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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 09, 2013

Metti Giotto fuori dalla classe

Più della metà degli studenti non sente parlare di storia dell'arte. Anche nei licei, poche ore. Colpa della riforma Gelmini. Che ha cancellato l'insegnamento.

Qualche ora di geografia è rientrata, per il rotto della cuffia. Ma per la storia dell'arte no, non c'è stato niente da fare. Nonostante una campagna virale degli insegnanti e di Italia Nostra che ha superato le 16 mila firme, testimonial eccellenti e lo stesso ministro della Cultura Massimo Bray schierato a favore, la mobilitazione per riportare in forze l'insegnamento della storia dell'arte nelle scuole italiane è rimasta per ora a bocca asciutta. O meglio, con l'acquolina di una promessa per il futuro, scritta in un ordine del giorno del parlamento che impegna il governo a darsi da fare per riportare e potenziare le ore di storia dell'arte nelle scuole italiane, in particolare alle superiori, laddove è passato tre anni fa lo schiacciasassi della riforma Gelmini. Ma per attuare quella promessa, servirà trovare i soldi. Nell'attesa, gli studenti del Paese con la metà del patrimonio artistico del mondo occidentale continueranno a frequentarlo e studiarlo ben poco, almeno tra i banchi e sui libri di testo.

In Italia non chiediamo a un aspirante tecnico grafico di conoscere un minimo di storia dell'arte; né tantomeno la mettiamo nel curriculum dei ragazzi e delle ragazze degli istituti professionali alberghieri, quelli che dovrebbero accogliere i turisti in visita nel nostro Paese. Non è richiesto di studiare l'abc dell'arte neanche nell'indirizzo Moda dei professionali, per parlare di un altro asset italiano un po' conosciuto all'estero. Con tutta evidenza chi ha rifatto i quadri orari della scuola superiore ha pensato che i ragazzi e le ragazze che vanno a imparare "un mestiere" non abbiano alcun bisogno di sapere di Giotto e Bernini. Al contrario di quel che succedeva prima dell'era Gelmini: per restare alla storia dell'arte nei professionali, c'erano dalle 2 alle 4 ore a settimana per tutti e cinque gli anni nei corsi di grafica, in quelli di moda e di turismo, e negli ultimi due anni dell'indirizzo alberghiero/turistico. Adesso, zero. Mentre sono rimaste due ore a settimana di storia dell'arte nel triennio dell'istituto tecnico turistico - non un'eliminazione completa dunque, ma una riduzione: prima in questi istituti l'arte c'era per tutti e cinque gli anni.

Per farla breve: la storia dell'arte non fa parte della formazione di più della metà degli adolescenti italiani - gli iscritti a istituti professionali e tecnici. «Così mostriamo di considerarli studenti di serie B», commenta Marco Parini, presidente di Italia Nostra, associazione che è stata tra le più attive nella promozione dell'appello per la storia dell'arte nelle scuole: «Certo che serve l'inglese, serve l'informatica, servono gli insegnamenti specifici dell'indirizzo: ma ogni nazione al mondo si preoccupa di formare tutti i suoi cittadini alla conoscenza di quel che più caratterizza la storia e l'identità del proprio paese». Tutti, non solo i liceali.

Ma anche passando ai licei, si vede che l'arte ha perso colpi. Ovviamente, gli studenti dell'artistico continuano ad avere le loro tre ore a settimana di storia dell'arte, per tutto il quinquennio; non c'è più però a loro disposizione l'indirizzo di studio sui beni culturali, con le relative ore di catalogazione e restauro. E in ogni caso, la formazione artistica riguarda un'esigua minoranza di ragazzi: erano il 3,9 per cento degli iscritti alle scuole superiori, nell'ultimo anno. Solo altri due licei hanno adesso storia dell'arte per tutto il corso di studi, e sono il nuovo liceo musicale (0,4 per cento di studenti), e lo scientifico, che ha invece tantissimi studenti (il 22,8 degli scritti nel 2013), ma dove l'insegnamento della storia dell'arte è legato a quello del disegno tecnico - ed è infatti affidato agli architetti e non ai laureati in lettere. Gli studenti del linguistico e del liceo delle scienze umane hanno invece storia dell'arte solo dal terzo al quinto anno; e lo stesso succede al classico, che resta il tempio della cultura umanistica ma che ha poca arte tra i suoi pilastri: sulla carta, non è cambiato molto rispetto a prima; ma nei fatti la riduzione è stata sensibile, poiché sono state abolite tutte le sperimentazioni che, soprattutto in molti licei classici, avevano potenziato la formazione artistica già nel ginnasio.

