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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 02, 2012

Capra e cavoli

 
Nel 1955 Tommaso Fiore concludeva la sua celebre inchiesta Il cafone all’inferno con un reportage intitolato Taranto non vuole morire. Alla metà degli anni cinquanta Taranto era una città che soffriva la fame e la disoccupazione, l’atavica inerzia della sua borghesia, l’assenza di un progetto di rinascita dopo la crisi dell’apparato militare-industriale. Allora l’Italsider e il sogno di sviluppo legato all’acciaio erano ancora di là da venire. Quando esso si concretizzò, nel 1960, parve alleviare buona i mali della città, le ansie di una comunità che la fabbrica l’aveva voluta fortemente anche per emanciparsi dal fallimento delle politiche per il Mezzogiorno: un dato questo – antropologico, sociologico, culturale – che oggi si tende a dimenticare con troppa facilità, come se lo stabilimento fosse stato imposto dall’alto, controvoglia, con il solo consenso di forze politiche corrotte e coloniali... Questa ricostruzione (oggi purtroppo maggioritaria) fa torto alla storia del paese, alle sue politiche di industrializzazione, a un briciolo di riformismo politico (che pure c’è stato) e alla storia dei metalmeccanici jonici e, più in generale, meridionali.
Tuttavia alla fine degli anni settanta – quindi molto prima che esplodesse la questione ambientale – era già chiaro che qualcosa fosse andato storto. L’industrializzazione non aveva generato una classe imprenditrice locale, ma solo un indotto parassitario all’ombra della grande fabbrica, utilizzata come vacca da mungere più che come leva per uno sviluppo alternativo. Il fallimento delle partecipazioni statali e l’implosione della Prima Repubblica sono state due facce della stessa medaglia. A Taranto il botto è stato piuttosto fragoroso all’inizio degli anni novanta: la privatizzazione dell’Italsider ha fatto schizzare in alto il tasso di disoccupazione; la sottoproletarizzazione delle periferie ha avuto come unica risposta politica il populismo nero di Giancarlo Cito.
Cinquantadue anni dopo l’avvio della produzione, e diciassette anni dopo la privatizzazione degli impianti, è emerso con tutta la sua drammaticità il nodo irrisolto lavoro-salute. È possibile conciliare due diritti tanto fondamentali, sanciti dalla Costituzione, che a Taranto sembrano escludersi a vicenda? Oggi, a maggior ragione, un reportage da Taranto potrebbe intitolarsi Taranto non vuole morire. Ma questo grido non è esploso all’improvviso: piuttosto si è accumulato nel tempo, in anni di acquiescenza e di mancate risposte. Dove era la politica mentre si compiva il disastro? Molti tendono a gettare la responsabilità su “tutta” la politica, su “tutti” i sindacati. Ma nella notte in cui tutte le vacche sono nere le responsabilità individuali si perdono. Invece la verità storica dovrebbe ricordare che a Taranto per oltre quindici anni ha governato la destra peggiore dell’intero Mezzogiorno: il neofascismo televisivo e forcaiolo di stampo citiano, prima; la giunta di centrodestra (Pdl e Udc) che ha prodotto il più grave buco di bilancio nella storia degli enti locali, dopo. Entrambe le destre, oltre che profondamente impolitiche, non hanno alzato un solo dito mentre Riva assumeva il controllo della fabbrica e faceva il bello e cattivo tempo. E che dire poi del berlusconismo che ha osteggiato la legge anti-diossina e le altre misure volute dalla Regione Puglia? Certo, nell’ultimo quinquennio comune e regione amministrati dal centrosinistra avrebbero potuto fare di più, ma non credo che la politica sia stata davvero tutta uguale, come ripetono alcune frange dell’ambientalismo più oltranzista. A chi giova questa ricostruzione semplicistica delle cose?
A soffrire l’inquinamento in questi anni, prima ancora degli incolpevoli cittadini, sono stati gli stessi lavoratori. Il devastante impatto ambientale percepibile all’esterno del perimetro della fabbrica, e da ultimo rilevato nelle perizie epidemiologiche, è stato in un certo senso la manifestazione esterna della feroce regressione nelle relazioni di lavoro interne allo stabilimento.
Quella dell’Ilva è una classe operaia giovane, in buona parte diversa dai “metalmezzadri” che hanno popolato l’Italsider della gestione statale. I nuovi operai sono stati assunti, su larga scala, con contratti di formazione lavoro. Nelle assunzioni (questa è storia nota) non solo sono stati sistematicamente preferiti i giovani non iscritti a nessun sindacato o che promettevano di non iscriversi ad alcun sindacato, ma anche coloro i quali erano figli di ex dipendenti che mai in vita loro erano stati scritti ad alcuna organizzazione dei lavoratori. Moltiplicate questo semplice procedimento per dodicimila dipendenti e scorgerete i lineamenti della fabbrica post-moderna (o nuovamente ottocentesca). Quella in cui la sindacalizzazione cade a picco, quella in cui le mobilitazioni si contano sulle punta delle dita, quella in cui fino a due-tre anni fa c’erano almeno quattro incidenti mortali all’anno. Spesso non si coglie il filo doppio che lega la sicurezza interna a quella esterna, e che lo slogan “la salute non si contratta” dovrebbe riguardare entrambi.
