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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 16, 2014

A scuola per imparare le lingue, quelle in via di estinzione

L'UNESCO stima che la metà delle 6000 lingue che parliamo oggi spariranno entro la fine del secolo. Sempre più spesso ai bambini a scuola si insegna in una seconda lingua piuttosto che nella loro lingua madre.
IN certi paesi la situazione è preoccupante, solo una manciata di persone detengono il prezioso patrimonio linguistico e culturale della propria lingua d’origine.
In Kenya ad esempio gli Yaaku sono una delle tribù indigene più piccole del mondo. La lingua di questo popolo di 5500 persone sta quasi sparendo perchè questa tribù di coltivatori di frutta e miele l’ha abbandonata per parlare quella dei più ricchi allevatori di mandrie, i Masai, e favorire il commercio dei propri prodotti. A parlare la lingua degli Yaaku sono rimaste solo dieci persone.
Steven Leitiku, 84 anni, ha cominciato però ad insegnare alla sua tribù il loro dialetto dimenticato mentre Mannaseh Matunge ha deciso di organizzare delle lezioni per salvare la lingua.
“E’ molto importante parlare questa lingua perchè così possiamo identificarci come una delle comunità etniche del Kenya” dice Mannaseh Matunge. 
Per salvare questa lingua, un linguista tedesco ha pubblicato anche un vocabolario di Yaaku.

In Ungheria parliamo della questione delle lingue minoritarie con Rita Izsak consulente dell’ONU esperta in diritti umani e problemi delle minoranze. Rita Pensa che la protezione delle lingue minoritarie sia un diritto umano. 
“Come principio base non dovrebbero esserci interferenze nelle lingue, ognuno dovrebbe poter usare la propria lingua in pubblico e in privato senza discriminazioni. E’ una sorta di libertà che dovrebbe essere garantita ai gruppi liguistici, ma la cosa più importante è che ci sono alcuni diritti che vanno assicurati e per fare questo si devono investire dei soldi.” dice Izsak.
Secondo l’UNESCO un’altra lingua che rischia di scomparire è Euskera la lingua madre del territorio degli Eskadi, i Paesi Baschi. IL processo per salvarla comincia a scuola, nelle cosiddette Ikastolas, in cui le materie si insegnano proprio nella lingua basca. Ci sono 103 Ikastolas per oltre 50 mila studenti dai 4 mesi ai 16 anni.
“L’obiettivo del progetto delle Ikastolas è creare cittadini baschi. L’elemento centrale è che imparino l’Euskera, ma anche la metodologia di insegnamento, i programmi didattici e culturali sono molto importanti.” dice Katalin Larrea, un’insegnante.
A Bilbao è attiva la Real Accademia della Lingua Basca per la ricerca e la preservazione dell’Euskera. A cercare di promuoverla sono anche i cosiddetti Bertsolaris, artisti che cantano un verso musicale tipico dell’antica tradizione, il Bersto, improvvisando in questa lingua.
Euronews

Pyotr Ilyich Tchaikovsky: il concerto inaugurale della Verdi secondo un quindicenne