Il taglio del monte ore artistico ha avuto una ricaduta evidente sull'ultimo concorso della scuola: non è stata messa in palio alcuna cattedra di storia dell'arte, dato che di quegli insegnanti, dopo la cura Gelmini, c'è esubero in tutte le province italiane. In fila nelle graduatorie degli aspiranti professori di storia dell'arte ci sono 2.441 precari per la sola cattedra di arte, 5.847 che possono insegnare arte e disegno.

La protesta per la dieta artistica delle scuole italiane è partita subito dopo l'approvazione della riforma Gelmini; ma si è confusa nel coro delle mobilitazioni contro le tante ore tagliate: geografi e informatici, insegnanti di inglese e francesisti. Finché quest'anno l'appello delle arti sembrava aver sfondato nelle stanze del palazzo: per il rapidissimo successo della petizione a cui hanno aderito i più importanti studiosi del patrimonio culturale (tra i quali Salvatore Settis, Cesare De Seta, Adriano La Regina) e alti dirigenti del ministero, come Anna Maria Buzzi, e di musei, a partire dal direttore degli Uffizi; infine, per il sostegno esplicito dello stesso ministro della Cultura Massimo Bray.

Senonché, quando tutto ciò è arrivato in Parlamento al momento della discussione del decreto istruzione, si sono dovuti fare due conti, e si è visto che trovare la copertura finanziaria per cambiare i quadri orari delle nostre scuole non era facile. Un esempio: per inserire una o due ore di arte a settimana nei tecnici del turismo, in alcuni indirizzi dei professionali e nei primi due anni dei licei, servono a regime 571 prof in più e 86 milioni l'anno. O almeno, così si legge in un emendamento preparato da Celeste Costantino, deputata di Sel.

Ma, tra la povertà di fondi cronica, e la paura di aprire il vaso di Pandora dei quadri orari (in fila, per tornare all'era pre-Gelmini, ci sono parecchie materie e con valide ragioni), si è scelto alla fine di rinviare il problema, con l'approvazione di un ordine del giorno, che sembra surreale: il Parlamento si sente in dovere di ricordare al Governo che abbiamo 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici, 43 siti Unesco, i quali hanno un indice di ritorno economico 16 volte inferiore a quello degli Stati Uniti, 4 a quello francese, 7 volte sotto quello inglese; e che dunque la conoscenza della storia dell'arte, oltre a formare meglio i ragazzi, potrebbe avere anche una qualche ricaduta economica.

