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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 18, 2013

Ginevra Bompiani. La stazione termale

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I ragazzi russi, belli da morire e con le loro gambe nude sono nell’albergo accanto.
E dopo poche pagine, dopo pochi giorni, quegli unici corpi maschili non ci sono più.
Una bambina di nome Lucy, sua zia, e altre due donne che alloggiano insieme nella stessa stazione termale, sembrano le sole protagoniste del libro.
Ma gli uomini ritornano, universo evocato, corpi in dissolvenza: alterità rispetto a cui trovarsi, da cui difendersi, da cui, comunque, sembra impossibile prescindere per definirsi.
 
“La donna non interroga l’uomo. Soffre di essere divisa e invoca lui, come ideale stesso dell’unità. Solo che questo ideale è ciò che lei non è: una”: sono parole della psicanalista Eugénie Lemoine che sembrano dire la ricerca che Ginevra Bompiani fa accadere sulla pagina.
 
La stazione termale (Sellerio, 2012) è un libro che insegue, con una scrittura bambina, naïf, il femminile. Va alla ricerca di un segreto: è la passione che è tale ricerca. Erotismo di un mistero che scivola inafferrabile. Quello che accade è il movimento stesso di rincorsa in cui non si può che restare, in costante tensione.
Vi è una nostalgia all’origine, una privazione che restituisce la fragilità tragica del femminile; non ci sono gli uomini ma è per gli uomini: per una ferita d’amore, per trovare un modo di contenere l’angoscia di una mancanza che, con andamento carsico, attraversa le pagine.
Nella citazione in esergo alla seconda parte del testo c’è, e credo non a caso, una voluta imprecisione (annunciata dal riferimento sommario: “Jacques Lacan, da qualche parte”) che sembra voler marcare il punto di partenza e dare ragione della lacerazione che il libro cerca invano di suturare.
 
“Amare vuol dire dare quel che non si è mai ricevuto”: il “mai ricevuto” che si distanzia dal “quel che non si ha” dello psicoanalista francese, si fa eco di una ferita e insieme promessa di un’impossibile soluzione.
Ma nessuna stazione termale ci salverà dalla morte, dal corpo, dalla vecchiaia, dalla malattia, dalla sessualità né da quell’unità mancata. E non è vero, come scrive a un certo punto Ginevra Bompiani, che uomo e donna abbiano la possibilità di essere complementari: la donna tende a questo esser una del momento dell’amore, ama proprio questo nell’amore, ma è un’unità fallace, testimoniata dalla scelta dell’autrice stessa di rendere assenti, ancorché ingombranti, i corpi maschili.
 
Lucy, la nipote, afferra per prima il testimone della voce femminile, che passa di mano in mano: voce ora bambina e ora adulta, di Lucy, di Lucia, o ancora di una terza persona che racconta e descrive.
Voce comunque sempre in cerca: la spinta a interrogare e sapere non è la spinta dell’infanzia con le sue domande. Il mistero riguarda tutti e nessun confronto si rivela sufficiente: la zia, i non detti che nasconde, le lacrime, i veli di eleganza che rendono le donne lontane anche se allo stesso tavolo e innamorate le une delle altre.
 
Il movimento è sempre quello di una parola che gira intorno alle cose nel tentativo di afferrarle, le parole parlano dei corpi, si fanno corpo, fino ad essere l’unica possibilità di essere corpo: “non conquistava gli uomini con il corpo, ma con la parola. O almeno così aveva sempre creduto, sorprendendosi quando loro si davano da fare per portarla a letto”.
E tuttavia restano ingenue: incapaci di esaurire e dire bene, perché la scrittura rivela la propria incompletezza e manca sempre la presa.
Ed è questa la sua potenza: frasi brevi che si annodano le une alle altre in uno scivolamento metonimico, perché metonimico è l’oggetto stesso di cui va in cerca. Il femminile non è mai uno: le donne sedute ai tavoli uniti in conclusione del romanzo, le donne che con il loro intrecciarsi di relazioni e memorie lasciano tracce sulla pagina, loro che cercano di prendersi cura della loro bellezza alla stazione termale, di sconfiggere la malattia e il dolore, sembrano sapere bene di essere supplementari e che le terme, come dice l’autrice del romanzo, sono un paradiso “accogliente e bugiardo”. Si cercano per differenze e somiglianze, dagli uomini e tra loro stesse, e ogni donna declina a suo modo la propria risposta.
L’amore l’una per l’altra, allora, non solo le sostiene narcisisticamente, ma è anche il tempo della riconciliazione: con le altre donne che ogni donna contiene, con il mistero che si incarna, con il velo con cui si sceglie di dare volto alla propria mancanza, con l’amore, sia esso l’amare ed essere in errore, o il non amare e soffrire la colpa.
 