 
"Ma non è un po' kitsch?". Il primo colpo d'occhio di Emil al Teatro alla Scala di Milano non si può dire che induca una reazione di sbigottita riverenza, davanti a uno dei teatri d'opera più importanti al mondo. La risposta del padre – incidentalmente sono io – è che se oggi costruissimo un teatro uguale alla Scala sarebbe kitsch, ma trattandosi di un teatro costruito tra il sette o l'ottocento, riflette il gusto di un'altra epoca. Spiegazione accettata. Intanto comincia la Marcia slava op. 31 di Pёtr Il'ič Čajkovskij. Emil è un adolescente, ha da poco compiuto 15 anni, già costretto  negli anni dal padre a sentire più musica classica di quanto avrebbe voluto, ma tutto sommato la capisce e la gradisce più di quanto avvenga mediamente per i suoi coetanei. Siamo stati domenica 14 settembre al concerto di inaugurazione della stagione dell'orchestra La Verdi, che come da qualche anno a questa parte viene a celebrare l'avvio dell'anno nel tempio della musica milanese. E come già l'anno scorso lo fa con la musica di Čajkovskij, e con un programma interessante anche se in qualche punto non immediato. Il travolgente concerto per violino e orchestra dello scorso anno risuona  ancora nella mente. Alla Marcia seguono il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in Sol maggiore op. 44 (nella versione con i tagli di Siloti) e la sinfonia n. 5 in mi minore, op. 64. Nel caso della marcia si sentono subito il senso di un destino incombente, che si sentirà anche nella sinfonia finale. Chiedo però a Emil se sente i toni militari, mi fa segno di si. I fiati non lasciano dubbi. Quanto al concerto per pianoforte e orchestra chiedo, preso dal dubbio, se gli sembra equilibrato il rapporto tra pianoforte e orchestra. "No – mi riponde – c'è troppo pianoforte". Un' osservazione non peregrina, visto che come riportano le puntuali note del programma della serata Nikolai Rubinstein, aveva ritenuto squilibrato il rapporto tra solista e orchestra, ammettendo però di potersi sbagliare. Nel terzo movimento però non ci sono più dubbi e il giovane pianista Giuseppe Andaloro e l'orchestra diretta dalla scatenatissima Zhang Xian ci trascinano in un vortice mozzafiato. Stupendi anche i momenti lirici dominati dal primo violino, Luca Santaniello, e dal primo violoncello, Mario Shirai Grigolato. Il poco che ne resta di queste parti dopo i tagli di Siloti. 
 Alla seconda parte del concerto arriviamo un po' stanchi, ma la sinfonia n. 5, la sinfonia del destino, entrambi dopo giorni di antinfiammatori per la gola. Però la musica ci tiene avvinti fino alla fine. E il fatto che sui palchi del nobile teatro ci si possa appoggiare con i gomiti per il giovane è una risorsa inaspettata. Usciamo canticchiando il motivo del IV movimento. Anche questo eseguito con strepitoso virtuosismo dall'orchestra milanese, con un risultato sonoro molto più convincente di tante altre interpretazioni un po' "spompe", come si direbbe oggi (non da un quindicenne ma da un trentenne ben collocato).