 di Roberta Carlini, da L'Espresso
 

luglio 04, 2013

Il Festival della letteratura di Mantova

La diciassettesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, in programma quest’anno dal 4 all’8 settembre, punta molto sulla letteratura sudamericana ed europea, ma non tralascia neppure il resto del mondo e l’attualità: dalla tutela dei dati sensibili, alla guerra in Siria, passando per temi cruciali come i diritti, la democrazia e il futuro del pianeta. Moltissimi i partecipanti resi noti oggi dal Comitato Organizzatore della manifestazione, insieme ai principali argomenti che verranno trattati nella cinque giorni letteraria.Facciamo qualche nome. Dal vecchio continente arrivano autori importanti come la spagnola Almudena Grandes, conosciuta per “Le età di Lulù”, romanzo ad alto tasso erotico che il regista Bigas Luna portò sul grande schermo affidando a Francesca Neri il ruolo della protagonista. E ancora sulla scia della letteratura erotica dalla Francia arriva Emmanuel Carrère, in Italia noto per il suo breve racconto “Facciamo un gioco”. Di tutt’altro genere tratta Mathias Énard, che in 500 pagine di “Zona” è riuscito a raccontare la complicata guerra dei Balcani, mentre nel suo lavoro più recente “Parlami di battaglie, di re ed elefanti” è stato capace di  reinventare due mesi di vita di Michelangelo Buonarroti in un luogo dove Michelangelo Buonarroti non è mai stato, Costantinopoli. Un’altra spagnola meno conosciuta della Grandes, ma già molto promettente come produzione letteraria, è Clara Usòn che nel suo romanzo “La figlia” ha mischiato realtà e fantasia, raccontando magistralmente la guerra nella ex Jugoslavia con gli occhi della figlia del macellaio di Srebrenica, Ratko Mladic. Allo scrittore israeliano David Grossmann, invece, sarà dedicata una retrospettiva molto speciale.Nutrita la schiera degli scrittori centro e sudamericani che sbarcano a Mantova guidati da vecchie conoscenze come il cubano Leonardo Padura Fuentes - padre del detective Mario Conde che ha risolto l’ultimo caso ne “La nebbia del passato” – e la messicana Angeles Mastretta (“Donne dagli occhi grandi”). Con loro anche nomi emergenti del Corno Sur come l’argentino Andrés Neuman e il brasiliano Ronaldo Wrobel. Un focus sulla letteratura cubana porterà al festival un gruppo di giovani autori pronti a discutere su cosa significhi scrivere romanzi nell’isola caraibica, dove libertà e diritti sono spesso negati. E per parlare di diritti e democrazia al Festivaletteratura arriverà il costituzionalista Stefano Rodotà, mentre a discutere di cultura e tagli che ne pregiudicano la sopravvivenza ci sarà Salvatore Settis.Di estrema attualità, dopo quello che è successo negli Usa, si preannuncia l’incontro che vedrà protagonista Viktor Mayer-Schönberger, uno dei massimi esperti mondiali dell’utilizzo dell’informazione nei mercati e nella società, che tratterà di big data e di come i nostri dati sensibili siano poco protetti. Sul filo dell’attualità corre anche l’evento che vedrà a Mantova Nadine Kadaan, giovane illustratrice siriana di libri per ragazzi con la quale non mancherà l’occasione di riflettere sul drammatico conflitto siriano del quale farà un’analisi approfondita Paolo Dall’Oglio. Di un conflitto silenzioso e duraturo come quello fra le due Coree, del quale si parla poco, parlerà invece lo scrittore coreano Kim Young-Ha. Da segnalare gli omaggi a Beppe Fenoglio, nel cinquantesimo anniversario della morte, e al giornalista Gianni Brera. Di sicuro interesse. rimanendo nel campo del giornalismo, l’incontro con Andrea Marinelli e Jordi Pérez Colomé, che parleranno di una moda diffusasi negli ultimi tempi di precariato, ossia la ricerca di finanziamenti on line per realizzare inchieste scomode, spesso ignorate dai media più importanti.Di tutt’altro genere gli argomenti di cui si occuperanno Barry Miles, autore inglese fra i protagonisti della Swingin London degli anni ’60, e Clinton Heylin, critico musicale fra i maggiori esperti di storia del rock. Fra gli autori italiani si segnalano le presenze di Marco Malvaldi, Michela Murgia, Paolo Nori, il filosofo Massimo Cacciari, Piergiorgio Odifreddi, Paolo Giordano, Melania Mazzucco, Dacia Maraini e Carlo Lucarelli. Mentre curiose sono le presenze dell’ex difensore di Parma e Juve Lilian Thuram, che tratterà del rapporto fra arte e calcio e del cantautore Ivano Fossati che parlerà di precariato.Ancora aperte le iscrizioni per chi volesse far parte dei 650 volontari (le magliette blu, come ormai si identificano) vera spina dorsale del Festivaletteratura, nato dal basso e su base volontaria. Anche quest’anno si preannuciano adesioni da tutt’Italia e qualcuna dal Belgio e anche dall'Inghilterra.  Per informazioni: www.festivalettura.it
di Emanuele Salvato, Ifq

