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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 27, 2012

Ue, il Parlamento dovrebbe bocciare l'Acta

Bocciatura in vista per l'Acta, l'accordo che mira a combattere la contraffazione e le violazioni di copyright su Internet. La proposta, che ha suscitato non poche polemiche e proteste nelle piazze del continente, ed è stata già sotto l'occhio investigatore della Commissione,dovrebbe essere respinta dal Parlamento europeo.
È quanto ha indicato il relatore sull'Acta, il britannico David Martin (S&D), in una raccomandazione formale che ha presentato alla Commissione Commercio internazionale del Parlamento Ue.
«TRATTATO CARENTE». «Tra le carenze del trattato Acta ci sono il non aver definito in modo sufficientemente chiaro la 'scala commerciale' e la richiesta implicita ai fornitori di servizi Internet di agire come una polizia in rete. Ciò potrebbe portare alla conseguenza non voluta di minacciare le libertà civili», ha spiegato Martin.
Ad essere in discussione è il testo del trattato, non lo scopo che è destinato a perseguire: «Proporre di respingere Acta non vuol dire respingere la necessità dell'Unione europea di proteggere la sua proprietà intellettuale. L'Europa può competere solo sulla base di innovazione e creatività e per fare questo, deve proteggere la sua proprietà intellettuale».
«RESPINGERE E MODIFICARE». Martin ha anche indicato una possibile via d'uscita al problema: «L'articolo 42 dell'Acta prevede la rinegoziazione del testo», ha osservato Martin suggerendo che la Commissione potrebbe essere in grado di «tornare indietro e portare avanti la procedura di modifica».
L'Europarlamentare ha citato il caso dell'accordo Ue-Usa sul 'Passenger Name Record', nel quale è stata concordata una proposta più accettabile dopo il rifiuto del Parlamento a quella originale. Anche il gruppo dei lib-dem al Parlamento europeo si è schierato contro l'Acta.
L'eurodeputato Niccolò Rinaldi ha chiesto di contrastare la contraffazione «con strumenti diversi che siano più appropriati». Il voto sull'Acta in Commissione commercio internazionale è previsto a giugno mentre il voto in plenaria probabilmente a luglio.

Lettera43

Pochi, brutti e costosi: la sala si svuota


La sala non tira più, almeno in Italia. Confrontando anni, mesi, periodi, il risultato non cambia: segno meno, profondo rosso. Per non incappare nelle tagliole del rincaro dei biglietti – chi va al cinema ne sa qualcosa – e nei film in 3D, consideriamo le presenze e non gli incassi, come fanno i francesi e dovremmo fare pure noi: dal 1° gennaio al 25 aprile di quest’anno, i biglietti sono stati 35.712.653, ovvero -13,77% rispetto ai 41.413.664 dell’analogo periodo del 2011. Addirittura -21,62% rispetto al 2010, con 10 milioni di spettatori spariti nel nulla, e il segno rimane negativo (-3,33%) anche rispetto a un annus horribilis come il 2009. E pensare che la débâcle è parzialmente mitigata proprio dalla festa della Liberazione, che ha fatto registrare nel campione Cinetel (copertura: 90% del mercato) 533 mila biglietti venduti, +40% rispetto alla stessa giornata dello scorso anno.
LO ZAMPINO è del migliore esordio della stagione, The Avengers, con 253.350 biglietti staccati, ma l’exploit non consola nessuno, a parte il distributore Walt Disney. L’intero (a oggi) mese di aprile segnala una minima ripresa: dal 1° gennaio al 31 marzo 2012, infatti, il rosso è ancora più forte, con 28 milioni 280 mila biglietti pari a un -21,95% rispetto al trimestre 2011. E il divario è ancora maggiore a livello di Top 10: -28,54% per le presenze del trimestre 2012 sul 2011, “a conferma – osserva giustamente l’Agis – che alla possibile contrazione generale dei consumi si accompagna un’offerta di film con minore capacità di attrazione rispetto a quelli dello scorso anno”. Serve una nota: “Minore capacità di attrazione” in sala, perché il file sharing, il download e lo streaming attraggono, eccome, nonostante
Megaupload – forse riaprirà a breve – e Megavideo siano stati chiusi. Già, come lamenta il presidente dell’Anica Riccardo Tozzi, si rischia di “far crescere una generazione che pensa che Internet sia il luogo su cui vedere i film gratis”. Forse. Ma di sicuro muore la sala. Che attualmente paga tre fattori: la crisi, che erode anche la definizione di “tempo libero più economico” di cui il cinema s’è sempre fregiato, la pirateria, appunto, e un’offerta che lascia a desiderare. Spia scoperta di una domanda che non s’intercetta più è il botteghino di Titanic 3D: con tutta la bontà del restyling stereoscopico di James Cameron, se riesce a fare quasi 8 milioni è perché naviga nel deserto. Film brutti, inappetibili, per una delle stagioni più appannate degli ultimi anni. E nessuna nazione è immune al morbo: se il nostro cinema tra inizio 2012 (al 15 aprile) e 2011 guadagna 3 punti percentuali di quota mercato, cade quello americano, passato dal 46,7% dell’anno scorso all’attuale al 36,74%, mentre a sorridere sono solo i cugini d’Oltralpe, passati dal 2,03 al 9,76% grazie a The Artist e, soprattutto, Quasi amici. Da considerare anche il divario devastante tra i singoli mesi: se l’estate tradizionalmente nelle nostre sale significa siccità, l’altalena è forte anche tra gennaio e aprile, il cui raffronto nel 2012 segna un -43%, ovvero 13 milioni 37 mila biglietti contro 7 milioni 432 mila.
MA PURE il primo mese del nuovo anno non ha brillato: -31% rispetto a un anno fa (18 milioni 900 mila biglietti), che aveva in testa alla classifica Zalone (6 milioni 533 mila biglietti), e segno negativo anche rispetto al gennaio 2010 (16 milioni 800 mila biglietti, con un Avatar da 4,5. Fuga dalla sala, dunque, è non è un film
di Federico Pontiggia , IFQ
Una sala vuota (FOTO MILESTONE)