di Antonio Criscione - Il sole XXIV ore

Segantini e la verità della pittura nascosta tra gli spazi del reale

Segantini La Mostra a Milano 660x330
Si inaugura il 18 settembre nel Palazzo Reale a Milano la retrospettiva di Giovanni Segantini. La mostra si aprirà con una sezione dedicata a documenti e fotografie, cui seguiranno vedute di Milano, ritratti e nature morte fino ai dipinti, forse i più famosi, della vita agreste e delle montagne dell’Engadina. Con oltre 120 opere provenienti da musei e collezioni private di tutto il mondo la maggiore mostra antologica mai dedicata all’artista “ritorno a Milano, Giovanni Segantini”, propone un viaggio attraverso il lavoro del maggiore pittore divisionista italiano, che nacque ad Arco in provincia di Trento il 15 gennaio del 1858.
Dopo un infanzia molto dura causata dalle ristrettezze economiche, con la morte della madre iniziò un periodo travagliato, passando dall’affidamento alla sorellastra, al riformatorio, fino a che il fratellastro Napoleone lo prese con sé e gli offrì un minimo di lavoro nel suo laboratorio fotografico, dove forse iniziò il suo viaggio artistico. Frequentò poi corsi regolari all’Accademia di Brera e strinse amicizia con Emilio Longoni, allora aspirante pittore come lui. Naturalmente l’accademia in quegli anni proponeva il “Verismo lombardo”, e le sue prime prove pittoriche andarono in quella direzione. L’amicizia con Vittore Grubicy, pittore ungherese lo portò a fare esperienze anche nel mercato dell’arte .
Anche se le sue opere riguardavano la vita agreste, il lavoro nei campi, il pascolo, la tosatura e la filatura, la sua ricerca è a nostro avviso tutt’altro che il semplice sforzo di liberarsi dalle pastoie dell’accademia, o un limite come dice G.C. Argan, dettato solo dal “modernismo” come programma scelto aprioristicamente. Non è affatto un ostacolo che impedisce alla sua pittura di essere veramente moderna e sfugge per tanti versi al carattere parascientifico del puntinismo francese e della tecnica divisionista che egli intraprese.
Il suo fare pare anticipare la comparsa di una quarta dimensione pittorica che tormentò la vita del grande Cezanne, conscio a sua volta del fatto di non poter trovare l’essenza di una mela, qualunque fosse il grado di abilità della “mimesi”. Segantini sapeva che l’arte non è imitazione della natura e intuitivamente anche che può esistere solo come arte “riflessiva”, scavalcando le alte considerazioni sia di Platone che di Hegel a tal riguardo, cioè come un tentativo di sfiorare lo spirito per alimentarsi anche del vuoto, del nulla, trovando senso nell’assenza di esso.
Può sembrare una forzatura, ma è come se negli interstizi delle pennellate, “divise” appunto da un piccolo spazio si possa intravedere l’esistenza di quel mondo altro che fino a quel momento era un mondo la cui visione era stata affidata alle arti. Ciò che appare sulla superficie è quello che “appare” nel mondo reale, e rimane ciò che appare, ma quello che rimane, appena percettibile  perché si arriva a dire di un indicibile che è molto vicino allo spirituale, è il vuoto e l’assenza di senso.
Qualcuno più avanti chiamerà quell’assenza la morte dell’arte, ma in fondo tutta l’arte contemporanea vive di questa vicinanza con il vuoto e con la morte, al punto da trovare il senso proprio nell’operare. Questa sparizione della materia, della sostanza, è stata sfiorata anche da Previati, l’altro grande divisionista italiano, ma ne avremo un’idea molto più chiara soltanto molto più avanti, quando si vedranno le sculture di Giacometti, che letteralmente finivano per svanire quasi in un filo di materia.
Sotto la superficie del reale, materico di Segantini molto più al di là dei profili delle montagne e dei paesaggi milanesi, e a distanze siderali dai volti dei ritratti, cercando negli spazi tra le pennellate come nel vuoto tra una lettera e l’altra della parola pittura, si potrà intravedere la quarta dimensione che si allarga nel vuoto dell’assenza e poi nella luce del proprio 
di Vincenzo Pellegino - Blogtaormina

marzo 31, 2014

Daltrey e Johnson, “Going Back Home”: la voce degli Who torna in studio

L'intero disco è una cavalcata mozzafiato, un rhythm and blues schietto e senza fronzoli. Con un'armonica che ritorna spesso a rimarcare il collegamento con la “vecchia scuola”.