gennaio 18, 2013

Ginevra Bompiani. La stazione termale

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I ragazzi russi, belli da morire e con le loro gambe nude sono nell’albergo accanto.
E dopo poche pagine, dopo pochi giorni, quegli unici corpi maschili non ci sono più.
Una bambina di nome Lucy, sua zia, e altre due donne che alloggiano insieme nella stessa stazione termale, sembrano le sole protagoniste del libro.
Ma gli uomini ritornano, universo evocato, corpi in dissolvenza: alterità rispetto a cui trovarsi, da cui difendersi, da cui, comunque, sembra impossibile prescindere per definirsi.
 
“La donna non interroga l’uomo. Soffre di essere divisa e invoca lui, come ideale stesso dell’unità. Solo che questo ideale è ciò che lei non è: una”: sono parole della psicanalista Eugénie Lemoine che sembrano dire la ricerca che Ginevra Bompiani fa accadere sulla pagina.
 
La stazione termale (Sellerio, 2012) è un libro che insegue, con una scrittura bambina, naïf, il femminile. Va alla ricerca di un segreto: è la passione che è tale ricerca. Erotismo di un mistero che scivola inafferrabile. Quello che accade è il movimento stesso di rincorsa in cui non si può che restare, in costante tensione.
Vi è una nostalgia all’origine, una privazione che restituisce la fragilità tragica del femminile; non ci sono gli uomini ma è per gli uomini: per una ferita d’amore, per trovare un modo di contenere l’angoscia di una mancanza che, con andamento carsico, attraversa le pagine.
Nella citazione in esergo alla seconda parte del testo c’è, e credo non a caso, una voluta imprecisione (annunciata dal riferimento sommario: “Jacques Lacan, da qualche parte”) che sembra voler marcare il punto di partenza e dare ragione della lacerazione che il libro cerca invano di suturare.
 
“Amare vuol dire dare quel che non si è mai ricevuto”: il “mai ricevuto” che si distanzia dal “quel che non si ha” dello psicoanalista francese, si fa eco di una ferita e insieme promessa di un’impossibile soluzione.
Ma nessuna stazione termale ci salverà dalla morte, dal corpo, dalla vecchiaia, dalla malattia, dalla sessualità né da quell’unità mancata. E non è vero, come scrive a un certo punto Ginevra Bompiani, che uomo e donna abbiano la possibilità di essere complementari: la donna tende a questo esser una del momento dell’amore, ama proprio questo nell’amore, ma è un’unità fallace, testimoniata dalla scelta dell’autrice stessa di rendere assenti, ancorché ingombranti, i corpi maschili.
 
Lucy, la nipote, afferra per prima il testimone della voce femminile, che passa di mano in mano: voce ora bambina e ora adulta, di Lucy, di Lucia, o ancora di una terza persona che racconta e descrive.
Voce comunque sempre in cerca: la spinta a interrogare e sapere non è la spinta dell’infanzia con le sue domande. Il mistero riguarda tutti e nessun confronto si rivela sufficiente: la zia, i non detti che nasconde, le lacrime, i veli di eleganza che rendono le donne lontane anche se allo stesso tavolo e innamorate le une delle altre.
 
