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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 02, 2012

La poesia di Valentino Zeichen

Imbottiti di buoni del Tesoro come materassi,

corazzati di beni immobili, mi decantano le

virtù della democrazia. A me viene da paragonare

questo prodigio virtuoso all’arte astratta, dove

ognuno vede quel che gli pare.


Valentino Zeichen


Valentino Zeichen è proprio, come era il Valentino di Pascoli, il più elegante dei possibili. La sua vita è sempre stata mitologica: flaneur, bohemien, vive in una baracca sulla Flaminia, senza riscaldamento, piena di appunti scritti su muri, e il suo stile è quello di un nobile d’alto lignaggio. E certo lo è. La sua poesia è stata una sorpresa fin dagli esordi, da quell’Area di rigore del 1974. Ma vorrei segnalare gli ultimi due libri: Aforismi d’autunno (Fazi Editore) e Casa di rieducazione (Mondadori) pieni di folgorazioni, dove lo svagato passeggiatore del mondo si fa acuto e polemico commentatore della borghesia. Non credo ci sia qualcun altro oggi così profondamente e radicalmente poeta: capace cioè di vivere con niente, e col niente del suo occhio nudo e col logos della sua lingua netta e precisa capace di smascherare ogni compromesso, ogni viltà. Il Karl Kraus della nostra patria? Forse, ma certo più lieve, più ironico, ineffabile. Nei suoi epigrammi – per i quali si è conquistato la definizione di «Marziale moderno» (lo scrisse Moravia) c’è anche il ritratto dell’artista: colui che più che alle «subdole manovre/ degli addetti alla poetiche» ama «fare vita d’artista». Giuseppe Conte ha scritto che gli piace molto la rassegna stampa che Zeichen gli fa al mattino al telefono, perché non è mai conformista e attraversa l’attualità «tra rabbia, disincanto, ironia». Sarebbe il migliore dei mondi possibili se questa rassegna privata potessimo sentirla tutti. Esiste commento più appropriato di quello sopra all’era del governo dei banchieri?

di Alba Donati, Saturno


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