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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 09, 2012

“Guernica” e il quadro impossibile



È venuto il tempo di uno scanner accurato. Il paziente ha 75 anni, età che si festeggia ma anche si sorveglia. Soprattutto se si tratta di un simbolo gigantesco, denuncia e insieme tragico presagio del ‘900 che ci sta alle spalle. In questi giorni a Madrid, al museo Reina Sofia, una volta usciti gli ultimi visitatori, una telecamera robotizzata scatta 24 mila immagini digitalizzate di Guernica. Ne cerca i difetti non visibili a occhio nudo, le screpolature, i millimetrici rigonfiamenti. Vita dura, quella del quadro di Picasso: Parigi, New York, Madrid, un gran viaggiare aspettando il trapasso del generale fellone Francisco Franco, secondo il volere dell’autore. Ed ecco finalmente il tempo del check-up e delle terapie, giusto tre quarti di secolo dopo il parto nell’atelier di rue des Grands Augustins, nel VI arrondissement parigino. Fu lì che Picasso si era trasferito nel 1936, per restarci fino al ’55. Quell’atelier oggi è la sede del Cnea, Comitato nazionale per l’Educazione artistica. Ospita da poco un manufatto di gran pregio del 1838, il pianoforte di marca Pleyel che fu il preferito di Frederic Chopin, quando in quegli anni fu ospite in un maniero nella regione dell’Indre-et-Loire, a comporre, suonare e sospirare pensando alla sua Polonia. Ma ospita soprattutto il respiro lontano di una storia che non è solo quella dell’atroce bombardamento che la Legione Condor inflisse a Guernica. Da trent’anni c’è, al numero civico 7, una targa che la evoca. Quel luogo, prima di essere l’atelier di Picasso, era stato il teatro di un racconto di Balzac. Protagonista, un Picasso del Seicento. Anch’egli dedito alla scomposizione delle forme, alla rottura delle linee, alla dissoluzione degli oggetti rappresentati e dei loro contorni. Il Picasso del ‘600, scaturito dall’inesauribile vena letteraria di Balzac, si chiamava Frenhofer.

TRE SECOLI più tardi accadde che Amboise Vollard, agente di Pablo Picasso, gli chiedesse di illustrare per l’appunto quel racconto balzacchiano intitolato Il capolavoro sconosciuto. Fu in quell’occasione che il pittore spagnolo apprese della storia di Frenhofer, di come l’anziano artista confessasse ai più giovani Pourbus e Poussin di aver lavorato su di un quadro con tale intensità da aver esaurito per anni la sua forza creativa, di come i due giovani ammiratori gli chiedessero di mostrargli tanta meraviglia nascosta, di come Frenhofer cedesse alla lusinga e l’esponesse alla loro vista, fino alla crudele delusione apparsa sui volti di Pourbus e Poussin davanti a quell’agglomerato di segni e forme misteriosi: “È l’opera di un pazzo”, dissero, e Frenhofer si tolse la vita. Balzac aveva scritto questa storia nel 1837 (anticipando di qualche decennio la rivoluzione impressionista) proprio in rue des Grands Augustins, esattamente dove cent’anni più tardi Picasso installò tele e pennelli e per prima cosa dipinse Guernica, su richiesta del governo repubblicano spagnolo. C’è da scommettere che anche i primi visitatori dell’atelier, come Pourbus e Poussin , rimasero interdetti davanti a quella bizzarra sintassi cromatica che si esprime solo in bianco e nero, al caos apparente del dato spaziale, all’assenza di fonti di luce. Si dice che Picasso fosse un po’ ossessionato da Frenhofer, che se ne sentisse abitato in un certo modo iconoclasta, e che anche per questo avesse scelto di abitare e lavorare in rue des Grands Augustins. Certo è che il destino di Guernica fu all’opposto di quello del capole produsse fino all’ultimo. Anche se una volta disse parole che, lette oggi, possono apparire disperate più che tronfie: “Ho voluto essere pittore, sono diventato Picasso”.

di Gianni Marsilli, IFQ

avoro di Frenhofer: sconosciuto l’uno, stranoto l’altro. E lo stesso Picasso, anziché suicidarsi, visse a lungo

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