Il movimento è sempre quello di una parola che gira intorno alle cose nel tentativo di afferrarle, le parole parlano dei corpi, si fanno corpo, fino ad essere l’unica possibilità di essere corpo: “non conquistava gli uomini con il corpo, ma con la parola. O almeno così aveva sempre creduto, sorprendendosi quando loro si davano da fare per portarla a letto”.
E tuttavia restano ingenue: incapaci di esaurire e dire bene, perché la scrittura rivela la propria incompletezza e manca sempre la presa.
Ed è questa la sua potenza: frasi brevi che si annodano le une alle altre in uno scivolamento metonimico, perché metonimico è l’oggetto stesso di cui va in cerca. Il femminile non è mai uno: le donne sedute ai tavoli uniti in conclusione del romanzo, le donne che con il loro intrecciarsi di relazioni e memorie lasciano tracce sulla pagina, loro che cercano di prendersi cura della loro bellezza alla stazione termale, di sconfiggere la malattia e il dolore, sembrano sapere bene di essere supplementari e che le terme, come dice l’autrice del romanzo, sono un paradiso “accogliente e bugiardo”. Si cercano per differenze e somiglianze, dagli uomini e tra loro stesse, e ogni donna declina a suo modo la propria risposta.
L’amore l’una per l’altra, allora, non solo le sostiene narcisisticamente, ma è anche il tempo della riconciliazione: con le altre donne che ogni donna contiene, con il mistero che si incarna, con il velo con cui si sceglie di dare volto alla propria mancanza, con l’amore, sia esso l’amare ed essere in errore, o il non amare e soffrire la colpa.
 
Ginevra Bompiani ci racconta con una delicatezza che dell’ingenuità conserva solo i modi e i toni, preziosi, come in una stazione termale si possa inseguire la bellezza ed esorcizzare la vecchiaia, cercare di bastarsi.
Ma non si giunge alla verità, se non a rischio di perdersi.
di Anna Stefi


Nerd pride! La strana vita di Alan Turing

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Dura la vita dei nerd e dei gay nella prima metà del Novecento. Immaginatevi poi una persona che riuniva in sé entrambe le caratteristiche. È questa la storia al centro di Enigma. La strana vita di Alan Turing, il fumetto scritto da Francesca Riccioni e disegnato da Tuono Pettinato che racconta le vicende del grande matematico, padre dell'intelligenza artificiale ed eroe della guerra, e mette insieme nazismo, nerdismo, omosessualità, mele avvelenate, guerra, amore, matematica e codici segreti (Rizzoli Lizard, 120 pagine, 16 euro).
 
Certo, Turing è anzitutto colui che inventò il concetto di “macchina universale”: oggi i computer possono simulare tutto o quasi, dalla tv alla radio, alla macchina da scrivere. E chi non conosce il test di Turing, cioè il modo per distinguere un essere umano da una macchina? Blade Runner non l'avete visto? Sulle equazioni di Turing si basa gran parte della matematica all'opera nell'informatica di oggi. E poi con il suo Colossus è riuscito a decrittare i codici segreti della macchina Enigma usata dalla marina nazista per comunicare segretamente, contribuendo non poco alla sconfitta del Reich. I disegni surreali e cartoonosi di Tuono Pettinato parlano della sua vita pubblica, quella raccontata nei libri di storia. E poi ci sono un sacco di scienzati, da Einstein a Von Neumann, che fanno parte della vicenda di Turing.
 
Ma la parte migliore del fumetto è scoprirne la vita privata e seguirne le disavventure. Povero Turing, un nerd antelitteram, incompreso a scuola, incapace di adattarsi al modo di studiare, parlare, vivere che era richiesto a uno studente dei primi decenni del Novecento. Eppure i nerd ebbero così tanta fortuna, dopo la sua morte. Benjamin Nugent, autore di Storia naturale del nerd (Isbn, 240 pagine, 19,90 euro), sostiene che le fortune pubbliche dei nerd, compresa la nascita dello stesso termine, cominciarono non per caso negli anni Sessanta. Proprio allora lo scienziato, magari fisico o matematico, acquisiva un'importanza sociale inaudita.
 