aprile 22, 2012

MGZ: Diffondete il verbo!



"Stanchi della solita sbobba? Stufi marci di concerti tutti uguali, con i soliti cretini che suonano la solita musica cretina? Volete emozioni forti epperò autentiche, non costruite a tavolino per turlupinare i gonzi? Beh, segnatevi questa sigla: MGZ. MGZ & Le Signore è l'act più tosto e ruspante oggi in circolazione. Insomma, questo MGZ è un tizio di Savona, assolutamente folle, che all'anagrafe fa Mauro Guazzotti.

Ѐ in giro da un sacco di tempo, ma soltanto ora fa il gran salto con un signor disco prodotto dal magico Madaski. Il disco si intitola «Non riesco più a starmene tranquillo», lo pubblica la Alternative, ed è indescrivibile, come indescrivibile è qualunque cosa riguardi MGZ - per tacer delle Signore, accolita di improbabili musicisti-coriste-animatori/trici che affollano il palco durante i concerti, mentre MGZ strepita nel microfono e compie varie cattive azioni.

Ad ogni modo. MGZ ha una faccia, anche se la si vede poco per via dei continui travestimenti: ricorda un po' lo Zio Tibia, e un po' il teppista isterico di «Scuola di Polizia»; però con le sopracciglia assai più folte. Ed ha un alter-ego, che si fa chiamare Brainzuk e durante i concerti comanda la drum-machine; e un chitarrista, Bob Stones; però sul disco e in alcuni concerti ha invitato Tax dei Negazione.

Comunque MGZ non fa metal, anche se un suo concerto ti spacca in due ed è un'apocalisse sonora che al confronto i metallari paiono Chopin. Non cercheremo di descrivervi cosa fa: comperate il disco, andate al concerto. Se proprio non vi fidate, e volete un'idea di ciò che vi aspetta, immaginatevi Alice (Cooper) nel Paese delle Meraviglie Elettroniche; oppure Petrolini - o Bracardi - con due dita nella presa dell'alta tensione. Ma rende meglio l'idea un Frank Zappa interpretato da Freddie Kruger (o viceversa).

Hardcore psicotico, puro rock e elettronica dura si mescolano a degenerate filastrocche, come piaceva a mastro Zappa. E versi tipo «e gioco alla pleistescion / ma senza satisfescion / se squilla il cellulare faccio un po' di conversescion» sono frutto di geniale e cosciente idiozia.

di Gabriele Ferraris, La Stampa

aprile 21, 2012

La protesta del direttore Manfredi: «La rivoluzione si fa col fuoco».