Oggi Taranto è a un bivio. È del tutto evidente che l’unica soluzione che tenga insieme occupazione e salute passi attraverso ingenti investimenti del Gruppo Riva sulla trasformazione degli impianti. O si mostreranno in grado di ammodernare la fabbrica in ogni suo anfratto (secondo tecnologie adottate in altri paesi, e quindi esistenti) o saranno costretti alla chiusura. Su questo le motivazioni del Tribunale del Riesame sono chiare.
Altre soluzioni, al momento, non ve ne sono. Che ciò si chiami tragedia o realtà, è un dato di fatto. Nei tredici anni di osservazione alla base delle perizie, l’Ilva ha causato 386 decessi, 237 casi di tumore maligno, un aumento del 30% nella mortalità per tumori polmonari, una quantità infinita di malattie respiratorie. Eppure, nonostante il sogno di un futuro produttivo diverso e diversificato, lo stabilimento genera ancora il 75% del Pil cittadino, e movimenta buona parte delle attività del porto. Quanto altro lavoro questa area d’Italia è in grado di offrire?
In una fase di recessione acuta e di tagli alla spesa, è difficile pensare ad altre attività economiche che tirino fuori dalla crisi la città (ultimo baluardo industriale, per quanto malconcio, in un Sud sempre più deindustrializzato). È difficile pensare, almeno nell’immediato, a investimenti da New Deal roosveltiano. Ed è allo stesso tempo velleitario ritenere che l’unica soluzione sia quella di chiudere la fabbrica, far ricadere i costi della bonifica sulla collettività (dopo il fallimento di Bagnoli) e vagheggiare – come alcuni hanno fatto – un futuro di sussidi di disoccupazione per tutti...
Vista la particolare natura del ciclo integrale dell’acciaio, inoltre, la risposta non può essere neanche quella (paventata da alcuni settori dell’ambientalismo tarantino) di chiudere la sola area a caldo incriminata. Chi vuol chiudere l’area a caldo a Taranto per far fare “il lavoro sporco” in Cina o in India, in paesi in cui la vita dei lavoratori vale poco e niente, e l’assenza di una adeguata legislazione ambientale ha prodotto ecocidi ancora peggiori di quello di Taranto, si rende effettivamente conto di ciò che dice? Da tempo credo che l’ecologismo classico sia morto e sia stato ormai sostituito da un ambientalismo da sindrome “nimby”, localistico, autoreferenziale, incapace di riflettere sul nesso tra questioni ambientali, questioni sociali e ricadute globali, e quindi in buona parte reazionario. Il caso Ilva ne è purtroppo la riprova.
La fabbrica va cambiata qui, dall’interno, grazie a normative europee, nazionali e regionali da integrare, insieme alle indicazioni della procura, in una nuova autorizzazione ambientale stringente, e – si spera – grazie a un nuovo protagonismo operaio e sindacale che controlli tutti i passaggi. Tali misure vanno fatte applicare seriamente a una azienda che finora non le ha applicate, nel rispetto innanzitutto della salute dei lavoratori e dei cittadini. La risposta non sta nello spazzare la polvere sotto il tappeto cinese, né nel rinunciare alla acciaio (partendo dal presupposto che la fabbrica sia irriformabile: assunto, questo, su cui paradossalmente convergono sia l’industrialismo più esasperato che l’ambientalismo fondamentalista e il qualunquismo ambiguo di molte forze che soffiano sul fuoco della demagogia).
Questa è l’unica soluzione ragionevole, universalista e – lo dico senza enfasi – all’altezza della tradizione delle esperienze migliori del movimento operaio: la fabbrica si può cambiare, nonostante le pesanti eredità. Anzi, è auspicabile che proprio la sua trasformazione sia di stimolo per il superamento della monocultura siderurgica. Taranto nel Novecento è stata dapprima lo specchio del Sud non agricolo; in seguito del fallimento di una certa idea dell’industrializzazione, dell’urbanesimo malato, dell’esplosione del sistema politico. Oggi, in particolare, riflette quel gorgo inquietante di non-lavoro, nuove povertà, contrazione demografica e nuove emigrazioni che si sta creando in buona parte del Mezzogiorno. Tuttavia, nel cuore del ventunesimo secolo, Taranto è anche lo specchio della crisi europea. Elaborare un nuovo nesso tra ambiente e città, interpretare la nuova questione operaia, disegnare un nuovo piano del lavoro, ridurre le disuguaglianze sociali, ridimensionare il deficit di democrazia, parlare di ecologia su scala globale sono tutte facce dello stesso problema. Città per città, esso andrebbe affrontato per evitare di ritrovarci in un paese che si spegne lentamente.
di Alessandro Leogrand, LoStraniero.net 
 

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Un cumulo di boiate pseudo intellettuali e saccenti

Fenjus ha detto...

Non sarebbe male, quando si critica, motivare quanto si sostiene. Altrimenti le critiche sono inutili e servono a poco.