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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 16, 2012

Non c'è un dopo Carmelo Bene





Non c’è un dopo Carmelo Bene. E non perché alla morte di un personaggio grande e di una persona cara si voglia assurdamente fermare il tempo, ma perché non c’entrava per nulla con il “nostro” tempo. E ancora, non perché non sia mai stato attuale o presente, ma perché ostinato nemico di quel tempo cronologico, che si dispone lungo la linea della storia passata e corre verso il futuro della società.

Non si tratta quindi di fermare il tempo, perché Carmelo è stato sempre abitante e demiurgo del tempo sospeso e del nessun luogo del teatro. Del “suo” teatro, va detto, giacché molti altri teatri si lasciano volentieri contaminare dal tempo storico e dal luogo sociale: si credono specchi del mondo e si fingono mezzi di comunicazione a disposizione del pubblico. Nel suo teatro invece, non si dava alcuna prospettiva né si predicava una qualunque complementarità: la scena e la platea si fronteggiavano invalicabili e incomunicabili, a meno di non passare per quel punto verticale dove s’incontrano l’ascolto e la visione, l’ascolto del pubblico e la visione dell’attore. Mai viceversa.

Non c’è neanche un prima Carmelo, a guardar Bene. Per quanto ci si sforzi di cercare le eredità e i condizionamenti, le filiazioni e le profezie che devono per forza averlo generato, nessuno è riuscito per davvero a infilarlo nella storia e a spiegarlo con la geografia: l’attore postumo dell’ottocento (Garboli) o le puglie della minoranza come divenire (Deleuze) non sono che suggerimenti riusciti, suggestioni parziali che accendono un’interpretazione ma non chiudono la definizione del “fenomeno Bene”. Per lui, il ‘prima’ della società e dalla cultura è ammassato in un unico ingombro repertoriale, dentro il quale il suo genio aveva facoltà di scompigliare e ravvivare (ironico e impertinente ovvero rigoroso e solenne) tutto quel che toccava e non usava… provocando sussulti nei corpi morti dei testi e resuscitando perfino la carne dei poeti. Majakowski e Shakespeare, Leopardi e Campana, Dante e D’Annunzio hanno ritrovato suono e senso, passando a miglior vita dentro la magica macchina attoriale. Ma non è dei suoi sconcertanti spettacoli che si vuole trattare: ci sarà tempo – molto del nostro tempo e della prossima storia – per rivisitare e ridesiderare, appoggiandosi alle pagine e ai film e ai dischi rimasti, l’incanto e la lezione delle sue ‘operazioni’.

Abitava un castello moresco… dovunque se ne andasse e comunque operasse. Lo spazio-tempo della scena (o della pellicola o della pagina…) non era che una zona franca dove poter alloggiare – momentaneamente – il suo altrove. Per questo in palcoscenico si mostrava fastidiato e molesto, per questo da ogni palcoscenico voleva e doveva sparire in continuazione, suscitando irritazione o stupore. Anche lui del resto, mentre celebrava incessantemente la divertita amarezza del non esserci mai, si irritava o stupiva di come potesse ancora esistere un teatro di rappresentazione della realtà e un pubblico abbonato alla conferma del proprio ruolo e della propria identità. Contro quel pubblico è l’attore che ha fatto del suo meglio, ma non gli è riuscito che di attrarre e distrarre pochi spettatori devoti: quelli che si sono lasciati prendere e perdere nell’altrove irrappresentabile e impossibile e indicibile, che poi è da sempre il nessun luogo e il senza tempo verso cui dovrebbero tendere tutti i veri artisti… Ma quanti sono poi?

Cosi, nella solitudine del suo non-luogo e nel vuoto del suo fuori-tempo, Carmelo Bene da subito aveva deciso di identificarsi: era lui quel castello moresco, come confessa in Nostra Signora dei Turchi con una battuta finale di comica sconsolata follia: se non fossi un palazzo, mi crederebbero!

