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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 31, 2014

“Snowpiercer” di Bong Joon-ho


Un fantasma s’aggira fra le carrozze dello Snowpiercer, treno ad altissima velocità che sfreccia attraverso le lande innevate del pianeta dopo che una glaciazione ha apposto il sigillo finale alla vita sulla terra. È il fantasma del comunismo che abita i vagoni, soprattutto gli ultimi del treno che contengono ciò che resta dell’umanità. Un treno che non si ferma mai (forse si muove in circolo), alimentato da un’energia che non si esaurisce mai, come la storia d’altronde, nonostante i desideri di quanti non desiderano altro che dichiarare la storia una… storia chiusa.

Ed è curioso come il comunismo, il grande sconfitto del ventesimo secolo, più ancora del nazionalsocialismo forse, continui invece a proliferare come mitologema (comunismo come ciò che abbiamo in… comune?). Come radice di ogni pensiero che provi a immaginare un assetto diverso del mondo, della società e dell’economia.

Il comunismo diventa quasi un racconto, una fiaba, una sorta di possibilità attraverso la quale immaginare un altro mondo. Ed è questa sua fondamentale riluttanza a darsi per sconfitto, se non altro come racconto, il principio attivo del suo contagio contro il quale nessun vaccino neoliberista è riuscito a trovare un rimedio convincente.

E poi, come sostiene da sempre Stephen King, difficile mettere a tacere una buona storia.

Ed è esattamente su questo residuo di comunismo che il mondo occidentale – e non solo – serba nel proprio patrimonio di storie e racconti che Bong Joon-ho costruisce la sua straordinaria saga distopica che è Snowpiercer, tratta dalla bedè francese Transperceneige pubblicata da Casterman.

Punta di diamante della cinematografia sudcoreana, tra le cinematografie più appassionanti degli ultimi trent’anni (nonostante la proverbiale pigrizia della distribuzione italiana), Bong Joon-ho è un regista parsimonioso che nel corso della sua carriera ha realizzato a partire dal 2000, anno del suo esordio, solo cinque lungometraggi e una manciata di corti e medi (tra i quali il segmento del film Tokyo! realizzato in collaborazione con Leos Carax e Michel Gondry).

Autore del tipo difficilmente immaginabile dalle nostri parti, uno di quelli che non teme di sporcarsi le mani realizzando “film di mostri” come il magnifico di The Host o di andare a scavare negli anfratti più bui e dimenticati della storia recente sudcoreana come dimostra Memoirs of Murder, Bong Joon-ho è un cineasta dal respiro ampio.

A suo agio sia con storie cucite addosso agli attori che in grado di accogliere le sfide delle tecnologie digitali, Bong Joon-ho, rispetto a Park Chan-wook, che figura anche tra i produttori di Snowpiercer, non possiede ancora l’ambigua aura del regista di “culto” che in genere significa che un cineasta ha esaurito il suo ciclo vitale e che sta riciclando quanto già fatto in passato ma con minore efficacia.

Snowpiercer, in questo senso, nonostante sia interpretato in prevalenza da interpreti occidentali come Chris “Captain America” Evans, Tilda Swinton, John Hurt, Jamie Bell, Alison Pill, Ed Harris, Ewen Bremner e Octavia Spencer, è ben lungi dall’essere una resa nei confronti di richieste esterne alle necessità produttive e creative del film stesso. Anzi il conflitto molto aspro che ha opposto Bong a Harvey Weinstein, distributore statunitense del film, che intendeva scorciare di venti minuti il director’s cut, dimostra esattamente l’opposto considerato che anche un regista del calibro di Wong Kar-wai ha ceduto il suo diritto al montaggio al produttore di Tarantino.

Ovvio che l’approccio di Bong Joon-ho alla favola che non accenna a esalare l’ultimo respiro, il comunismo di cui sopra, è piuttosto disincantato, vivendo lui in un paese diviso in due dove al nord l’autocrazia di Kim Yong-un (che ha studiato a Berna…), terzo figlio di Kim Yong-il, continua la triste saga familiare di spietata oppressione e autarchia politica.

La miseria è reale, gli ultimi, quelli che stanno in fondo al treno, e nemmeno immaginano cosa possa esserci in testa, non hanno altra scelta che avanzare, anche a costo di farsi falciare dalle raffiche delle “forze dell’ordine” del treno.

E man mano che la lunga marcia della rivoluzione nel treno prosegue vagone dopo vagone, carrozza dopo carrozza, non possono non venire in mente le immagini delle rivolte popolari di Sao Paulo, in Brasile, dove orde di persone infuriate hanno dato letteralmente vita a cacce al poliziotto che nemmeno il Carpenter di 1997: fuga da New York o il Castellari de I guerrieri del Bronx avrebbero potuto immaginare.

Bong si tiene attaccato al cuore del mito (o scena primaria…) del comunismo. La rivoluzione, ovviamente, strumento ineludibile per giungere alla testa del treno, si rivela piuttosto poi, come sempre, poco maneggevole quando si scopre che dopo la locomotiva non c’è più un oltre e che lo spazio del treno in qualche modo bisogna gestirlo.

Insomma: quanto Snowpiercer sembra suggerire è curiosamente in sintonia con le riflessioni di Slavoj Žižek contenute nel suo saggio Tredici volte Lenin riferendosi ad alcune posizioni di Badiou e della Arendt, per i quali, stando a Žižek, “la libertà è sempre opposta al dominio dell’approvvigionamento di beni e servizi, al mantenimento delle famiglie e all’esercizio amministrativo, tutti ambiti che non appartengono alla politica vera e propria: l’unico vero luogo per/della libertà è quello che definisce una comunità politica”.

Ed è continuando questa lettura del film sulle tracce di Žižek che riflette su Badiou per il quale “il proletariato non è un’altra classe particolare, ma una singolarità della struttura sociale, e quindi la classe universale in quanto tale, la non-classe tra le classi” che le masse che affollano gli ultimissimi vagoni del treno diventano il mondo tout-court. E questa è una straordinaria intuizione politica di Bong Joon-ho, in linea tra l’altro con l’avanzata proletarizzione del mondo che si può osservare all’opera tra l’altro anche nel sottostimato Elysium di Neill Blomkamp.

Ecco, senza rivelare il finale, occorre ricordare che una delle premesse del film, una glaciazione che uccide non solo la grande maggioranza dell’umanità ma rende il mondo una tabula rasa bianca sembra offrirsi come una possibilità estrema, ultima, definitiva ma comunque fertile per avviare un processo di riscrittura delle leggi che governano o che dovranno governare il nostro vivere insieme. Premessa, insomma, per un’ipotetica rifondazione del patto sociale.

Dunque se proprio si dovesse proiettare un film in Parlamento, dove è noto che son tutti critici cinematografici, pronti a bacchettare selezionatori e (direttori di) festival, questo dovrebbe essere proprio Snowpiercer. Per la serie: dove stiamo andando?, che fare? e così via.

Sono i film come Snowpiercer che si ostinano a raccontare il mondo com’è e come è diventato. D’altronde basta avere occhi per guardare. O meglio: vedere.
 di Giona A. Nazzaro, Micromega
 

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