Ginevra Bompiani ci racconta con una delicatezza che dell’ingenuità conserva solo i modi e i toni, preziosi, come in una stazione termale si possa inseguire la bellezza ed esorcizzare la vecchiaia, cercare di bastarsi.
Ma non si giunge alla verità, se non a rischio di perdersi.
di Anna Stefi


Nerd pride! La strana vita di Alan Turing

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Dura la vita dei nerd e dei gay nella prima metà del Novecento. Immaginatevi poi una persona che riuniva in sé entrambe le caratteristiche. È questa la storia al centro di Enigma. La strana vita di Alan Turing, il fumetto scritto da Francesca Riccioni e disegnato da Tuono Pettinato che racconta le vicende del grande matematico, padre dell'intelligenza artificiale ed eroe della guerra, e mette insieme nazismo, nerdismo, omosessualità, mele avvelenate, guerra, amore, matematica e codici segreti (Rizzoli Lizard, 120 pagine, 16 euro).
 
Certo, Turing è anzitutto colui che inventò il concetto di “macchina universale”: oggi i computer possono simulare tutto o quasi, dalla tv alla radio, alla macchina da scrivere. E chi non conosce il test di Turing, cioè il modo per distinguere un essere umano da una macchina? Blade Runner non l'avete visto? Sulle equazioni di Turing si basa gran parte della matematica all'opera nell'informatica di oggi. E poi con il suo Colossus è riuscito a decrittare i codici segreti della macchina Enigma usata dalla marina nazista per comunicare segretamente, contribuendo non poco alla sconfitta del Reich. I disegni surreali e cartoonosi di Tuono Pettinato parlano della sua vita pubblica, quella raccontata nei libri di storia. E poi ci sono un sacco di scienzati, da Einstein a Von Neumann, che fanno parte della vicenda di Turing.
 
Ma la parte migliore del fumetto è scoprirne la vita privata e seguirne le disavventure. Povero Turing, un nerd antelitteram, incompreso a scuola, incapace di adattarsi al modo di studiare, parlare, vivere che era richiesto a uno studente dei primi decenni del Novecento. Eppure i nerd ebbero così tanta fortuna, dopo la sua morte. Benjamin Nugent, autore di Storia naturale del nerd (Isbn, 240 pagine, 19,90 euro), sostiene che le fortune pubbliche dei nerd, compresa la nascita dello stesso termine, cominciarono non per caso negli anni Sessanta. Proprio allora lo scienziato, magari fisico o matematico, acquisiva un'importanza sociale inaudita.
 
Erano gli anni successivi al lancio dello Sputnik da parte dei sovietici, quando gli Stati uniti decisero che la supremazia tecnologica era troppo importante per lasciarla al comunismo e investirono, e tanto, in educazione e ricerca. Niente di strano quindi che il nerdismo e tutti i suoi sintomi, anche i peggiori, siano ricomparsi negli ultimi vent'anni, cioè da quando l'informatica è diventata uno dei principali volani dell'economia e da quando i suoi creatori – Page e Brin, Zuckerberg, Woz, Stallman e chi più ne ha più ne metta – sono rockstar. Fai girare soldi o vinci una guerra, e il mondo ti apprezzerà anche se sei un nerd.
 
Ma Turing era anche gay, e troppo nerd per nasconderlo. Anche qui, in anticipo sui tempi. Solo negli anni Sessanta il movimento per i diritti delle e degli omosessuali prese il volo, la data simbolo è il 1969 dei moti di Stonewall, quando migliaia di gay presero a bottigliate la polizia di New York che aveva fatto irruzione in uno dei ritrovi cittadini della comunità.
 
Invece in Enigma si racconta con tutto lo stupore e la tenerezza di un fumetto la vita di un Turing processato e condannato alla castrazione chimica. La sua colpa era la sua omosessualità, e in tribunale si difese dicendo che gli sembrava non ci fosse niente di male. Altro che bottigliate. Dopo mesi di trattamento ormonale Turing era ormai impotente e aveva sviluppato il seno. Fu probabilmente questo a spingerlo al suicidio: nel 1954 ingerì una mela avvelenata col cianuro. Non per caso, a quanto pare, ma perché ossessionato dalla favola di Biancaneve. Il copyright della mela morsicata non ce l'ha certo Steve Jobs. Ah, nel fumetto Hitler è rappresentato come la strega cattiva della favola. Ovviamente Turing è Biancaneve.

Gli autori presenteranno Enigma il 18 gennaio a Milano al Piano Terra. Al Museo della scienza e della tecnologia si può ancora visitare la mostra “Tecnologie che contano. Alan Turing tra macchine e computer” dove è esposta anche una macchina Enigma.

Alessandro Delfanti, doppiozero.com
@adelfanti

  • Henrik Olesen, Some Illustrations to the Life of Alan Turing (A virtual system, capable of simulating the behaviour of any other machine, even, and including itself), 2008.
    Henrik Olesen, Some Illustrations to the Life of Alan Turing (A virtual system, capable of simulating the behaviour of any other machine, even, and including itself), 2008.