Il 'Va pensiero' in sottofondo, e il fuoco ad avvolgere la fotografia dell'artista greco Filippos Tsitsopoulos, una delle opere d'arte conservate al Contemporary art museum di Casoria. Il nuovo rogo, terzo della serie, è avvenuto in diretta tivù, davanti alle telecamere di Piazzapultia, il programma condotto da Corrado Formigli su La7.
«COMBATTIAMO PER L'ARTE». «Ha ragione chi dice che non bisogna bruciare l'arte, ma la nostra è una rivoluzione culturale a favore e non contro l'arte. Ci sono sacrifici che a volte bisogna fare per vincere le battaglie. Noi combattiamo per richiamare l'attenzione delle istituzioni nei confronti della cultura. E non ci arrenderemo», ha commentato Antonio Manfredi, direttore del museo dell'hinterland napoletano.
«In Italia stanno distruggendo l'arte e la cultura Ci sono i tagli, stanno chiudendo i musei. Noi stiamo facendo la rivoluzione e la rivoluzione si fa con il fuoco», ha spiegato Manfredi al conduttore che gli chiedeva il perché del suo gesto.
Lettera43

Pompei, degrado da Sapere

Plinio il Giovane e Amedeo Maiuri relegati in un sottoscala con polvere, umidità, amianto e topi. Pompei ancora nei guai, dopo i continui crolli delle antiche vestigia e il perpetuarsi dei furti a opera dei tombaroli: la biblioteca degli Scavi è relegata nel sottoscala di un container che trasuda amianto e muffa dal tetto e dalle pareti ed è off limits per giornalisti e utenti, tranne che - fanno sapere i vertici - «per i dipendenti della Sovrintendenza e qualche eccezione di rado consentita».
NIENTE TRASFERIMENTO. Vietato sostarvi, guai a chi vorrebbe scattare foto. Di trasferire i preziosi libri in una sede alternativa, adeguata e decente, non si intravede traccia sebbene non manchino i soldi per allestirla in tempi rapidi. Si dice «obbligata al silenzio» la direttrice, Rosarita Cangemi che, dopo aver pagato una sanzione da 6 mila euro inflitta dalla Asl, aveva continuato a protestare per l’imbarazzante scempio di quei tesori ormai in malora.
I DIPENDENTI SPOSTATI AL PIANO SUPERIORE. La direttrice è stata “spostata” in un ufficio lontano dalla biblioteca, mentre i suoi dipendenti - su ordine della Asl e della procura della Repubblica che sta indagando - sono stati trasferiti al piano superiore del container, che si trova all’interno dell’area Scavi nei pressi della cabina di regìa del sistema di tele-sorveglianza.

Nessun impianto di climatizzazione e deumidificazione

Ogni volta che al piano superiore del container viene richiesto uno fra i 20 mila libri custoditi, i dipendenti sono costretti a scendere a turno nel sottoscala per prelevarlo dagli scaffali impolverati e privi di finestre. Irrefrenabile è la meraviglia degli studiosi stranieri che ancora frequentano gli uffici della biblioteca e ogni giorno assistono al trafelato andirivieni delle impiegate con i rari volumi cullati fra le braccia.
Nel sottoscala, arieggiato solo da minuscole “bocche di lupo” situate quasi al soffitto, non ci sono gli impianti di climatizzazione e deumidificazione che dovrebbero garantire la corretta conservazione.
TESTI RARISSIMI ORA QUASI ABBANDONATI. Eppure, laggiù languono inaudite gemme culturali: si tratta di iconografie, illustri testimonianze, testi rarissimi come le carte di scavo dell’archeologo Amedeo Maiuri o le straordinarie ricerche di Vittorio

Spinazzola che nei primi anni del 900 riportò alla luce i reperti archeologici di via dell’Abbondanza.
PLINIO IL GIOVANE E TACITO IN MEZZO AI TOPI. E poi, tanti e introvabili scritti in varie lingue (dal latino al tedesco e all’inglese) tra cui alcuni studi originali attribuiti a Plinio il Giovane nonché le sue epistole inviate allo storico Tacito relative all’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo.
«Tutto sta andando in rovina», spiega a Lettera43.it Antonio Pepe, sindacalista Cisl, «un patrimonio intellettuale e culturale di rilievo mondiale viene rosicchiato ogni giorno dai topi e dall’incuria di una dirigenza che pure - grazie alle meraviglie custodite negli Scavi più famosi al mondo - incassa ogni anno 20 milioni di euro dalla valanga di visitatori (più di 2 milioni, spalmati lungo i 12 mesi) che affollano la città dissepolta».

Amianto tenuto sotto costante controllo

Nella biblioteca-container non esistono vie di fuga né è attivo un impianto antincendio. La soprintendente dell’area archeologica di Pompei, Teresa Elena Cinquantaquattro, ha assicurato però che «rischi per la salute non ce ne sono, perché l’amianto è tenuto sotto costante controllo». L’andirivieni dei dipendenti della biblioteca, costretti a far su è giù fra la sede degli uffici al primo piano e il sottoscala, è invece, per la soprintendente, «solo un problema organizzativo, che riguarda gli impiegati ma viene utilizzato in maniera impropria».