Daltrey e Johnson, “Going Back Home”: la voce degli Who torna in studio

L’etichetta dei fratelli Chess – vera e propria pietra angolare per tutto ciò che poi si sarebbe diventato pop music - aveva cessato la sua attività nel 1975, ma oggi rivive grazie a un album appena uscito. Si tratta di “Going Back Home“, che senza dubbio incarna la vera essenza della Chess Records. Nel 2014 si può avere lo stesso vortice di potenza ­ frutto di esperienze e stili di vita – spesso estremi – di artisti come Bo Diddley o Muddy Waters? Roger Daltrey, cantante degli Who e autore insieme a Wilko Johnson del disco appena citato, ammette che “molta musica di oggi è finta, senz’anima. Questo album ha invece una freschezza che può solo arrivare dalle pressioni cui siamo sottoposti quotidianamente”.
Quanto a pressioni, o meglio riguardo al beffardo e dannato sgambetto dell’esistenza, Johnson ne sa qualcosa: da quando gli è stato diagnosticato un cancro al pancreas sembra essere piombato nel macabro gioco della roulette russa. Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, ed ecco perché ogni nuova alba strappata ad un aldilà diventa un dono impagabile. Entrambi provano a sdrammatizzare: “Fortuna che non ha scelto di fare la chemioterapia - scherza Daltrey alludendo alla calvizie di Wilko durante un’intervista al mensile Mojo - sarebbe rimasto senza capelli”. “Sarei dovuto morire due mesi fa – ribatte Johnson – avevo abituato la mia mente a quest’idea”. La malattia di Wilko ha accelerato la realizzazione di “Going Back Home“, progetto che era nel cassetto da molto tempo, ma che continuava ad essere rimandato. Il disco è stato registrato in una settimana, allo Yellow Fish di Uckfield, piccolo villaggio nel Sussex. Le canzoni appartengono alla produzione di Wilko (e comprendono anche alcuni brani dell’epoca Dr. Feelgood), ad eccezione della gylaniana “Can You Please Crawl Out Your Window”, qui splendidamente interpretata, dove la voce di Daltrey appare ancora più ruvida e potente.
I versi iniziali della tiratissima title­track di apertura, assumono adesso un sapore tutto particolare. Quel “I want to live, the way I like” ricoperto di rock’n'roll, resta intriso di un profondissimo blues. L’intero disco sarà una cavalcata mozzafiato, un rhythm and blues schietto e senza fronzoli, con la Telecaster di Wilco più graffiante che mai, con un’armonica che ritorna spesso a rimarcare il collegamento con la “vecchia scuola”, la batteria di Dylan Howe che non perde un colpo e le tastiere di Dexys Mick Talbot pronte a creare le tessiture perfette.
L’unico difetto ad un disco del genere lo si trova nell’essere troppo pulito. Si è dedicata troppa attenzione a far sì che i suoni risultassero perfetti, mentre un album di questo calibro avrebbe meritato un approccio più vecchia maniera, una registrazione in presa diretta senza ritocchi successivi, perché questo è ciò che si merita una voce graffiante come quella di Daltrey (la Motown sembra prendere vita in “Keep On Loving You”) o la chitarra di Wilko, splendida, ma troppo pulita per pezzi come “Everybody’s Carrying A Gun”. A parte questa cura eccessiva dei suoni, “Going Back Home” è un album che viaggia ad altissima potenza, concedendosi un solo momento di pura e palese nostalgia con “Turned 21”. E anche qui l’interpretazione di Daltrey è sublime, carica di quella delicatezza e ispirazione che sono una vita vissuta davvero può portare. Questo disco non è solo il sogno di Wilco che si realizza (una collaborazione con Daltrey), ma è la musica che grida alla vita. 
di , Il fatto Quotidiano

Quando Mussolini internò i cinesi: inchiesta su una storia dimenticata

Nel 1940 il Duce ordinò di mettere sotto custodia tutti i cittadini di Paesi nemici presenti in Italia. Ne fecero le spese anche i primi immigrati arrivati dall'Oriente, spediti in due paesini dell'Abruzzo. Terre di Mezzo e il sinologo Cologna ne hanno ricostruito la vicenda