Oggetti d’infanzia: La buca dell’immondizia


Già la terminologia racconta l’abisso temporale che divide le epoche. Oggi si chiamano Rifiuti Solidi Urbani. Ieri, semplicemente e brutalmente: immondizia. Una parola che evoca da subito un’esigenza di purificazione e catarsi.
Noi andammo a vivere nel condominio in cui ho passato infanzia e adolescenza nel 1963. Era un edificio con pretese, superiore allo standard che mio padre, semplice impiegato di banca, avrebbe potuto permettersi. Ma la proprietaria dell’immobile era una lontana parente e, in cambio dei suoi servizi come amministratore e factotum, la mia famiglia poté soddisfare le sue aspirazioni di avanzamento sociale.
Non ho ricordi di come si sbrigasse la questione dell’immondizia nel casamento popolare in cui abitavamo prima. Ma nella nuova casa c’era la “buca dell’immondizia”. Vale a dire, una colonna verticale che correva per tutto il condominio con aperture a ogni piano dove gli inquilini, aprendo una specie di botola verticale a maniglia, gettavano i loro rifiuti. Tutti. La fisiologia della cosa è curiosa, a pensarci: l’idea era che qualsiasi schifezza tu producessi poteva essere eliminata semplicemente gettandola lì dentro e chiudendo lo sportello. Forse mi sbaglio, ma allora non è che i sacchetti di plastica fossero granché diffusi, per cui uno poteva buttare lì dentro qualsiasi cosa in forma libera. I rifiuti, quindi, cadevano giù per il condotto (noi abitavamo al sesto piano, per esempio) schiantandosi – dove? Questa è una domanda che mi sono posto solo più tardi.
A pensarci, sembra del tutto evidente la assoluta anti-igienicità della pratica: tanto che infatti adesso è vietata. Eppure era diffusa dappertutto: mi capita ancora di entrare in vecchi condomini con le bocchette manigliate, seppur sigillate. Però credo che riflettesse un’inconscia metafora antropologica. Quella colonna era un vero e proprio budello, era l’intestino del condominio. Così come i casigliani espellevano seduti su un water di cui ignoravano cosa ci fosse all’altra estremità, così gettavano i loro rifiuti nelle buche al piano senza preoccuparsi della loro sorte, come deiezioni di cui non dovevano più preoccuparsi.
E così avrei fatto io; ma un giorno mio padre, particolarmente incazzato per fatti suoi (penso adesso), prese malissimo un mio voto non brillante in prima media e pensò bene, come forma di punizione, di prendere una serie di giochi a me carissimi e scaraventarli giù per la buca. Versai calde lacrime e passai una notte insonne: e il giorno dopo, al ritorno da scuola, convinsi mia madre ad accompagnarmi di sotto, all’estremità sconosciuta del budello, con l’intenzione di recuperare i giochi perduti. Lei, combattuta tra schifo spontaneo e pena materna, acconsentì. Scoprii dunque che l’immondizia di tutto il condominio precipitava in uno stanzino di un due metri per due, posizionato appena sopra il magazzino che stava nel seminterrato. Ci si accedeva da una portina di ferro senza chiave. La aprimmo e fummo subito investiti da un’ondata di effluvi di immondizia in fermentazione. Facendoci forza entrammo e provammo a cercarli, i giochi. Scoprimmo così che, in linea teorica, la spazzatura proveniente dall’alto avrebbe dovuto cadere in certi cassonetti predisposti alla bisogna. Ma la forza di gravità e il peso specifico di ogni rifiuto, nonché certe combinazioni chimico-esplosive, producevano effetti più complessi. L’immondizia era sparsa ovunque, in particolare quella di origine liquida pigmentava i muri di schizzi multicolori. Ma quello che dissuase in modo definitivo mia madre fu la presenza di due pantegane lunghe un braccio che presidiavano i suddetti cassonetti.
Tornai nel mio appartamento intristito e con un salutare odio nei confronti di mio padre, che mi venne poi buono negli anni settanta. Ma soprattutto con un pensiero confuso, ma prepotente: “È vero, noi buttiamo tutto nel buco e non ci pensiamo più. Ma ci dovrà pur essere qualcuno che la raccoglie, quella roba…”. E il corollario, per quanto non formulato con queste parole, era: “Che lavoro di merda. Chi è così disperato da farlo?”
Scopro adesso, da chiacchiere con i vecchi, che erano gli spazzini (comunali o appaltati) a farlo. Ma che poi, causa scioperi e rivendicazioni, verso la fine degli anni sessanta ogni condominio fu costretto a impacchettare la sua immondizia e gli spazzini venivano solo a caricarla sui furgoni della Nettezza Urbana. Si creò così un’altra figura professionale del condominio: l’addetto allo stanzino sopra il seminterrato. Mi par di ricordare che in un primo tempo fu un certo signor Beretta, operaio in pensione a cui era stato affittato un bugigattolo già ufficio che dava proprio sullo spiazzo rialzato con il portoncino di ferro. Il signor Beretta si segnalava per un colorito violetto fin dalle prime ore del mattino. Quando lui morì o traslocò, non ricordo, l’incombenza fu passata al genero, un meridionale che aveva messo incinta la figlia.
Insomma, credo che la buca dell’immondizia sia stata, in qualche modo indiretto, lo strumento di una pedagogia sociale. Quanto ai giochi, finirono sepolti sotto tonnellate di immondizia in qualche discarica. Facile metafora di tante altre cose dei miei primi vent’anni di vita.
di Davide Ferrario, Doppiozero.com