Come, del resto, le discussioni sulla sede alternativa, «che non c’è nei bandi attuali ma sarà», assicura, «prevista nei prossimi che faremo».
L'INTERROGAZIONE DELLA SENATRICE DE FEO. A chiedersi con veemenza perché il trasferimento della biblioteca-container non avvenga invece subito è Diana De Feo, senatrice del Popolo della libertà e presidente della commissione cultura del Senato, che ha firmato un’interrogazione con una ventina di parlamentari: «Non ha senso ritinteggiare o sostituire la moquette del sottoscala: trasferire subito i libri è una questione di decenza. Vogliamo sapere», si legge nel documento, «come si intende utilizzare i 60 milioni di euro che giacciono nelle casse della Soprintendenza».
IMPOSSIBILE CONTATTARE LA DIRETTRICE. Pronto, c’è

la direttrice? Niente, il telefono è fuori uso nell’ufficio di Rosarita Cangemi, il capo della biblioteca che è stata multata e poi ha ricevuto l’ordine di non parlare più con nessuno. Perché il telefono non funziona non si sa, ma - anche se si sapesse – non si potrebbe dire. Allora proviamo col telefonino. La ricezione è pessima. «C’è poco segnale», si giustifica dispiaciuta la direttrice.
In giro raccontano che abbia mal digerito l’assurdo silenzio che le sarebbe stato imposto. E che non si dia pace per «quei poveri libri che andrebbero rilegati e restaurati con urgenza prima che si deteriorino per sempre».
IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE FRENATO. Gli amici della direttrice Cangemi accennano a misteriosi e pesanti “avvertimenti” e assicurano che, se la direttrice potesse, tornerebbe a denunciare «le pessime condizioni climatiche in cui versa

no i volumi custoditi nel sottoscala», nonché il disinteresse generale «nei confronti di una biblioteca la cui importanza culturale non è inferiore a quella rappresentata dagli Scavi».
«Quella di Napoli e Pompei», fa sapere il sindacalista Antonio Pepe, è una Soprintendenza autonoma e speciale, di sicuro non povera e in grado di finanziare interventi importanti, ma il consiglio di amministrazione appare quanto mai frenato e lento nelle decisioni, nonché spesso succubo dei diktat ministeriali: tutto ciò non fa bene agli Scavi di Pompei, che avrebbero invece bisogno di interventi continui, immediati, tempestivi. Come nel caso della biblioteca relegata nel sottoscala, di cui davvero c’è da vergognarsi».

di Enzo Ciaccio, Lettera43

Roma con gli occhi di Allen


Woody Allen con il suo film ambientato a Roma raccoglierà senza troppa difficoltà l'attenzione dei mezzi di comunicazione e del pubblico, ma gli spettatori non devono correre il rischio di perdere l'occasione di applaudire un altro dei titoli in arrivo nel weekend : Il primo uomo, diretto dal regista Gianni Amelio.
UN OMAGGIO POCO CHIARO. Allen dopo l'affascinante Midnight in Paris, è arrivato in Italia per dare vita ad un film a episodi con lo scopo di rendere omaggio alla città, alla nostra cultura cinematografica e allo stile di vita italiano. Il risultato non è forse quello sperato e l'immagine trasmessa non è delle più lusinghiere. Il film risente di una sceneggiatura non equilibrata tra le quattro diverse storie e i protagonisti, ad esclusione dello stesso Allen, in piena forma, sembrano privi di spessore e opachi.
Gli attori italiani non sembrano aver trovato il giusto feeling con il regista: nemmeno Roberto Benigni si allontana da un ruolo tratteggiato sommariamente e l'attore toscano non può risollevare un film appiattito nel tentativo di sfruttare stereotipi e citazioni narrative senza personalità.
di Beatrice Pagan, Lettera43

aprile 13, 2012

Jacques Prévert, maestro dell'inaspettato


Un suo famoso saggio sulle differenze tra poesia e prosa, Roland Barthes azzardava l’ipotesi di una sostanzialità della poesia (scritta con la P maiuscola), di una sua autonomia irriducibile e dunque di un rapporto col linguaggio tanto profondo quanto di difficile trascrizione. Jacques Prévert, di cui l'11 aprile ricorre il 35esimo anniversario della morte, è un poeta che sembra negare radicalmente questa concezione «puristica» della poesia.
LA CONTAMINAZIONE ORIGINALE. I suoi versi, molto letti e molto amati, nascevano infatti già contaminati in partenza, carichi di storia e di polemica, di humour e di sentimento, trasgressivi e gentilmente impetuosi.
Già celebre come sceneggiatore e soggettista (basti pensare a Quai des brumes e a Les Enfants du Paradis), Prévert irruppe sulla scena letteraria francese nel Secondo Dopoguerra, ottenendo un immediato consenso e una fama che durò a lungo.
VERSI AFFABILI E GENEROSI. Il motivo è probabilmente la sua affabilità, che lo spingeva a incontrare il lettore più rapidamente e più generosamente di quanto non fosse stata capace in precedenza la poesia francese, su cui, per esempio, Stéphane Mallarmé e Paul Valéry avevano impresso un marchio intellettualistico.
Del resto nemmeno il surrealismo, nonostante il vigore eversivo nei confronti della tradizione, era riuscito a valicare il perimetro dentro cui la poesia corre il rischio di essere asfissiata dalle proprie ambizioni e dal proprio narcisismo.