Cinesi Internati

Durante il fascismo 167 cinesi sono stati deportati nei campi d’internamento italiani nella provincia di Teramo. Lo rivelano due elenchi sepolti nei faldoni degli archivi dei Comuni di Tossicia e Isola del Gran Sasso. Li ha riscoperti Terre di mezzo street magazine, che ne parla nel numero appena uscito.
Nel 1940 con un decreto regio Benito Mussolini ordina l’internamento di tutti gli immigrati provenienti dai Paesi nemici o non graditi agli alleati italiani (all’epoca Germania e Giappone). Ci sono rom, slavi, ebrei dell’Europa centrale. E cinesi. Almeno 167, stando agli elenchi abruzzesi. C’era un terzo campo a Ferramonti di Tarsia (Cosenza), dove i cinesi sono stati internati in condizioni peggiori, a quanto raccontano le (poche) fonti storiche. Fino ad oggi si è pensato che fossero in tutto 116, così come scriveva nel 1983 Philippe Kwok, autore del libro “I cinesi in Italia durante il fascismo”, finito nel dimenticatoio ma “riesumato” da Lidia Casti e Mario Portanova nel volume “Chi ha paura dei cinesi” (Bur 2007). “È la fonte da cui tutti sono partiti per ricostruire questa vicenda”, spiega Daniele Cologna, ricercatore di lingua cinese presso l’Università dell’Insubria e socio fondatore dell’Agenzia di ricerca sociale Codici, di Milano. È lui che ha accompagnato Terre di mezzo street magazine nella riscoperta di questa storia. A lieto fine, nonostante tutto.
Nel giugno 1944, gli alleati hanno liberato l’Abruzzo, dando fine all’internamento. Gli internati erano sistemati in abitazioni e ostelli riconvertiti per l’occasione. Le condizioni igieniche erano dignitose, a quanto riportano le fonti dell’epoca. Le abitazioni erano contrassegnate da uno schizzo del volto del Duce accanto alla porta. Gli internati erano liberi di circolare nel territorio comunale e di lasciarlo dopo aver ottenuto il permesso del podestà. Così, molti, una volta liberi hanno deciso di restare nella provincia, dove ormai si erano integrati. Alcuni si sono anche sposati e hanno avuto figli. La comunità cinese della provincia di Teramo, che conta almeno quattro famiglie, è ormai alla quarta generazione. Di cui le ultime tre non hanno mai avuto contatti con il loro Paese d’origine.
Terre di mezzo ha ricostruito grazie a Daniele Cologna la storia di due di queste famiglie. La prima è quella dei Ching Ting. Luigi, classe 1949, ha perso suo padre Ching Ting Shen quando aveva cinque anni. “Non sa nulla della storia di mio padre – racconta a Terre di mezzo -, nessuno me ne ha mai parlato”. Era sempre impegnato con il suo furgone pieno di oggettistica varia e cravatte. Le vendeva soprattutto al mercato di Pescara. C’è sempre stato molto riserbo sulle origini del padre e sul suo arrivo in Italia. Probabile che fosse al Nord prima dell’internamento, tra Milano e Torino. La comunità di Milano, secondo Cologna, risale al 1928 quando attorno all’arena di Milano c’è stata un’Expo di altri tempi. I cinesi si sono poi stabiliti attorno a via Paolo Sarpi, ancora oggi il cuore della Chinatown di Milano.
 di
 

“Snowpiercer” di Bong Joon-ho


Un fantasma s’aggira fra le carrozze dello Snowpiercer, treno ad altissima velocità che sfreccia attraverso le lande innevate del pianeta dopo che una glaciazione ha apposto il sigillo finale alla vita sulla terra. È il fantasma del comunismo che abita i vagoni, soprattutto gli ultimi del treno che contengono ciò che resta dell’umanità. Un treno che non si ferma mai (forse si muove in circolo), alimentato da un’energia che non si esaurisce mai, come la storia d’altronde, nonostante i desideri di quanti non desiderano altro che dichiarare la storia una… storia chiusa.

Ed è curioso come il comunismo, il grande sconfitto del ventesimo secolo, più ancora del nazionalsocialismo forse, continui invece a proliferare come mitologema (comunismo come ciò che abbiamo in… comune?). Come radice di ogni pensiero che provi a immaginare un assetto diverso del mondo, della società e dell’economia.

Il comunismo diventa quasi un racconto, una fiaba, una sorta di possibilità attraverso la quale immaginare un altro mondo. Ed è questa sua fondamentale riluttanza a darsi per sconfitto, se non altro come racconto, il principio attivo del suo contagio contro il quale nessun vaccino neoliberista è riuscito a trovare un rimedio convincente.

E poi, come sostiene da sempre Stephen King, difficile mettere a tacere una buona storia.

Ed è esattamente su questo residuo di comunismo che il mondo occidentale – e non solo – serba nel proprio patrimonio di storie e racconti che Bong Joon-ho costruisce la sua straordinaria saga distopica che è Snowpiercer, tratta dalla bedè francese Transperceneige pubblicata da Casterman.

Punta di diamante della cinematografia sudcoreana, tra le cinematografie più appassionanti degli ultimi trent’anni (nonostante la proverbiale pigrizia della distribuzione italiana), Bong Joon-ho è un regista parsimonioso che nel corso della sua carriera ha realizzato a partire dal 2000, anno del suo esordio, solo cinque lungometraggi e una manciata di corti e medi (tra i quali il segmento del film Tokyo! realizzato in collaborazione con Leos Carax e Michel Gondry).

