______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 13, 2012

Jacques Prévert, maestro dell'inaspettato


Un suo famoso saggio sulle differenze tra poesia e prosa, Roland Barthes azzardava l’ipotesi di una sostanzialità della poesia (scritta con la P maiuscola), di una sua autonomia irriducibile e dunque di un rapporto col linguaggio tanto profondo quanto di difficile trascrizione. Jacques Prévert, di cui l'11 aprile ricorre il 35esimo anniversario della morte, è un poeta che sembra negare radicalmente questa concezione «puristica» della poesia.
LA CONTAMINAZIONE ORIGINALE. I suoi versi, molto letti e molto amati, nascevano infatti già contaminati in partenza, carichi di storia e di polemica, di humour e di sentimento, trasgressivi e gentilmente impetuosi.
Già celebre come sceneggiatore e soggettista (basti pensare a Quai des brumes e a Les Enfants du Paradis), Prévert irruppe sulla scena letteraria francese nel Secondo Dopoguerra, ottenendo un immediato consenso e una fama che durò a lungo.
VERSI AFFABILI E GENEROSI. Il motivo è probabilmente la sua affabilità, che lo spingeva a incontrare il lettore più rapidamente e più generosamente di quanto non fosse stata capace in precedenza la poesia francese, su cui, per esempio, Stéphane Mallarmé e Paul Valéry avevano impresso un marchio intellettualistico.
Del resto nemmeno il surrealismo, nonostante il vigore eversivo nei confronti della tradizione, era riuscito a valicare il perimetro dentro cui la poesia corre il rischio di essere asfissiata dalle proprie ambizioni e dal proprio narcisismo.

Quell'apparente semplicità che divise la critica

Invece Prévert ci riuscì. Era un poeta sapiente, ampiamente attrezzato, sottile, ma era anche un poeta capace di rinnegare se stesso in nome di un’onestà che doveva venire sempre prima del risultato letterario.
IL SENTIMENTO OLTRE LE IDEE. I suoi versi mescolavano abilmente passione e denuncia morale, formalismo e ingiuria, virtuosismo e quotidianità. Quasi certamente piacevano per questo, perché suscitavano sentimenti oltre che idee.
La critica si è divisa spesso nel giudizio su di lui. Fu considerato un poeta «facile», ma in realtà non era così. Prévert era in fondo un poeta più ricercato di quel che si poteva immaginare, capace di costruire «sequenze» imprevedibili, di «montare» il testo poetico secondo schemi non convenzionali.
MAESTRO DELL'INASPETTATO. A rileggerlo oggi ciò che sorprende è proprio la sua maestria nel creare effetti inaspettati. Come in quella poesia in cui invita a dipingere una gabbia con la porticina aperta. Non perché l’uccello possa fuggire ma, al contrario, perché vi possa entrare. O in quel celebre Pater noster in cui Dio, che è nei cieli, è lapidariamente invitato a restarci.
Gian Domenico Giagni, che curò per Guanda la prima edizione italiana delle poesie di Prévert nel 1960, parlò di «un orecchio attento al minimo passo falso del mondo».
Era una bella definizione del poeta francese e anche della poesia, che non si può concedere pause, ma vive in uno stato di allarme continuo per la sorte dell’uomo.

di Paolo Lanaro, Lettera43

Nessun commento: