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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 13, 2012

Qualità nella scuola: è solo questione di “carte”?



Se domandassimo a uno qualunque dei nostri lettori quale sia la sua idea di scuola di qualità, molto probabilmente sentiremmo una risposta simile a questa:

«una scuola di qualità ha come scopo la formazione solida e completa degli studenti, oltre al loro benessere psicofisico. Gli insegnanti, professionali e aggiornati, sono in grado di sostenere gli alunni nel loro percorso, coadiuvati, in questo, dalla dirigenza. Le strutture sono accoglienti e funzionali, la burocrazia snella, la gestione efficiente. Da una scuola di qualità fondamentalmente si esce migliori: più colti e preparati, in grado di farsi valere nel lavoro e capaci di imparare ad imparare».

Che ne dite, siamo tutti d'accordo? Eppure ben diversa è la concezione di "qualità" che sembra essere sottesa alle certificazioni che di questa dovrebbero essere garanti.
Si chiama ISO-9001 e fa parte del più ampio sistema di norme definite dalla sigla ISO-9000 che, a livello internazionale, definiscono che cosa si intende per sistema di qualità e per la sua gestione.

Nata e pensata per le aziende, la certificazione ISO-9001 è oggi considerata uno dei più ambiti traguardi di cui una scuola si possa fregiare, un titolo importante da esibire nel momento in cui si desideri confezionare una vetrina allettante per gli utenti o, per meglio dire, i "clienti" che la scuola desidera attrarre. Perché oggi le scuole sono sempre più simili ad aziende: il luogo comune è abusato, ma la sostanza è inoppugnabile. E se lo scopo di un'azienda è quello di conquistare e tenersi stretta una fetta di mercato, lo strumento fondamentale per raggiungerlo è quello di puntare il più possibile sulla pubblicità. Fare vetrina, presentarsi al pubblico nella veste che più lo possa attirare, indossare i panni di Dulcamara e salire sul palco per vendere le proprie pozioni condite di tanta aria fritta e una manciata di fumo negli occhi. E la certificazione ISO-9001 è una tra le migliori pozioni che i novelli Dulcamara ammanniscono all'utenza: autorevole nella sua veste internazionale, sembra inattaccabile come tutto ciò che viene da lontano, da quei posti indeterminati dove tutto sembra funzionare meglio che da noi. Un po' come i test OCSE-PISA, sui cui esiti e metodologie nessuno sembra aver diritto ad avanzare qualche riserva.

Ed ecco sorgere, in molte scuole, comitati e progetti "per la qualità" finalizzati a ottenere la certificazione oppure, ove questa fosse già in possesso dell'istituto, a mantenerla nel corso del tempo. Di che cosa si occupano questi comitati? Che cosa si discute in sede di progettazione? Di tante cose, che alla fine convergono in una sola: la produzione di una sconfinata, pletorica, ipertrofica quantità di… carta. Si stilano progetti e si enumerano indicatori, si disegnano mappe concettuali e si stendono dettagliate, approfondite relazioni; si cavilla, si chiosa, si postilla, si rigurgitano litri di inchiostro su risme di incolpevoli fogli. Poi si va in classe e, nel poco tempo che rimane, si cerca di fare qualcosa.

Perché ciò che sistematicamente sfugge a un osservatore esterno è il fatto che la certificazione venga di norma concessa sulla base di ciò che risulta dal documento scritto, proprio in nome dell'aura di autorità che lo caratterizza, e non sulla base del dato reale, effettivo. Scripta manent, è vero, ma si dimentica che la parola scritta è spesso pura fiction, senza nessuna rispondenza con la realtà.

Perché la scuola di qualità si può fare con tante cose, ma non certo con le carte, che sono anzi uno degli ostacoli principali per il suo realizzarsi. Si riflette poche volte sul fatto che un insegnante che sia tenuto a redigere lunghi e complessi documenti per la più banale delle operazioni che fanno parte del suo lavoro è costretto a sottrarre tutto questo tempo alla preparazione del lavoro in classe, allo studio, all'aggiornamento, alla riflessione sul metodo o anche, semplicemente, alla correzione dei compiti. Si sente raramente affermare una verità lapalissiana come il fatto che colui che sforna documenti impeccabili, lunghi, dettagliati finisce con il non avere più tempo per mettere in pratica ciò che in essi viene sostenuto con dovizia di argomentazioni.

Le programmazioni più ricche di bibliografia scientifica, di grafici, di riferimenti, appositamente allestite per compiacere gli ispettori delle certificazioni ISO, sono indizio di insegnamento di qualità? O non sarebbero forse più funzionali per l'attività che il docente deve svolgere in classe degli schemi agili e sintetici, di facile e rapida consultazione?

Un Piano dell'Offerta Formativa in più tomi rilegati, con decine di pagine dedicate all'enumerazione di progetti e alla prolissa spiegazione di criteri di valutazione, sistemi di gestione e amenità varie è la prova che la scuola che se ne fregia investa davvero tutte le proprie energie sulla formazione degli studenti, o piuttosto indizio che queste vengano impiegate nella redazione del POF? Rutilanti volumetti in quadricromia con foto e mappe concettuali non sono forse stati messi insieme con fondi sottratti ai banchi da sostituire o alle fotocopiatrici da comprare?
Le più complesse e professionali griglie di valutazione non tolgono tempo alla riflessione sulla valutazione stessa? Un registro spesso come un'enciclopedia, infarcito di schede da compilare, non finisce col sottrarre ore intere alla vera didattica?

Però gli ispettori saranno contenti e la certificazione concessa. Le iscrizioni nella “scuola di qualità”, di conseguenza, aumenteranno, indipendentemente da quello che realmente si riesce a trasmettere all'utenza. Si tratta di casi limite? Di una provocazione che forza la mano? No, stando a quello che l'esperienza quotidiana dei docenti insegna. Non è raro constatare come le scuole migliori siano quelle che poco si curano delle certificazioni di qualità. Ma di queste scuole si parla poco, perché, nell'epoca delle vetrine mediatiche, hanno deciso, impopolarmente, di preferire la qualità – quella vera – alla pubblicità.
di Anna Rita Longo, Micromega

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