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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 16, 2012

Maestri d’un paese mancato


GOFFREDO FOFI (critico letterario e cinematografico, direttore di riviste, organizzatore di cultura) è stato un uomo fortunato. Nel 1960 aveva poco più di vent’anni. Reduce dall’esperienza siciliana al fianco di Danilo Dolci, lavorava da aspirante assistente sociale, tra braccianti calabresi e bambini internati negli ospedali psichiatrici romani. Girava l’Italia come una trottola, frequentando alcuni dei migliori ingegni del suo tempo. Un parterre de rois impensabile per un virgulto dei nostri giorni: Ernesto Rossi, Manlio Rossi-Doria, Guido Calogero, Norberto Bobbio, Arturo Carlo Jemolo, Giovanni Bollea, Ernesto De Mar-tino, Ada Gobetti, Gigliola e Franco Venturi. In questo diario, riemerso da una cassa di vecchie lettere (e ora riproposto a quasi vent’anni dalla prima edizione), c’è tutto il sale della cultura terzaforzista. Curiosa e volenterosa, ma gracile, stretta fra l’incenso democristiano e la doppiezza di Togliatti, «che di morali ne ha cinque o sei, ma che si ritiene, come tutti i comunisti, sempre nel giusto».


Un reperto fortuito, però capace come pochi altri di lumeggiare la singolarissima figura di Fofi, felice impasto fra il concretismo di Salvemini e l’utopismo antiautoritario di Aldo Capitini: «il fine delle minoranze etiche e attive non è vincere, ma semmai intralciare l’azione dei vincenti e dei potenti». Certo, il giovane Goffredo è talvolta sprovveduto e acerbo, preso dalla smania di «partecipare troppo ai sentimenti degli altri». Eppure, anche quando si lascia trascinare dagli eventi, sembra conservare quel barlume di sprezzo e autoironia che gl’impedirà di diventare, in seguito, «classe dirigente». Spesso, infatti, la retorica della «vocazione minoritaria» ha funzionato da volano per magnifiche e spregiudicate carriere. Come ricordava Flaiano, citando Malraux, «in ogni minoranza intelligente c’è una maggioranza di imbecilli».

Per quale motivo quest’antico diario suona oggi tanto struggente? Forse perché ci proietta in un paese remoto: l’Italia del 1960, oscillante fra povertà e benessere, filtrata dagli occhi di un ventenne non ancora assuefatto alla vita. Un paese diverso, non un paese migliore. «La morale pubblica è ruffiana e prostituta, ci vorrà un secolo per modificarla, se basterà», annotava un lungimirante Fofi. Il giogo pretesco non lasciava tregua. Gli industriali brillavano per ottusità e arroganza, non meno di adesso. Mentre i socialisti, affrancatisi gradualmente dall’abbraccio mortale dei comunisti, si preparavano ai futuri banchetti con i forchettoni democristiani. La Dolce vita di Fellini, uscito proprio in quell’anno, fotografava «lo stupido presente della nostra stupida società». E tuttavia, era un paese corroborato dalla speranza in un futuro meno angusto del presente. Per questo ne proviamo un vago rimpianto.

Strana gente (così s’intitola il diario) uscì per la prima volta all’inizio del 1993, in piena Tangentopoli. Fu quella l’ultima stagione italiana lambita da un anelito di cambiamento. Il gaudente De Michelis travolto dagli avvisi di garanzia. Andreotti inquisito per mafia. Totò Riina finalmente arrestato. Chi allora aveva vent’anni e studiava all’università, scopriva nelle pagine di Fofi un prontuario laico indispensabile per orientarsi nella nuova temperie, senza accodarsi alle maggioranze vociferanti e trasformiste. Sappiamo tutti come è andata a finire. Oggi quest’aureo volumetto rispunta in un clima di sommo disincanto e arretramento civile. A prestar fede all’incredibile “requisitoria” a favore di Dell’Utri pronunciata dal sostituto procuratore generale della Cassazione – «nessuno crede più al reato di concorso esterno in associazione mafiosa» – sembra d’essere tornati agli anni Cinquanta, nella Sicilia di Danilo Dolci, in cui Cosa Nostra ufficialmente non esisteva («è un’invenzione della stampa»). Un paese mancato.

di Raffaele Liucci, Saturno

Goffredo Fofi, Strana gente. Un diario tra Sud e Nord nell’Italia del 1960, con una Introduzione dell’autore alla nuova edizione, Donzelli, pagg. 160, 17,00



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