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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 09, 2012

Insana crudeltà



TURBATIVA d’incanto, il nuovo libro di Jolanda Insana, or ora pubblicato da Garzanti, parla di violenza e distruzione. E lo fa violentando e distruggendo la significazione: con l’ironia, con la mescolanza di voci, con il farneticare del discorso. Chi parla è sempre un altro, anzi un’altra. O un doppio della voce femminile principale, che a sua volta si dissolve in rivoli divergenti di riflessioni, o un pezzo di linguaggio imprevedibile, spuntato non si sa bene da dove.

Eppure l’autrice mantiene una parvenza di ordine. Perfino la scissione dell’io, cui assistiamo nella seconda e nella quarta parte, si inscena nel modo del confronto dialogico tra nemici, come nella tragedia antica. È il nemico, appunto, protagonista del libro. Dentro e fuori. Donde il pervasivo tono risentito, bilioso, stralunato. Chiunque parli ce l’ha con tutto: se stessa e il mondo. E infatti il mondo è fatto di morte. Tra i rottami del dire emergono le orrende insegne della catastrofe contemporanea: Gaza, Guantànamo, l’Iraq, i Buddha demoliti dal fanatismo, l’Italia del berlusca. E l’io rinfaccia al tu in cui si sdoppia bruttezza, vanità, smanie basse.

Leggendo questi frammenti, io mi sento davanti a una femminilità ferita, che ingiuria e si ingiuria in un tentativo estremo di affermazione: «frottolara strafallaria escussata».

L’incanto, sì, è turbato, annuncia il titolo (se si prende il «d’incanto» per complemento di specificazione; infatti, lo si può prendere anche per sarcastico sinonimo di un «a meraviglia», come quando diciamo: «Quel vestito ti sta d’incanto»). E il canto è disturbato. Il verso erompe lapidario, non fa concessioni al melodico. Anche i giochi linguistici per cui la Insana è celebre qui si riducono. Il lusso barocco di altri esperimenti ha ceduto a un parlato sentenzioso, che, a parte qualche guizzo maccheronico, tende all’anticlimax; perfino all’infimità scatologica. Gli escrementi spuntano un po’ dovunque, al posto dei fiori.

Anche la forma poetica si nega il più possibile. Poesie vere e proprie, in fondo, non ce ne sono. Ci sono invece zolle, grumi di affermazioni; simulacri di racconto, con protagonista la solita femminilità offesa che non è nessuna donna particolare o è molte donne, disgustate, in conflitto con sé e con le altre.

Ma c’è l’umorismo; un ridere a bocca chiusa, gravido di paradossi e controsensi. In tale umorismo trovo il meglio del libro, la radice della sua retorica disorientante, che elude di continuo la consolazione: «un terremoto farà sparire il mondo».

Questa scrittura esce come un protesta in uno dei periodi più avvilenti della nostra storia repubblicana. Jolanda Insana costringe i suoi doppi a gridare ai colpevoli: ecco come ci avete ridotti.

Di Nicola Gardini, Saturno

Jolanda Insana, Turbativa d’incanto, Garzanti, pagg. 142, 16,60


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