Autore del tipo difficilmente immaginabile dalle nostri parti, uno di quelli che non teme di sporcarsi le mani realizzando “film di mostri” come il magnifico di The Host o di andare a scavare negli anfratti più bui e dimenticati della storia recente sudcoreana come dimostra Memoirs of Murder, Bong Joon-ho è un cineasta dal respiro ampio.

A suo agio sia con storie cucite addosso agli attori che in grado di accogliere le sfide delle tecnologie digitali, Bong Joon-ho, rispetto a Park Chan-wook, che figura anche tra i produttori di Snowpiercer, non possiede ancora l’ambigua aura del regista di “culto” che in genere significa che un cineasta ha esaurito il suo ciclo vitale e che sta riciclando quanto già fatto in passato ma con minore efficacia.

Snowpiercer, in questo senso, nonostante sia interpretato in prevalenza da interpreti occidentali come Chris “Captain America” Evans, Tilda Swinton, John Hurt, Jamie Bell, Alison Pill, Ed Harris, Ewen Bremner e Octavia Spencer, è ben lungi dall’essere una resa nei confronti di richieste esterne alle necessità produttive e creative del film stesso. Anzi il conflitto molto aspro che ha opposto Bong a Harvey Weinstein, distributore statunitense del film, che intendeva scorciare di venti minuti il director’s cut, dimostra esattamente l’opposto considerato che anche un regista del calibro di Wong Kar-wai ha ceduto il suo diritto al montaggio al produttore di Tarantino.

Ovvio che l’approccio di Bong Joon-ho alla favola che non accenna a esalare l’ultimo respiro, il comunismo di cui sopra, è piuttosto disincantato, vivendo lui in un paese diviso in due dove al nord l’autocrazia di Kim Yong-un (che ha studiato a Berna…), terzo figlio di Kim Yong-il, continua la triste saga familiare di spietata oppressione e autarchia politica.

La miseria è reale, gli ultimi, quelli che stanno in fondo al treno, e nemmeno immaginano cosa possa esserci in testa, non hanno altra scelta che avanzare, anche a costo di farsi falciare dalle raffiche delle “forze dell’ordine” del treno.

E man mano che la lunga marcia della rivoluzione nel treno prosegue vagone dopo vagone, carrozza dopo carrozza, non possono non venire in mente le immagini delle rivolte popolari di Sao Paulo, in Brasile, dove orde di persone infuriate hanno dato letteralmente vita a cacce al poliziotto che nemmeno il Carpenter di 1997: fuga da New York o il Castellari de I guerrieri del Bronx avrebbero potuto immaginare.

Bong si tiene attaccato al cuore del mito (o scena primaria…) del comunismo. La rivoluzione, ovviamente, strumento ineludibile per giungere alla testa del treno, si rivela piuttosto poi, come sempre, poco maneggevole quando si scopre che dopo la locomotiva non c’è più un oltre e che lo spazio del treno in qualche modo bisogna gestirlo.

Insomma: quanto Snowpiercer sembra suggerire è curiosamente in sintonia con le riflessioni di Slavoj Žižek contenute nel suo saggio Tredici volte Lenin riferendosi ad alcune posizioni di Badiou e della Arendt, per i quali, stando a Žižek, “la libertà è sempre opposta al dominio dell’approvvigionamento di beni e servizi, al mantenimento delle famiglie e all’esercizio amministrativo, tutti ambiti che non appartengono alla politica vera e propria: l’unico vero luogo per/della libertà è quello che definisce una comunità politica”.

Ed è continuando questa lettura del film sulle tracce di Žižek che riflette su Badiou per il quale “il proletariato non è un’altra classe particolare, ma una singolarità della struttura sociale, e quindi la classe universale in quanto tale, la non-classe tra le classi” che le masse che affollano gli ultimissimi vagoni del treno diventano il mondo tout-court. E questa è una straordinaria intuizione politica di Bong Joon-ho, in linea tra l’altro con l’avanzata proletarizzione del mondo che si può osservare all’opera tra l’altro anche nel sottostimato Elysium di Neill Blomkamp.

