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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 18, 2013

Oggetti d’infanzia: La buca dell’immondizia


Già la terminologia racconta l’abisso temporale che divide le epoche. Oggi si chiamano Rifiuti Solidi Urbani. Ieri, semplicemente e brutalmente: immondizia. Una parola che evoca da subito un’esigenza di purificazione e catarsi.
Noi andammo a vivere nel condominio in cui ho passato infanzia e adolescenza nel 1963. Era un edificio con pretese, superiore allo standard che mio padre, semplice impiegato di banca, avrebbe potuto permettersi. Ma la proprietaria dell’immobile era una lontana parente e, in cambio dei suoi servizi come amministratore e factotum, la mia famiglia poté soddisfare le sue aspirazioni di avanzamento sociale.
Non ho ricordi di come si sbrigasse la questione dell’immondizia nel casamento popolare in cui abitavamo prima. Ma nella nuova casa c’era la “buca dell’immondizia”. Vale a dire, una colonna verticale che correva per tutto il condominio con aperture a ogni piano dove gli inquilini, aprendo una specie di botola verticale a maniglia, gettavano i loro rifiuti. Tutti. La fisiologia della cosa è curiosa, a pensarci: l’idea era che qualsiasi schifezza tu producessi poteva essere eliminata semplicemente gettandola lì dentro e chiudendo lo sportello. Forse mi sbaglio, ma allora non è che i sacchetti di plastica fossero granché diffusi, per cui uno poteva buttare lì dentro qualsiasi cosa in forma libera. I rifiuti, quindi, cadevano giù per il condotto (noi abitavamo al sesto piano, per esempio) schiantandosi – dove? Questa è una domanda che mi sono posto solo più tardi.
A pensarci, sembra del tutto evidente la assoluta anti-igienicità della pratica: tanto che infatti adesso è vietata. Eppure era diffusa dappertutto: mi capita ancora di entrare in vecchi condomini con le bocchette manigliate, seppur sigillate. Però credo che riflettesse un’inconscia metafora antropologica. Quella colonna era un vero e proprio budello, era l’intestino del condominio. Così come i casigliani espellevano seduti su un water di cui ignoravano cosa ci fosse all’altra estremità, così gettavano i loro rifiuti nelle buche al piano senza preoccuparsi della loro sorte, come deiezioni di cui non dovevano più preoccuparsi.
E così avrei fatto io; ma un giorno mio padre, particolarmente incazzato per fatti suoi (penso adesso), prese malissimo un mio voto non brillante in prima media e pensò bene, come forma di punizione, di prendere una serie di giochi a me carissimi e scaraventarli giù per la buca. Versai calde lacrime e passai una notte insonne: e il giorno dopo, al ritorno da scuola, convinsi mia madre ad accompagnarmi di sotto, all’estremità sconosciuta del budello, con l’intenzione di recuperare i giochi perduti. Lei, combattuta tra schifo spontaneo e pena materna, acconsentì. Scoprii dunque che l’immondizia di tutto il condominio precipitava in uno stanzino di un due metri per due, posizionato appena sopra il magazzino che stava nel seminterrato. Ci si accedeva da una portina di ferro senza chiave. La aprimmo e fummo subito investiti da un’ondata di effluvi di immondizia in fermentazione. Facendoci forza entrammo e provammo a cercarli, i giochi. Scoprimmo così che, in linea teorica, la spazzatura proveniente dall’alto avrebbe dovuto cadere in certi cassonetti predisposti alla bisogna. Ma la forza di gravità e il peso specifico di ogni rifiuto, nonché certe combinazioni chimico-esplosive, producevano effetti più complessi. L’immondizia era sparsa ovunque, in particolare quella di origine liquida pigmentava i muri di schizzi multicolori. Ma quello che dissuase in modo definitivo mia madre fu la presenza di due pantegane lunghe un braccio che presidiavano i suddetti cassonetti.
Tornai nel mio appartamento intristito e con un salutare odio nei confronti di mio padre, che mi venne poi buono negli anni settanta. Ma soprattutto con un pensiero confuso, ma prepotente: “È vero, noi buttiamo tutto nel buco e non ci pensiamo più. Ma ci dovrà pur essere qualcuno che la raccoglie, quella roba…”. E il corollario, per quanto non formulato con queste parole, era: “Che lavoro di merda. Chi è così disperato da farlo?”
Scopro adesso, da chiacchiere con i vecchi, che erano gli spazzini (comunali o appaltati) a farlo. Ma che poi, causa scioperi e rivendicazioni, verso la fine degli anni sessanta ogni condominio fu costretto a impacchettare la sua immondizia e gli spazzini venivano solo a caricarla sui furgoni della Nettezza Urbana. Si creò così un’altra figura professionale del condominio: l’addetto allo stanzino sopra il seminterrato. Mi par di ricordare che in un primo tempo fu un certo signor Beretta, operaio in pensione a cui era stato affittato un bugigattolo già ufficio che dava proprio sullo spiazzo rialzato con il portoncino di ferro. Il signor Beretta si segnalava per un colorito violetto fin dalle prime ore del mattino. Quando lui morì o traslocò, non ricordo, l’incombenza fu passata al genero, un meridionale che aveva messo incinta la figlia.
Insomma, credo che la buca dell’immondizia sia stata, in qualche modo indiretto, lo strumento di una pedagogia sociale. Quanto ai giochi, finirono sepolti sotto tonnellate di immondizia in qualche discarica. Facile metafora di tante altre cose dei miei primi vent’anni di vita.
di Davide Ferrario, Doppiozero.com

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