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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 02, 2012

Alice come in un flipper

QUELLO RACCONTATO da Alice non è un Paese delle Meraviglie. Chiusi anche i manicomi criminali, è facile pensare che la rivoluzione culturale iniziata negli anni Settanta con la riforma Basaglia sia finalmente conclusa: mai più luoghi di cura più simili a carceri che non a ospedali; mai più privazioni della libertà e della dignità dei malati psichiatrici. Da fuori ci sentiamo sollevati, la nostra coscienza di “sani”, che le sorti della vita non hanno mai avvicinato a questo mondo, si sente più tranquilla . Ma poi arriva Alice, con i suoi racconti in prima persona, a scompigliare le nostre rassicuranti certezze. Alice Banfi non ha mai conosciuto i manicomi, è troppo giovane. Eppure la realtà che descrive nei suoi due libri autobiografici (Tanto scappo lo stesso e Sottovuoto) è tutt’altro che confortante. Il ritratto dei servizi psichiatrici italiani, così come esce da queste pagine, è quello di un sistema che sistema non è, in cui non c’è coordinamento né integrazione tra le parti, in cui, soprattutto, al di là dei farmaci che i malati avvertono quasi solo per gli effetti collaterali, non c’è una strategia terapeutica. Se il manicomio era un parcheggio a vita, in cui sottrarre alla vista della gente l’immagine inquietante della sofferenza mentale, i servizi attuali sembrano piuttosto una sorta di flipper, in cui il malato viene rimbalzato da un centro psichiatrico di diagnosi e cura a una comunità terapeutica, da un ambulatorio a una clinica convenzionata, dove ogni passaggio non è segnato da suoni metallici e campanellini, come nei tradizionali giochi da bar, ma da grida di rabbia e di dolore. Un dolore mai capito, mai accolto, se non nel-l’occasionale abbraccio di qualche operatore di particolare sensibilità, quasi un appiglio a cui attaccarsi per cercare di liberarsi dal braccio di ferro distruttivo innescato dal sistema per domare l’aggressività del paziente – esattamente come faceva il manicomio, e con gli stessi risultati.

Ed è difficile, in effetti, capire che cosa distingue da un manicomio un istituto come Villa Crispina: leggendo i libri di Alice scopriamo che nel duemila i malati psichiatrici si legano ancora al letto e che ai gesti di autolesionismo con cui chiedono attenzione e aiuto c’è chi risponde con insulti e violenze, per lo meno verbali. «Ma com’è arrivata Alice in quella specie di manicomio contemporaneo se non perché la comunità terapeutica da un lato e il servizio di diagnosi e cura dall’altro l’avevano di fatto rifiutata ed espulsa, mentre i centri psicosociali neppure si erano posti il problema di gestire quote significative del suo tempo e del suo dolore?» si chiede, nella prefazione a Sottovuoto, Maria Grazia Giannichedda, docente di Sociologia dei fenomeni politici all’Università di Sassari e presidente della Fondazione Franca e Franco Basaglia. «Psichiatria privata, centri psicosociali, servizi di diagnosi e cura, clinica, comunità, istituto psichiatrico: in dieci anni Alice ha sperimentato quasi tutti i pezzi di cui si compone il sistema psichiatrico che si è venuto a creare, in gran parte dell’Italia, negli ultimi trent’anni. Su questo sistema nel suo complesso, su come funziona e su cosa produce è necessario oggi ricominciare a ragionare».

di Roberto Villa, Saturno

Alice Banfi, Sottovuoto. Romanzo psichiatrico, stampa alternativa, pagg. 128, 13,00

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