Quell'apparente semplicità che divise la critica

Invece Prévert ci riuscì. Era un poeta sapiente, ampiamente attrezzato, sottile, ma era anche un poeta capace di rinnegare se stesso in nome di un’onestà che doveva venire sempre prima del risultato letterario.
IL SENTIMENTO OLTRE LE IDEE. I suoi versi mescolavano abilmente passione e denuncia morale, formalismo e ingiuria, virtuosismo e quotidianità. Quasi certamente piacevano per questo, perché suscitavano sentimenti oltre che idee.
La critica si è divisa spesso nel giudizio su di lui. Fu considerato un poeta «facile», ma in realtà non era così. Prévert era in fondo un poeta più ricercato di quel che si poteva immaginare, capace di costruire «sequenze» imprevedibili, di «montare» il testo poetico secondo schemi non convenzionali.
MAESTRO DELL'INASPETTATO. A rileggerlo oggi ciò che sorprende è proprio la sua maestria nel creare effetti inaspettati. Come in quella poesia in cui invita a dipingere una gabbia con la porticina aperta. Non perché l’uccello possa fuggire ma, al contrario, perché vi possa entrare. O in quel celebre Pater noster in cui Dio, che è nei cieli, è lapidariamente invitato a restarci.
Gian Domenico Giagni, che curò per Guanda la prima edizione italiana delle poesie di Prévert nel 1960, parlò di «un orecchio attento al minimo passo falso del mondo».
Era una bella definizione del poeta francese e anche della poesia, che non si può concedere pause, ma vive in uno stato di allarme continuo per la sorte dell’uomo.

di Paolo Lanaro, Lettera43

Giovani, ribelli e censurati

È bastata la rimozione dal montaggio finale di tre parole per modificare la classificazione attribuita dalla censura americana al documentario Bully. Si tratta di una vittoria importante contro gli standard attualmente in vigore perché la modifica non ha riguardato la scena contestata inizialmente, rimasta totalmente intatta, ma sequenze meno incisive e importanti.
EFFETTI SUL SISTEMA IN VIGORE. La conclusione di questa lunga battaglia per permettere la visione del documentario agli spettatori più giovani potrebbe inoltre avere degli effetti sull'attuale sistema in vigore che ha mostrato pubblicamente i suoi limiti, in questo e in altri recenti casi analoghi.
IL RACCONTO DI UN ANNO FRA I RAGAZZI. Bully, del regista Lee Hirsch, è stato realizzato con la collaborazione delle scuole di Sioux City, Iowa e che aveva segnato un record d'incassi negli Usa ma che poi era stato 'censurato'. Il documentario ha seguito per un intero anno scolastico cinque ragazzi e le loro famiglie, portando alla luce una situazione di sofferenza in alcuni casi iniziata già alle scuole elementari, oltre ad intervistare i genitori del diciassettenne Tyler Long, suicidatosi dopo aver subito per anni angherie da parte dei suoi coetanei.
VISIONE VIETATA AI PIÙ GIOVANI. Dopo aver vietato la visione del film ai più giovani, a cui invece principalmente si rivolge, dichiarandola «inappropriata» a causa di una sequenza in cui un ragazzo è vittima di una volgare aggressione verbale, la Motion picture association of America (Mpaa) ha modificato ora la sua decisione declassandone i divieti a PG-13, che segnala solo come alcuni contenuti potrebbero non essere adatti ad un pubblico sotto i 13 anni.

