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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 02, 2012

Gogol' Bordello


«IO LO SOSPETTAVO da tempo che il cane fosse molto più intelligente dell’uomo; ero persino sicuro che potesse parlare... È un politico straordinario: osserva tutto, tutti i passi dell’uomo»: quanta ragione nel Diario di un pazzo di Nikolaj Gogol’, uno dei Racconti di San Pietroburgo portato ora in scena da Andrea Renzi al Teatro Franco Parenti di Milano. Il regista firma una traduzione volutamente traditrice dell’opera, spostandola dalla Russia ottocentesca all’Italia degli anni Cinquanta e facendone protagonista l’impiegato Papaleo, che delira con un’inflessione napoletana. Questo pazzo vive in un armadio a due ante, costretto in uno sgabuzzino da cui può fuggire solo con la fantasia: il racconto autobiografico procede senza continuità di trama, tra scene surreali – come il carteggio tra due cagnette –, tranche de vie – il lavoro al Ministero – e visioni oniriche. In nemmeno un’ora di monologo, il confine tra follia e senno, delirio e realtà si fa via via più sottile: Papaleo si sveste, la scena si sfalda, le luci e i suoni si alterano. L’interprete, Roberto De Francesco, è bravo a mantenersi in bilico tra realismo e magia: anche dopo l’allucinazione finale, esce di scena con una battuta sarcastica sul naso del re di Francia, facendo a pezzi la delicata e commovente immagine della «mammina» appena evocata.

In questo equilibrio nel disequilibrio lo spettacolo è fedelissimo a Gogol’, ma l’operazione, nel complesso, è piuttosto depistante. Non si tratta di capire se filologicamente e storicamente quel russo sia traducibile in questo napoletano – sicuramente esistono somiglianze di famiglia, allo spettatore basta comunque fidarsi dell’intuizione del regista. Ma, per chi guarda, il russo e il napoletano, Gogol’ e Papaleo spesso bisticciano: appartengono a due mondi così distanti che per inseguire l’uno ci si perde l’altro, in una storia già di per sé farneticante. Nell’immaginario collettivo quella San Pietroburgo e questa Napoli non si tengono, sono estranee – e non si può dar la colpa alla faciloneria dell’immaginario collettivo che si nutre anche (purtroppo o per fortuna) di luoghi comuni, stereotipi, sentito dire, romanzi, fantasticherie. Così lo spettatore non riesce a tenersi in bilico. E il funambolismo è un’arte spietata, come insegna Philippe Petit: «Possiedo la saggezza di colui che una volta è caduto; quando mi si dice che un funambolo s’è sfracellato al suolo rispondo: “Ha avuto ciò che si meritava”».

di Camilla Tagliabue, Saturno

Diario di un pazzo, Milano, Teatro Franco Parenti, fino al 4 marzo;
www.teatrofrancoparenti.it

www.teatrofrancoparenti.it


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