come Carl Schmitt e Martin Heidegger, quindi si può tornare a leggere senza scandalo neo-marxisti come Lukács – che in Italia, come giustamente sottolinea Matassi, ha avuto un ruolo in intellettuali come Franco Fortini, Alberto Asor Rosa, Furio Jesi o Massimo Cacciari. E pensare che Lukács sembrava destinato alla polvere delle biblioteche. Invece, anche grazie a questo libro, può essere una buona occasione per fare i conti, senza ansie rabbiose o apologetiche, con quel periodo delle contrapposizioni ideologiche che la storia, speriamo una volta per tutte, ha seppellito.
di Marco Filoni, Saturno

Elio Matassi, Il giovane Lukács, Mimesis, pagg. 187,

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