Ecco, senza rivelare il finale, occorre ricordare che una delle premesse del film, una glaciazione che uccide non solo la grande maggioranza dell’umanità ma rende il mondo una tabula rasa bianca sembra offrirsi come una possibilità estrema, ultima, definitiva ma comunque fertile per avviare un processo di riscrittura delle leggi che governano o che dovranno governare il nostro vivere insieme. Premessa, insomma, per un’ipotetica rifondazione del patto sociale.

Dunque se proprio si dovesse proiettare un film in Parlamento, dove è noto che son tutti critici cinematografici, pronti a bacchettare selezionatori e (direttori di) festival, questo dovrebbe essere proprio Snowpiercer. Per la serie: dove stiamo andando?, che fare? e così via.

Sono i film come Snowpiercer che si ostinano a raccontare il mondo com’è e come è diventato. D’altronde basta avere occhi per guardare. O meglio: vedere.
 di Giona A. Nazzaro, Micromega
 

20 anni fa moriva Kurt Cobain, ha cambiato il rock contemporaneo

Come stabilito dal coroner, il 5 aprile 1994 Kurt Cobain si è sparato un colpo alla testa nella sua villa di Seattle. Il suo cadavere fu trovato tre giorni dopo da un elettricista, arrivato per installare un sistema d’allarme. Pochi giorni fa la polizia ha diffuso alcune foto inedite delle stanze che hanno ospitato quell’evento terribile: l’atmosfera, il disordine, gli oggetti sono quelli tipici della casa di un tossico. Anche l’uomo simbolo del grunge è caduto vittima della maledizione dei 27 anni: come Jimy Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, Amy Winehouse.
Sono dunque passati 20 anni da quel triste giorno di aprile, quando l’uomo che ha cambiato le regole del rock contemporaneo ha deciso di chiudere volontariamente la sua esistenza così faticosa. Infanzia difficile, adolescenza tormentata, rapporti difficili con i genitori separati sono, insieme a una salute malferma, le direttrici su cui si forma la personalità tormentata di Cobain che, nei suoi scritti, ha minuziosamente descritto il suo malessere e la sua rovinosa tossicodipendenza. Per non dire della lettera, trovata accanto al suo cadavere, con cui si è congedato dal mondo senza per questo impedire la consueta ridda di ipotesi sul suicidio-omicidio.
Kurt Cobain è, ed è stato, un’icona suo malgrado. Con i Nirvana era riuscito a sintetizzare quei fermenti musicali che si concentravano a Seattle rendendoli però universali. “Nevermind”, uno degli album rock più importanti della storia, nel 1991 ha clamorosamente portato la musica indipendente in vetta alle classifiche, dando voce alle inquietudini di quella che allora veniva chiamata la Generazione X, come è stata raccontata nel libro di Douglas Coupland. E’ proprio sulla scia di questo clamoroso successo che il grunge ha conquistato il mondo della musica (e non solo).
La fama, il ruolo di leader carismatico sono sempre stati vissuti come un peso diventato un incubo dopo l’attenzione gossippara che il matrimonio con Courtney Love aveva creato attorno alla coppia. Una relazione piena di ombre, segnata dalla comune passione per l’eroina, dalla nascita della figlia Frances Bean e finita quel cinque aprile dopo un matrimonio alle Hawaii, tentativi di suicidio (uno compiuto a Roma), i soliti inutili ricoveri in clinica per temporanei rehab.
La morte di Cobain ha messo fine anche all’avventura dei Nirvana. Krist Novoselic, che era suo amico dai tempi del liceo, è rimasto un po’ in disparte, Dave Grohl si è costruito una fortunata carriera come leader dei Foo Fighters. L’eredità dei Nirvana resta ancora oggi immensa e continua a rappresentare una delle ultime autentiche rivoluzioni del rock degli ultimi decenni. Kurt Cobain, che aveva un talento indiscutibile anche come artista figurativo, e una fonte d’ispirazione non solo per i musicisti: per ricordarlo il 9 aprile uscirà “Nevermind” (Rizzoli Lizard), il nuovo lavoro di Tuono Pettinato (Andrea Paggiaro), omaggio a fumetti di uno degli autori più vista dei comics made in Italy.
di Licinio Germini  http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/licinio-germini-opinioni