Erano gli anni successivi al lancio dello Sputnik da parte dei sovietici, quando gli Stati uniti decisero che la supremazia tecnologica era troppo importante per lasciarla al comunismo e investirono, e tanto, in educazione e ricerca. Niente di strano quindi che il nerdismo e tutti i suoi sintomi, anche i peggiori, siano ricomparsi negli ultimi vent'anni, cioè da quando l'informatica è diventata uno dei principali volani dell'economia e da quando i suoi creatori – Page e Brin, Zuckerberg, Woz, Stallman e chi più ne ha più ne metta – sono rockstar. Fai girare soldi o vinci una guerra, e il mondo ti apprezzerà anche se sei un nerd.
 
Ma Turing era anche gay, e troppo nerd per nasconderlo. Anche qui, in anticipo sui tempi. Solo negli anni Sessanta il movimento per i diritti delle e degli omosessuali prese il volo, la data simbolo è il 1969 dei moti di Stonewall, quando migliaia di gay presero a bottigliate la polizia di New York che aveva fatto irruzione in uno dei ritrovi cittadini della comunità.
 
Invece in Enigma si racconta con tutto lo stupore e la tenerezza di un fumetto la vita di un Turing processato e condannato alla castrazione chimica. La sua colpa era la sua omosessualità, e in tribunale si difese dicendo che gli sembrava non ci fosse niente di male. Altro che bottigliate. Dopo mesi di trattamento ormonale Turing era ormai impotente e aveva sviluppato il seno. Fu probabilmente questo a spingerlo al suicidio: nel 1954 ingerì una mela avvelenata col cianuro. Non per caso, a quanto pare, ma perché ossessionato dalla favola di Biancaneve. Il copyright della mela morsicata non ce l'ha certo Steve Jobs. Ah, nel fumetto Hitler è rappresentato come la strega cattiva della favola. Ovviamente Turing è Biancaneve.

Gli autori presenteranno Enigma il 18 gennaio a Milano al Piano Terra. Al Museo della scienza e della tecnologia si può ancora visitare la mostra “Tecnologie che contano. Alan Turing tra macchine e computer” dove è esposta anche una macchina Enigma.

Alessandro Delfanti, doppiozero.com
@adelfanti

  • Henrik Olesen, Some Illustrations to the Life of Alan Turing (A virtual system, capable of simulating the behaviour of any other machine, even, and including itself), 2008.
    Henrik Olesen, Some Illustrations to the Life of Alan Turing (A virtual system, capable of simulating the behaviour of any other machine, even, and including itself), 2008.