Il 77% degli studenti americani vittima di abusi verbali o fisici

Il bullismo è un problema in continua crescita a livello internazionale: recenti statistiche hanno riportato come il 77% degli studenti americani siano stati vittima di abusi verbali o fisici e il fenomeno si stia rapidamente espandendo anche online.
13 MILA CASI REGISTRATI ALL'ANNO. I preoccupanti numeri riportano la considerevole cifra di 13 milioni di ragazzi vittime ogni anno del bullismo, con conseguenze spesso tragiche, di oltre 160 mila studenti che ogni giorno decidono di non andare a scuola per paura di essere aggrediti e ben 282 mila studenti attaccati fisicamente ogni mese dai loro coetanei.
IN ITALIA LE FAMIGLIE SEGNALANO. La situazione non è rassicurante nemmeno in Italia: nel 2011 Censis ed Eurispes hanno presentato ad un convegno i dati da loro raccolti che dimostrano come il 50% delle famiglie segnali eventi di bullismo o microbullismo nelle classi dei figli. I comportamenti negativi hanno nel 28,7% dei casi come vittima un solo alunno e la natura degli attacchi nel 25,9% dei casi è composta da offese e scherzi pesanti, nel 25% da isolamento o esclusione dal gruppo, e nel 21% da furti e percosse.
IL WEB PER TORMENTARE LE VITTIME. È emerso inoltre che si sta diffondendo l'utilizzo delle nuove tecnologie per tormentare le proprie vittime che ricevono spesso insulti via sms, e-mail o social network, o sono protagonisti di video umilianti diffusi pubblicamente.
Lee Hirsch, regista del documentario Bully, da teenager è stato lui stesso vittima di bullismo e nel 2009 ha deciso di dare vita ad un progetto che mostrasse la realtà quotidiana delle giovani vittime, spesso inascoltate da genitori, educatori ed adulti che rischiano di minimizzare il problema considerandolo come un rito di passaggio, bravate da ragazzi o conseguenza di comportamenti errati.
SPETTATORI ACCOMPAGNATI DA ADULTI. Sottoposto alla Mpaa per ottenere una classificazione Bully è stato inserito nella categoria R-restricted, che obbliga gli spettatori sotto i 17 anni ad assistere alle proiezioni accompagnati da un adulto, rendendone la visione quasi impossibile alla fascia di età a cui si rivolge ed impedendone le proiezioni scolastiche.

La lotta della Weinstein company e il sostegno dei vip

La Weinstein company ha fin da subito intrapreso una lotta per modificare il giudizio e ha presentato un appello respinto per un solo voto. La reazione pubblica è stata in modo quasi unanime a favore del documentario con una petizione firmata in pochi giorni da oltre 500 mila persone e l'appoggio di numerose celebrità della cultura e dello spettacolo come Meryl Streep, Johnny Depp o Ellen DeGeneres, pronte a difendere e sostenere pubblicamente una visione aperta a tutti di Bully.
FILM DISTRIBUITO SENZA CLASSIFICAZIONE. La successiva decisione di Harvey Weinstein di sfidare la censura distribuendo il film senza classificazione nelle sale di New York e Los Angeles si è rivelata vincente con oltre 115 mila dollari di incasso nelle cinque sale in cui era proiettato nel primo weekend, una media di ben 23 mila dollari a cinema.
IL GIUDIZIO POSITIVO DELLA CRITICA. Non solo i numeri sono stati favorevoli a Bully, ma anche i critici sono stati unanimi nel lodare il lavoro di Lee Hirsch per la sua onestà e il coraggio nell'aver puntato i riflettori su una tematica attuale e drammatica. La decisione della Mpaa è stata criticata in ogni recensione con dure prese di posizione che l'hanno definita sulla stampa da «irresponsabile» a «ridicola», passando per il duro attacco dell'ex direttore di Rolling Stone Kurt Loder: «Di chi è la sensibilità che pensa di proteggere l'associazione? La risposta è nessuno: quell'organizzazione, come gli educatori in preda al panico presenti nello stesso film, si tengono stretti alle loro rigide, miopi politiche per mantenere la propria autorità».
LA REPLICA DELLA MOTION PICTURE ASSOCIATION. La Mpaa ha risposto alle accuse dichiarando che la classificazione non è un metro di giudizio sul film o una punizione, ma «permette semplicemente ai genitori di essere coscienti del contenuto dei film in modo che possano prendere delle decisioni in modo consapevole».
Nelle prime proiezioni a New York tra gli spettatori erano presenti molte famiglie composte anche da figli intorno ai 12 e 13 anni. Alcuni dei più giovani hanno ammesso ai giornalisti di aver chiesto ai genitori di essere accompagnati al cinema dopo essere venuti a conoscenza delle proiezioni dai tweet delle loro star preferite come il cantante Justin Bieber o gli interpreti dei serial tivù coinvolti in prima persona nella campagna a favore del documentario.
DISTRIBUZIONE PIÙ AMPIA DAL 14 APRILE. Il progetto di Lee Hirsch sembra stia riuscendo nel suo intento educativo e la nuova classificazione permetterà una più ampia distribuzione statunitense già dal 13 aprile, proseguendo un percorso che ha segnato già alcune importanti vittorie come la nuova serenità di Alex Libby, uno dei suoi protagonisti, trasferitosi in un'altra città con i genitori che hanno denunciato i suoi aguzzini, ripresi dalla troupe durante un violento attacco fisico subito dal figlio.

di Beatrice Pagan, Lettera43

Qualità nella scuola: è solo questione di “carte”?