Ma della sua arte così grande e della sua vita tanto breve non si finirà mai di parlare, magari a sproposito. E intanto Carmelo era, come tutti, anche un personaggio e una persona. Di diverso da tutti non aveva poi la grandezza ma l’altezza, che senza insegnare nulla obbliga ad apprendere il modo giusto di fare o di guardare: verso l’alto e in sottomissione o abbandono, contrapponendo l’umiltà verticale delle virtù all’orizzonte consolatorio dei sentimenti. Di diverso da tutti, prima ancora della qualità del suo essere, valeva una diversa modalità dell’esistenza, o se si vuole dell’uso e della spesa che si fa di se stessi.

Il Personaggio pubblico, ad esempio, era una sua armatura, sempre più cosciente, per non essere metabolizzato da nulla e non essere gestito da nessuno. Carmelo Bene poteva comparire in ogni circo mediatico, senza mai appartenervi: all’opposto dei tanti animali esotici o domestici che affollano l’aia televisiva che oggi sostituisce la società italiana, Carmelo attraversava quella scena mondana come un ospite alieno, insensibile al mercato dei complimenti e allo scambio delle convenienze. La pubblicità o l’impopolarità che gliene è derivata, non l’ha mai richiesta ma semmai l’ha strappata come l’involontario bottino delle sue incursioni. Dei troppi di cui si dice che bucano il video è stato l’unico che l’ha sempre ferito, fino al cortocircuito televisivo memorabile di una trasmissione che continua da vent’anni a parlare ma che quella sola volta ha fatto davvero parlare di sé.

Dopo di lui, una folla di servi insolenti o di altezzosi incompresi hanno finto di somigliarli, ma appunto non c’è un dopo Carmelo…

La sua Persona non la mostrava mai ma la indossava sempre. Forse non sono tanti a conoscerla perché le persone si rivelano nell’incontro del fare e non nel commercio del vivere, ma chiunque la riconosce dal suono e dal dolore della sua voce.

Chi l’ha conosciuto nel breve decennio della sua ultima vita – delle tante che amava computare e cancellare – l’ha vista ritrarsi nel significato etimologico di maschera funebre, non applicata ma emersa dal corpo, come fosse la tracimazione di un’alterità intima, tanto assoluta quanto incontenibile. Carmelo non voleva essere io e la sua persona era davvero l’altro: la sua e la nostra mancanza che s’affaccia e s’incorpora solo in chi s’è davvero purificato dal peccato dell’identità.

Dopo di lui, si ritornerà magari ad ammirare il più piccolo sforzo di alterità o perfino ad adorare qualche novello tronfio super-io. Ma, scriveva un giovanissimo Brecht prima di prender forma e di mettersi a far formazione, Non vi fate sedurre… Ché non c’è niente, dopo.

di Pier Giorgio Giacchè, immemorialecarmelobene.it



1 commento:

Alessandro ha detto...

Il teatro ormai è invaso dal musical, da pseudodrammi umoristici, da smielate sceneggiate sentimentali o peggio ancora spirituali, dalla perdita di tempo, dallo spreco per l'appunto. Il teatro è tornato ad essere un messaggio, ahimè! Schiamazzo sociale tra sogni e rivoluzioni recitate stile soap opera. Del teatro di C.B non è rimasto niente. Il non-luogo è sostituito da Cinecittà e le risate dei suoi comichetti che putroppo riempiono i teatri moderni. Viviamo nell'era della comunicazione a tutti i costi, della comunicazione forzata, che dev'esserci, contro tutti e tutto, sempre presente, gettata in faccia a tutti. Ne abbiamo fatto un feticcio della comunicazione perdendo di vista la voce, le parole e innamorandoci di dialoghi e discorsi che sterili si avvicinano sempre più ad essere giudizi e stereotipi. Che scempio! Nè vero! Il teatro comune che ci deve parlare, l'attore e il regista che ha qualcosa da dire e deve farsi sentire per ribadire ciò che viviamo ogni giorno. Mah! Non appena mi passerà tra le mani un teatro lo abbandonerò costruendolo come fece C.B.