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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 11, 2012

Amoz Oz e la fine di un'utopia

 
Gli otto racconti che compongono l’ultimo libro di Oz Tra amici (Bin Chaverim, traduzione di Elena Loewenthal, Feltrinelli) hanno in comune ambiente ed epoca, un kibbutz negli anni cinquanta, e un piccolo coro di personaggi che vengono al proscenio in un racconto e sono di sfondo negli altri. Confermano l’indiscutibile grandezza di quest’autore: asciutti e oggettivi, sono belli in sé – cechoviane storie di disagio, di ricerca, di nevrosi dentro la prova di un modello di convivenza che non è facile sostenere – e mettono senza parere il dito nelle piaghe aperte di un’epoca e in alcune di oggi e di sempre, in un crescendo pacato, privo di grida e furori, che coinvolge e provoca perché dietro queste storie che sembrano banali si mette alla prova la Storia e si muove l’Utopia.
È alla fine che il quadro si chiarisce. Nella penultima novella un ragazzo vorrebbe andarsene (“non ce la faccio più; mi manca l’aria”) ma deve vedersela con le decisioni della comunità e si aggira irrequieto tra le rovine del villaggio arabo distrutto nella guerra, che dà il nome al racconto, ai cui margini il kibbutz ha potuto crescere; nell’ultima muore un giusto che ha dedicato la vita alla diffusione dell’esperanto, e sembra scomparire con lui una generazione che ha creduto in un mondo di fratelli dall’unica lingua. “Non ce ne sono quasi più di persone così”, ma quel “quasi” è molto importante.
Oz non è nuovo a scavi di questo tipo che, a volte senza affatto averne l’aria, mettono in discussione la radice stessa di Israele – la conquista di un territorio, il fondo coloniale dell’impresa nato bensì dalla necessità di un popolo di avere una terra dopo l’immane massacro subito nella seconda guerra mondiale a opera del nazismo e dei suoi complici, e infine il fatto che uno Stato è uno Stato e Israele ha finito per comportarsi esattamente come gli altri Stati dimenticando le sue aspirazioni fondative, gli ideali di coloro che l’hanno voluto e sognato. Ma non è nuovo neanche alla pacata, dolente messa in discussioni di ideali che oltrepassano quelli specifici della storia degli ebrei, anche di quelli che non hanno voluto una patria e hanno accettato l’inserimento o l’assimilazione dentro altri popoli e contesti nazionali partecipando tra Otto e Novecento, in Europa e nelle Americhe, di ideali e di lotte che possiamo ben dire socialisti, sogni di cui partecipò anche la componente più radicale del sionismo. Non possiamo certamente dimenticare l’enorme contributo dato dagli ebrei alla storia dell’emancipazione del movimento operaio e contadino, né che molti di quei militanti, sopravvissuti alle persecuzioni subite specialmente nell’Europa orientale e alle discriminazioni altrove, specialmente durante gli anni crudeli tra le due guerre – l’Urss da utopia socialista a dittatura “comunista”, e infine razzista; il fascismo costola di un socialismo diventato nazionalista; il trionfo in Germania del nazismo o nazionalsocialismo; gli interessi ed egoismi nazionalistici di altri stati che ebbero la loro dimostrazione più evidente e ammonitrice nel corso della guerra di Spagna e nella politica del non-intervento – e infine con la shoah, dovettero spostare e in qualche modo restringere i confini della loro utopia  e accettare i condizionamenti della storia, spostare la loro speranza su Israele pensato come stato parzialmente o potenzialmente socialista,  e dentro il quale il modello comunitario del kibbuz doveva essere, del socialismo, un’attiva e dinamica esemplificazione, il modello di una vita comunitaria tra eguali da praticare subito.
 Dunque Tra amici va molto oltre ciò che narra, con la cechoviana misura e con la cechoviana attenzione ai “piccoli uomini” e alle loro comuni esistenze, come accade anche con altri romanzi e racconti di Oz. Queste vite, queste persone non eccezionali, che hanno scelto (ma non i figli) la forma di vita comunitaria del kibbuz con le sue esigenze e le sue regole, rispondono a un ideale di cui verificano giorno dopo giorno la difficoltà di un’applicazione coerente, le pulsioni individualiste, la diversità dei caratteri e, si presume, delle esperienze passate, e per dirla tutta, i limiti dell’umano. La vita comunitaria è un grande sogno che fa fatica a reggere il peso delle condizioni esterne (economia politica storia) ma anche e soprattutto quello delle diversità umane, dei residui di egoismo (i diritti dell’individuo come i vizi dell’individualismo). È questo che lentamente ci svelano i racconti di Oz, vita per vita, storia per storia, individuo per individuo, fino allo sconsolato finale, che però non è un finale di resa. Quel “quasi” dell’ultima frase non sta lì per caso. La sfida, la scommessa, restano, anche se riguardano, ci pare, il campo dell’utopia e non più quello della storia, e cioè della realtà politica e sociale israeliana, che gli ideali delle origini ha abbandonato da tempo. Il “quasi” è quello delle minoranze e dei singoli che non si arrendono e che non accettano il mondo così com’è. In Israele, in Palestina, in Italia, dovunque.
di Goffredo Fofi, Lo Straniero.net

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