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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 02, 2012

Il talento puro non paga

 

Spesso il talento in Italia non paga. Anche nell’arte, nello spettacolo, come nella canzone per “riuscire” bisogna avere non solo fortuna ma il padre “giusto”, l’amico o il parente potente. Cosi restano nel nulla autori, attori, artisti e cantanti che magari, a volte, erano di sicuro valore.
Quando vedo l’esaltazione di un artista mi vengono solo in mente gli operai che gli hanno montato il palco e quelli che sono morti.
Ci sono stati artisti, cantanti, che mi hanno ispirata e lo fanno ancora. Quando ascolto una canzone e il cuore trema, arriva l’emozione, dura il tempo che serve a farti sentire sopra il mondo, sopra tutto e sembra un sentimento inarrivabile, una voce non terrena, uno strumento non terreno, un libro scritto da un angelo, un dipinto di un genio folle, solitario, unico.
Il divismo è stato negli anni ’50 una manipolazione estetica che sfornava personaggi davanti alla cui presenza saremmo svenuti, come le ragazze dai reggiseni aerei ai concerti dei Beatles.
Mi chiedo se questa emozione, se questa carica folle, sana come un’emozione unica, non scaturisca semplicemente e unicamente da ognuno di noi ogni qualvolta noi la ascoltiamo. Ognuno di noi cioè, ascolta e vede le cose unicamente, in modo irriproponibile. L’esperienza è unica come le impronte digitali, come la coscienza, tanti sono gli individui nel mondo.
Non tutti sanno fare le stesse cose, certo, non tutti. E allo stesso tempo ognuno sa fare qualcosa di personale e unico. Gli artisti sono quegli individui che sentono e vedono il mondo nella maniera più speciale. Ed è giusto considerarli come qualcosa di prezioso. Eppure, ogni volta che vedo un palco con quei pochi cantanti che riescono ad avere fama, non posso non pensare a tanti ragazzi che cantano altrettanto bene e che per tante ragioni non riescono a farcela. Uno di quei ragazzi magari studiava e montava un palco e ci ha lasciato la pelle. Quel palco dove i lustrini continueranno a brillare e le note a essere evocate, desiderate sempre con la stessa intensità. Quel palco/palcoscenico di presenze e assenze, uomini che vivono a livelli differenti, padroni e servi, individui speciali e individui normali, differenze. Ma io conosco persone ’normali’ che su un palco sarebbero unici e magari lavorano in un bar a servire tutte le sere e canticchiare dentro di sè, tra un tavolo e l’altro, desiderando e sbuffando.
Quanti mondi interiori ci perdiamo? Quanti artisti non conosciamo, specialmente in questo momento così spoglio culturalmente? Quanti scrittori, quanti musicisti, registi? Io non odio i nomi famosi, ma non riesco a dare come morti tanti altri nomi, tante facce, tante vite, tante coscienze, milioni, non ascoltate, sfruttate, passate al silenziatore di vite troppo faticose, vite normali, in cui si lavora, in cui si deve sbarcare il lunario per forza, in cui si è imparato a rinunciare ai sogni e a smettere di desiderare di essere se stessi. Penso a quelle vite e mi metterei a cantare per loro stasera, invece che all’amore, agli stupidi tradimenti, alle lacrime. Regalerei un’emozione a tutte queste persone a cui non è permesso sognare e che con incredibile generosità sostengono i nostri divi, li mantengono in vita, in una vita privileggiata e unica, come un sogno, solo perché al proprio hanno dovuto rinunciare ormai da tempo.
di Emanuela De Siati, Altritaliani.net
(l’illustrazione è della stessa Emanuela De Siati)

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 © Emanuela De Siati

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