Se domandassimo a uno qualunque dei nostri lettori quale sia la sua idea di scuola di qualità, molto probabilmente sentiremmo una risposta simile a questa:

«una scuola di qualità ha come scopo la formazione solida e completa degli studenti, oltre al loro benessere psicofisico. Gli insegnanti, professionali e aggiornati, sono in grado di sostenere gli alunni nel loro percorso, coadiuvati, in questo, dalla dirigenza. Le strutture sono accoglienti e funzionali, la burocrazia snella, la gestione efficiente. Da una scuola di qualità fondamentalmente si esce migliori: più colti e preparati, in grado di farsi valere nel lavoro e capaci di imparare ad imparare».

Che ne dite, siamo tutti d'accordo? Eppure ben diversa è la concezione di "qualità" che sembra essere sottesa alle certificazioni che di questa dovrebbero essere garanti.
Si chiama ISO-9001 e fa parte del più ampio sistema di norme definite dalla sigla ISO-9000 che, a livello internazionale, definiscono che cosa si intende per sistema di qualità e per la sua gestione.

Nata e pensata per le aziende, la certificazione ISO-9001 è oggi considerata uno dei più ambiti traguardi di cui una scuola si possa fregiare, un titolo importante da esibire nel momento in cui si desideri confezionare una vetrina allettante per gli utenti o, per meglio dire, i "clienti" che la scuola desidera attrarre. Perché oggi le scuole sono sempre più simili ad aziende: il luogo comune è abusato, ma la sostanza è inoppugnabile. E se lo scopo di un'azienda è quello di conquistare e tenersi stretta una fetta di mercato, lo strumento fondamentale per raggiungerlo è quello di puntare il più possibile sulla pubblicità. Fare vetrina, presentarsi al pubblico nella veste che più lo possa attirare, indossare i panni di Dulcamara e salire sul palco per vendere le proprie pozioni condite di tanta aria fritta e una manciata di fumo negli occhi. E la certificazione ISO-9001 è una tra le migliori pozioni che i novelli Dulcamara ammanniscono all'utenza: autorevole nella sua veste internazionale, sembra inattaccabile come tutto ciò che viene da lontano, da quei posti indeterminati dove tutto sembra funzionare meglio che da noi. Un po' come i test OCSE-PISA, sui cui esiti e metodologie nessuno sembra aver diritto ad avanzare qualche riserva.

Ed ecco sorgere, in molte scuole, comitati e progetti "per la qualità" finalizzati a ottenere la certificazione oppure, ove questa fosse già in possesso dell'istituto, a mantenerla nel corso del tempo. Di che cosa si occupano questi comitati? Che cosa si discute in sede di progettazione? Di tante cose, che alla fine convergono in una sola: la produzione di una sconfinata, pletorica, ipertrofica quantità di… carta. Si stilano progetti e si enumerano indicatori, si disegnano mappe concettuali e si stendono dettagliate, approfondite relazioni; si cavilla, si chiosa, si postilla, si rigurgitano litri di inchiostro su risme di incolpevoli fogli. Poi si va in classe e, nel poco tempo che rimane, si cerca di fare qualcosa.

Perché ciò che sistematicamente sfugge a un osservatore esterno è il fatto che la certificazione venga di norma concessa sulla base di ciò che risulta dal documento scritto, proprio in nome dell'aura di autorità che lo caratterizza, e non sulla base del dato reale, effettivo. Scripta manent, è vero, ma si dimentica che la parola scritta è spesso pura fiction, senza nessuna rispondenza con la realtà.

Perché la scuola di qualità si può fare con tante cose, ma non certo con le carte, che sono anzi uno degli ostacoli principali per il suo realizzarsi. Si riflette poche volte sul fatto che un insegnante che sia tenuto a redigere lunghi e complessi documenti per la più banale delle operazioni che fanno parte del suo lavoro è costretto a sottrarre tutto questo tempo alla preparazione del lavoro in classe, allo studio, all'aggiornamento, alla riflessione sul metodo o anche, semplicemente, alla correzione dei compiti. Si sente raramente affermare una verità lapalissiana come il fatto che colui che sforna documenti impeccabili, lunghi, dettagliati finisce con il non avere più tempo per mettere in pratica ciò che in essi viene sostenuto con dovizia di argomentazioni.