Oggetti d’infanzia: La buca dell’immondizia


Già la terminologia racconta l’abisso temporale che divide le epoche. Oggi si chiamano Rifiuti Solidi Urbani. Ieri, semplicemente e brutalmente: immondizia. Una parola che evoca da subito un’esigenza di purificazione e catarsi.
Noi andammo a vivere nel condominio in cui ho passato infanzia e adolescenza nel 1963. Era un edificio con pretese, superiore allo standard che mio padre, semplice impiegato di banca, avrebbe potuto permettersi. Ma la proprietaria dell’immobile era una lontana parente e, in cambio dei suoi servizi come amministratore e factotum, la mia famiglia poté soddisfare le sue aspirazioni di avanzamento sociale.
Non ho ricordi di come si sbrigasse la questione dell’immondizia nel casamento popolare in cui abitavamo prima. Ma nella nuova casa c’era la “buca dell’immondizia”. Vale a dire, una colonna verticale che correva per tutto il condominio con aperture a ogni piano dove gli inquilini, aprendo una specie di botola verticale a maniglia, gettavano i loro rifiuti. Tutti. La fisiologia della cosa è curiosa, a pensarci: l’idea era che qualsiasi schifezza tu producessi poteva essere eliminata semplicemente gettandola lì dentro e chiudendo lo sportello. Forse mi sbaglio, ma allora non è che i sacchetti di plastica fossero granché diffusi, per cui uno poteva buttare lì dentro qualsiasi cosa in forma libera. I rifiuti, quindi, cadevano giù per il condotto (noi abitavamo al sesto piano, per esempio) schiantandosi – dove? Questa è una domanda che mi sono posto solo più tardi.
A pensarci, sembra del tutto evidente la assoluta anti-igienicità della pratica: tanto che infatti adesso è vietata. Eppure era diffusa dappertutto: mi capita ancora di entrare in vecchi condomini con le bocchette manigliate, seppur sigillate. Però credo che riflettesse un’inconscia metafora antropologica. Quella colonna era un vero e proprio budello, era l’intestino del condominio. Così come i casigliani espellevano seduti su un water di cui ignoravano cosa ci fosse all’altra estremità, così gettavano i loro rifiuti nelle buche al piano senza preoccuparsi della loro sorte, come deiezioni di cui non dovevano più preoccuparsi.
E così avrei fatto io; ma un giorno mio padre, particolarmente incazzato per fatti suoi (penso adesso), prese malissimo un mio voto non brillante in prima media e pensò bene, come forma di punizione, di prendere una serie di giochi a me carissimi e scaraventarli giù per la buca. Versai calde lacrime e passai una notte insonne: e il giorno dopo, al ritorno da scuola, convinsi mia madre ad accompagnarmi di sotto, all’estremità sconosciuta del budello, con l’intenzione di recuperare i giochi perduti. Lei, combattuta tra schifo spontaneo e pena materna, acconsentì. Scoprii dunque che l’immondizia di tutto il condominio precipitava in uno stanzino di un due metri per due, posizionato appena sopra il magazzino che stava nel seminterrato. Ci si accedeva da una portina di ferro senza chiave. La aprimmo e fummo subito investiti da un’ondata di effluvi di immondizia in fermentazione. Facendoci forza entrammo e provammo a cercarli, i giochi. Scoprimmo così che, in linea teorica, la spazzatura proveniente dall’alto avrebbe dovuto cadere in certi cassonetti predisposti alla bisogna. Ma la forza di gravità e il peso specifico di ogni rifiuto, nonché certe combinazioni chimico-esplosive, producevano effetti più complessi. L’immondizia era sparsa ovunque, in particolare quella di origine liquida pigmentava i muri di schizzi multicolori. Ma quello che dissuase in modo definitivo mia madre fu la presenza di due pantegane lunghe un braccio che presidiavano i suddetti cassonetti.
Tornai nel mio appartamento intristito e con un salutare odio nei confronti di mio padre, che mi venne poi buono negli anni settanta. Ma soprattutto con un pensiero confuso, ma prepotente: “È vero, noi buttiamo tutto nel buco e non ci pensiamo più. Ma ci dovrà pur essere qualcuno che la raccoglie, quella roba…”. E il corollario, per quanto non formulato con queste parole, era: “Che lavoro di merda. Chi è così disperato da farlo?”
Scopro adesso, da chiacchiere con i vecchi, che erano gli spazzini (comunali o appaltati) a farlo. Ma che poi, causa scioperi e rivendicazioni, verso la fine degli anni sessanta ogni condominio fu costretto a impacchettare la sua immondizia e gli spazzini venivano solo a caricarla sui furgoni della Nettezza Urbana. Si creò così un’altra figura professionale del condominio: l’addetto allo stanzino sopra il seminterrato. Mi par di ricordare che in un primo tempo fu un certo signor Beretta, operaio in pensione a cui era stato affittato un bugigattolo già ufficio che dava proprio sullo spiazzo rialzato con il portoncino di ferro. Il signor Beretta si segnalava per un colorito violetto fin dalle prime ore del mattino. Quando lui morì o traslocò, non ricordo, l’incombenza fu passata al genero, un meridionale che aveva messo incinta la figlia.
Insomma, credo che la buca dell’immondizia sia stata, in qualche modo indiretto, lo strumento di una pedagogia sociale. Quanto ai giochi, finirono sepolti sotto tonnellate di immondizia in qualche discarica. Facile metafora di tante altre cose dei miei primi vent’anni di vita.
di Davide Ferrario, Doppiozero.com