Le programmazioni più ricche di bibliografia scientifica, di grafici, di riferimenti, appositamente allestite per compiacere gli ispettori delle certificazioni ISO, sono indizio di insegnamento di qualità? O non sarebbero forse più funzionali per l'attività che il docente deve svolgere in classe degli schemi agili e sintetici, di facile e rapida consultazione?

Un Piano dell'Offerta Formativa in più tomi rilegati, con decine di pagine dedicate all'enumerazione di progetti e alla prolissa spiegazione di criteri di valutazione, sistemi di gestione e amenità varie è la prova che la scuola che se ne fregia investa davvero tutte le proprie energie sulla formazione degli studenti, o piuttosto indizio che queste vengano impiegate nella redazione del POF? Rutilanti volumetti in quadricromia con foto e mappe concettuali non sono forse stati messi insieme con fondi sottratti ai banchi da sostituire o alle fotocopiatrici da comprare?
Le più complesse e professionali griglie di valutazione non tolgono tempo alla riflessione sulla valutazione stessa? Un registro spesso come un'enciclopedia, infarcito di schede da compilare, non finisce col sottrarre ore intere alla vera didattica?

Però gli ispettori saranno contenti e la certificazione concessa. Le iscrizioni nella “scuola di qualità”, di conseguenza, aumenteranno, indipendentemente da quello che realmente si riesce a trasmettere all'utenza. Si tratta di casi limite? Di una provocazione che forza la mano? No, stando a quello che l'esperienza quotidiana dei docenti insegna. Non è raro constatare come le scuole migliori siano quelle che poco si curano delle certificazioni di qualità. Ma di queste scuole si parla poco, perché, nell'epoca delle vetrine mediatiche, hanno deciso, impopolarmente, di preferire la qualità – quella vera – alla pubblicità.
di Anna Rita Longo, Micromega

Come Facebook sta diventando “sfigato”


Il tema non è nuovo. “Facebook è diventato uncool, sfigato” dichiarava nel 2010 l’americana Cbs. Allora la preoccupazione era la perdita di appeal della creatura di Zuckerberg nei confronti dei teenager. Si era in pieno boom “social” e i ragazzini non sopportavano che papà e mamma chiedessero l’amicizia per poi lasciare in bacheca frasi tipo: “Il mio Mike sta tornando a casa dopo le vacanze: siamo così fieri!!!”. Per aiutare gli under20, nacque anche un apposito gruppo di supporto online chiamato, senza giri di parole, “Oh merda, i miei si sono iscritti a Facebook”. Adesso, mentre il sito blu si avvia verso quota “un miliardo” di utenti e si appresta a raccogliere in Borsa 100 miliardi di dollari (oltre 100 $ a utente), il tema torna alla ribalda. Se ne è avuta una plastica rappresentazione nei giorni scorsi quando Facebook ha acquistato per un miliardo di dollari il social network delle foto Instagram (azienda nata nel 2010 che avrà anche 33 milioni di utenti, ma conta appena 13 dipendenti). Appena si è diffusa la notizia dell’acquisto, spiega la Cnn, si è registrata una mezza sollevazione popolare in Rete, con utenti che correvano a ritirare le foto dal loro account e gridavano al tradimento. Una reazione che ricorda molto la mezza rivolta contro Microsoft – da sempre ritenuta dozzinale dagli amanti di informatica – quando fece sua Skype. Per Facebook, che solo un anno fa aveva raggiunto il suo apogeo sull’onda delle primavere arabe (e digitali), si profila insomma un crescente problema di immagine: un sondaggio ha rivelato che il 28 per cento degli americani ha una visione “negativa” del social network. Le ragioni sono varie: troppo potere, troppi soldi, troppi dati per un business privato che si spaccia come pubblico.
LA PRIMA QUESTIONE è quella dei soldi. Com’è possibile che abbia acquistato tanto valore? viene spontaneo chiedersi. “Ecco come ti vendono su Face-book” ha risposto il Wall Street Journal, avvalorando le ipotesi che Zuckerberg rivenda a terzi i nostri dati personali. C’è un problema di fiducia, anche: le disposizioni
sulla privacy sono percepite comunque come poco chiare. Altra punto a sfavore, le dimensioni: sul piccolo “Instagram” non c’è pubblicità, ma adesso le economie di scala potrebbero cambiare la natura del servizio. Così Facebook perde in “figaggine”: per il Los Angeles Times “piace ormai a tutti far parte di un piccolo angolo di Internet sul quale Zuckerberg non ha allungato le sue mani”.
Molte questioni sul piatto. Che ancora non hanno intaccato potere, servizi e valore commerciale del sito da 800 milioni di utenti.
di Federico Mello, IFQ